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Incontro Erri De Luca e Gianmaria Testa a Bari, in
una chiesa di periferia, durante il soundcheck di Da questa parte
del mare, spettacolo a quattro mani presentato nell'ambito del
festival "Voci dell'anima". E se Testa mi accoglie nei
corridoi della sacrestia, per l'occasione improvvisati a camerino,
sorseggiando qualcosa di caldo per tenersi buona la voce, Erri De
Luca, invece, con un berretto di lana scura calcato sulla fronte,
mi parla fuori, quasi per strada, mentre lo sguardo gl'insegue nel
buio i fantasmi dei palazzoni di Punta Perotti, abbattuti di recente
proprio qui davanti.
Come nasce il vostro sodalizio?
Erri De Luca - È un'amicizia iniziata "annusandoci".
Quando abbiamo deciso di fare la lunga ballata di Chisciotte
e gli invincibili, il nostro contratto non scritto era questo:
noi siamo adesso amici e dobbiamo, nel corso d'opera, diventare
più amici di prima; se il fatturato di quest'amicizia comincia
a cedere, smettiamo subito. E finora siamo andati avanti così,
intensificando la nostra intesa, stando volentieri insieme prima,
durante e dopo questi appuntamenti pubblici di piazza. Le amicizie,
come gli amori, si fondano in tempo, in gioventù: è
difficile diventare amici tardi, ma noi ci siamo riusciti.
Gianmaria Testa - Ero un lettore ammirato
di Erri. Avevo letto in italiano Tu, mio e, in francese,
Tre cavalli. Poi una volta ho invitato Marco Paolini e Mario
Brunello a Vicenza, al Teatro Olimpico, dove andavo a suonare ogni
anno per una comunità che si occupa di malati terminali di
AIDS. Abbiamo scoperto che un punto di contatto, tra gli altri,
era Erri De Luca, e le sue poesie sono diventate la traccia del
nostro lavoro, che è andato bene tanto da spingerci a coinvolgerlo
direttamente. Così è nato Attraverso, ed è
nata un'amicizia: noi facciamo le cose insieme per amicizia, amicizia
che cresce e che, soprattutto, è solida; non c'è bisogno
neanche di vedersi così tanto. Poi abbiamo lavorato o, meglio,
lui ha lavorato a Chisciotte e tra gli invincibili
ha messo anche i migranti. Erri dice che "quelli che
vanno a piedi per il mondo e così spostano il mondo non possono
essere fermati". Questo è un tema che mi interessava
da tempo: avevo del materiale e volevo farne un disco monografico
fuori tempo massimo. Allora Erri mi ha dato Solo andata e
quel libro, in qualche modo, mi ha persuaso del fatto che di certe
cose se ne può anche parlare in modo emotivo, poetico.
Qual è stata la genesi di Da questa
parte del mare?
GT - In questi quindici anni ho pensato tante volte di non
farcela, e che fosse presuntuoso intraprendere un'impresa del genere.
Avevo in mente dischi come La buona novella, Storia di
un impiegato, concept album creati da un genio della canzone
come De Andrè. Poi, però, ho avuto chiaro che potevo
provarci, a una condizione: che evitassi ogni forma di demagogia
e lavorassi con uno sguardo occidentale, anche nella parte musicale,
perché io vedo chi viene qui da questa parte del mare, ma
non so qual è la sua tragedia vera e non posso parlare in
sua vece. Ho chiamato Greg Cohen (per la direzione artistica, N.d.R.)
che è il più occidentale degli uomini - un americano
di New York - perché non volevo fraintendimenti; se avessi
usato un oud, un liuto arabo, un bouzouki, sarebbe stato un millantato
credito. Io non so farla la musica mediterranea, sono nato in mezzo
alle Alpi, e per questo ho attinto a due sorgenti: la musica popolare
delle mie parti e la canzone americana.
È possibile, oggi, pensare una forma di
arte "impegnata"?
EDL - Sono stato militante politico della sinistra rivoluzionaria
di questo Paese negli anni '70: quello era "impegno" totale
che coinvolgeva le vite. Scrivere una canzone e cantarla, scrivere
una storia e portarla in giro, non rientra sotto la specie dell'"impegno".
Se uno ha bisogno di lanciare dei messaggi, è meglio che
faccia dei comizi. Solo una faccenda può rientrare in quest'ambito:
a noi interessano quelli che stanno in fondo alla classifica, quelli
che stanno sempre sul punto di retrocedere ancora; sono le persone
con cui stiamo volentieri e da cui impariamo qualcosa e per questo
riportiamo le loro storie. Oggi ci troviamo ad assistere al più
grande movimento di esseri umani sulla faccia della terra e questo
movimento di miriadi di esseri umani si sposta per cercare di raggiungere
il nostro continente. Siamo contemporanei di una gigantesca avventura
epica, un'epopea colossale. Gli eroi di questo tempo, insomma, sono
loro, e io e Gianmaria siamo di quel vecchio stampo che si appassiona
ancora di eroi.
GT - Non so scrivere a comando, non scrivo
mai per il Bello. Scrivo perché c'è un'emozione che
mi spinge a farlo e perchè non tutto si può dire a
parole: ognuno di noi elabora un modo suo per esprimere l'indicibile:
ci sono quelli che piangono, quelli che ridono, quelli che fanno
fotografie. Io so soltanto scrivere canzoni. E non è una
passione, è un'urgenza. Diventa collaterale il fatto - anche
se ne sono molto contento - di poter mettere poi su un disco le
mie canzoni; il mio lavoro è compiuto nel momento in cui
la canzone esce da me.
Di questi tempi si tende a creare personaggi che siano vendibili.
Ecco, questo non mi riguarda, non m'interessa; anche se con i concerti
non si cambia un bel niente, per me è rilevante che uno dica
da che parte sta, senza aspettarsi che ci sia un consenso. Penso
che le mie canzoni siano canzoni di successo quando rappresentano
l'emozione che le ha generate; se poi piacciono a due o a milioni
diventa un fatto accessorio benché, ovviamente, preferisca
l'applauso allo sputo.
A proposito del tema dell'emigrazione, per esempio, provo spesso
fastidio e senso di colpa insieme. Hai presente quelli che stanno
inginocchiati col piattino davanti? Cosa pensare, cosa fare? So
benissimo che sono mangiati da un'organizzazione che li obbliga
a star lì. Però, di fatto, lì c'è un
uomo contro un uomo, un uomo con un cappotto e l'altro che sta inginocchiato,
magari giovane, potrebbe lavorare, potrebbe provare a salvarsi,
e invece porta scritto: "ho fame, per favore aiutatemi"
con gli occhi bassi. Io di fronte a questo non so cosa dire, e siccome
non so cosa dire scrivo una canzone. Credo che una delle più
gravi malattie di quest'epoca sia l'indifferenza: qualunque cosa
venga macinata dalla televisione, qualsiasi tragedia reiterata,
smette di essere una tragedia. Ogni dieci giorni c'è una
barca che affonda, c'è gente che muore ma, proprio perché
è una storia che si ripete, non interessa più. E allora,
forse, un piccolo servizio che un libro come Solo andata
di Erri o, eventualmente, questo mio lavoro, può rendere
è sottrarci, per un attimo, a questo schermo d'indifferenza.
Dal cammino di Abramo al nòstos
di Ulisse, il viaggio come "ricerca" o "ritorno"
è un tòpos letterario e culturale. Il viaggio
dei migranti, invece, assume una connotazione diversa
EDL - Il viaggio è quello di Abramo, preso per la
collottola e spedito al chissà dove, via da casa sua, via
dalla sua gente, lontano dal suo posto. Questi viaggi di adesso
sono, invece, un'espulsione, un partire senza biglietto di ritorno,
con poca conoscenza della geografia: queste persone non sanno dove,
ma soltanto da dove se ne vanno; si dirigono verso un approssimativo
nord, nel quale sperano di sbarcare. I nostri emigranti, almeno,
avevano un biglietto, una nave; anche se nelle stive della terza
classe sotto il livello del mare, c'era un porto d'imbarco e uno
di sbarco. Questi di adesso, invece, sono persino più avventurosi
di certi marinai, figure leggendarie che però viaggiavano
per guadagnarsi da vivere; per loro era un lavoro, quello del mare.
Io credo, allora, che oggi meriti questo bel titolo di "viaggio"
il cammino che si fa in gran parte a piedi e senza biglietto di
ritorno. I nostri, poi, rientrano nella specie degli spostamenti.
GT - Quando ho iniziato a far forma a questo
disco, avevo visto da poco il Quarto Stato di Pellizza da
Volpedo. In quegli occhi si coglie chiaramente una luce: vanno verso
qualcosa. Così è stato per quasi tutto il '900. Chi
partiva dal molo di Napoli per andare in America, lasciava qui una
famiglia, una casa, un posto dove mandare dei soldi. Chi parte adesso,
invece, come dice Erri, lascia un bucato in fiamme. È difficile
che tu gli veda la speranza negli occhi, com'è altrettanto
difficile che tu la colga nei nostri cortei, nei cortei dei no-global.
Il vostro spettacolo si fa portatore di una proposta
di accoglienza: ritieni che il pubblico sia disposto a questo tipo
di "ascolto"?
EDL - Il disco di Gianmaria si chiama Da questa parte
del mare. E da questa parte del mare possiamo mettere sbarramenti,
possiamo fare espulsioni, possiamo moltiplicare i centri di segregazione
per emigranti: non fermeremo un accidente; faremo solo del male
a noi stessi e alla nostra immagine. Questa marea umana che si sposta
dal Sud e dall'Est del mondo non può essere materialmente
fermata; ci cambierà i connotati come già adesso ci
permette di sostenere le nostre economie traballanti, risollevare
i nostri indici di natalità e riempire le scuole: l'Italia
è geograficamente un luogo di passaggio e di attraversamento;
siamo così da sempre e continueremo ad esserlo, a dispetto
di qualunque arcigno o distratto governante.
| giugno
2007 © altremusiche.it |
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