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Un'indagine sull'organizzazione di Genova 2004 ci
consente di fare il punto dello stato della politica culturale del
nostro Paese con uno dei maggiori intellettuali italiani, che, per
inciso, ha avuto un ruolo da protagonista all'interno di una delle
stagioni più gloriose per la cultura del nostro paese: l'avanguardia
storica. Il suo rapporto con Luciano
Berio, così come la sua presenza nel Gruppo 63, ne fanno
una delle figure chiave nel rapporto secolare tra suono e parola.
"I lavori di Genova 2004 sono molto bene avviati,
il calendario è fin troppo fitto, il numero delle manifestazioni
è molto alto e nasce un grande imbarazzo nella scelta. Se
le cose procedono secondo le linee auspicate, questo 2004 dovrebbe
essere un evento importante. La città, come non sempre accade
quando si diventa capitali culturali d'Europa, ha fortunatamente
preso la cosa molto sul serio, decisa com'è a riformulare
la sua immagine dal punto di vista storico e culturale, non solo
agli occhi dei turisti italiani e stranieri, ma anche agli occhi
dei cittadini stessi, perché prendano meglio coscienza della
propria storia, del proprio passato, dei propri tesori che la città
non ha ancora adeguatamente manifestato."
Lei ha fornito un suo contributo?
"Dal punto di vista organizzativo no. Mi sono
limitato a qualche suggerimento, quando sono stato consultato su
alcune situazioni che mi erano care. Dal punto di vista della partecipazione
ci sono alcuni appuntamenti che mi attendono e sono connessi al
Festival internazionale di poesia, che si tiene annualmente, ma
che quest'anno avrà un impegno più forte che in passato."
Genova 2004 punta molto al rafforzamento delle
realtà già operanti sul territorio.
"Credo che la cosa più positiva sia proprio
quella di non puntare molto sull'effimero, quantunque questo abbia
la sua importanza, quando gli spettacoli o le esposizioni sono ben
scelti. Però Genova ha colto anche l'occasione per provvedere
a una sua strutturazione. Rimettere in ordine, rendere collegati,
praticabili ed economicamente accessibili musei, palazzi e monumenti,
e pensarlo di fare in termini di durata, ad esempio con le nuove
collocazioni delle biblioteche, oltre che delle facoltà universitarie,
significa pensare ad un rilancio della vita culturale cittadina
non soltanto per l'anno in corso, ma piuttosto come un momento iniziale."
In questo modo non c'è il pericolo di rafforzare
anche una certa routine e di reiterare un sostanziale conformismo
culturale, piuttosto che stimolare l'invenzione?
"Questo è un problema che si pone quando
si cerca di valutare quali sono le forze presenti sul territorio.
Se in una città esistono degli artisti o degli scrittori
attivi, dei centri culturali, questa è l'occasione giusta
per esibire quello che la città è capace di proporre,
anche innovando o arricchendo con uno sforzo ulteriore quelle che
sono le energie già presenti. Ho l'impressione che questo
sia un momento difficile per la vita culturale, non solamente in
Genova, anche se questa città deve colmare dei ritardi di
acculturazione. Questo è un problema che va al di là
dell'anno che consideriamo. La realtà è che su molti
terreni, non dico che siamo in una sorta di vicolo cieco, ma certo
il momento innovativo non è molto forte e questa è
una cosa che pesa, non soltanto sulla cultura nazionale, ma anche
su quella europea e internazionale. Se si pensa alle grandi esposizioni
d'arte, ai festival cinematografici o quelli musicali non si ha
l'impressione di essere dinnanzi a un momento particolarmente ricco
e florido. Ci sono molti giovani promettenti, qui come altrove,
ma non mi pare che si presentino come una sorta di nuova ondata,
come è avvenuto in certi decenni del Novecento, in cui di
colpo esplodevano energie più forti. In più devo aggiungere
che, oltre a questa sorta di stagnazione - quando non regressione,
con ritorni neotonali, neoromantici o neo-orfici e tutto quello
che è passato nell'ingorgo molto confuso del postmoderno,
spazio serio solo sul terreno architettonico - esiste anche un'aggravante
che è la crisi economica. La politica attuale del Governo
e in generale di tutto l'Occidente, per non dire del mondo intero,
procede a tagli molto forti e benché tutti proclamino a voce
alta l'ottimismo e la ripresa, le difficoltà sono molte."
Oltre ai finanziamenti per fare l'arte, ci vuole
anche l'artista.
"Infatti, come dicevo c'è un certo ristagno
nell'iniziativa, nel rinnovamento e nella produzione culturale,
e quello che si vorrebbe fare non è così garantito
perché l'arte costa. Per scrivere un libro di versi non occorrono
grandi sforzi, ma se pensiamo alle opere d'arte figurative o architettoniche,
ai costi del teatro musicale, i problemi diventano molto forti.
Sarebbe bello se con poco si riuscissero ad approntare occasioni
per cercare di avere quello che oggi si produce tanto in Canada
come in Cina. Ma queste cose oggi hanno dei costi fortissimi."
Secondo lei non si potrebbe iniziare a pensare
una certa avanguardia come un momento che appartiene alla nostra
tradizione da valorizzare?
"Recentemente ho saputo che erano state previste
alcune manifestazioni in onore di Dallapiccola, i cui finanziamenti
però sono stati tagliati a causa dell'economia attuale condotta
dal Governo - che cerca di tagliare dove non c'è profitto
privato -, con l'argomento che Dallapiccola non era una figura di
portata europea e internazionale. Lasciamo stare l'assurdità
del giudizio, ma se capiamo che il nostro primo ministro dice che
i nostri Istituti Italiani di Cultura devono diffondere il made
in Italy, anziché preoccuparsi della lingua di Manzoni, si
capisce che questa è una linea culturale che imprime una
politica economica molto precisa. Nella condizione italiana in cui
l'approdo alla modernità è imparagonabile per deficit
di fronte ad altre culture europee - perché queste cose non
accadono in Inghilterra, Francia o Germania, dove esiste un pubblico
colto per il quale il Novecento è famigliare quanto l'Ottocento
-, qui da noi occorre superare tante diffidenze e ritardi. A Genova,
che è stata una città per lungo tempo culturalmente
abbastanza emarginata, il lavoro è più faticoso che
altrove. Pensavo la città di Paganini avesse l'occasione
di fare un grande festival dedicato alla storia del violino, andando
anche sopra il Novecento. C'è un Premio Paganini internazionalmente
noto: ecco allora l'occasione! Ma mi rendo conto concretamente che
se poi si pensasse a eseguire la letteratura attuale per violino
solo, o per violino e pianoforte, e fare una grande rassegna dei
capolavori del Novecento, non so quanto consenso si troverebbe,
non solo nel pubblico genovese, ma anche dal punto di vista turistico,
in un momento in cui anche il turismo culturale è in crisi."
Paradossalmente turismo e cultura sembrano spesso
dissonanti tra loro, forse proprio a causa di una mentalità
orientata al "made in Italy"?
"La prospettiva di eventi culturali sempre più
connessi all'industria del turismo è un guaio perché,
pur considerando che questa è una opportunità, bisogna
rendersi conto che questa industria turistica fiorisce molto di
più orientandosi verso delle occasioni di squisita mondanità,
dove conviene nel senso più superficiale della parola dire
di essere stati, che non per quello che potrebbe essere un moderno
grand-tour, approfittando delle attuali possibilità di movimento,
che in passato comportavano una lussuosità difficilmente
sostenibile. In realtà oggi tutto quello che era la speranza
del grande sviluppo dell'industria turistica ha grandi difficoltà
pratiche ed economiche, perché si tagliano i posti di lavoro
e perché il costo delle cose è disperato."
Un sistema che da questo punto di vista sta impazzendo.
"Ahimè, è già impazzito.
D'altra parte siamo in un'epoca che alla reazione politica accompagna
una posizione di reazione culturale in senso conservatore. Naturalmente
speriamo che sia un'epoca breve e che si concluda, non con una catastrofe
come purtroppo in gran parte tende a delinearsi, ma con una risposta
creativa e positiva, non solo in Italia, non solo in Europa, ma
ormai, come è naturale in piena globalizzazione, a livello
planetario."
da"Amadeus", n. 174, 2004 © Paragon
/ altremusiche.it / Michele Coralli
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