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In passaggio da Milano per un paio di concerti assieme
a Gaetano Liguori
e per un workshop sull’improvvisazione presso il Conservatorio Giuseppe
Verdi, Paul Rutherford, uno dei principali animatori della scena
radicale inglese, risponde ad alcune domande sulla sua attività
che da oltre quarant’anni prosegue in perfetta coerenza.
Incominciamo allora dall’aspetto didattico del
suo lavoro. Come si riesce ad trasmettere l’improvvisazione?
"In effetti non si può insegnare l’improvvisazione.
Molte persone non riescono a entrare in relazione con la musica.
Molti l’accettano, l’amano, ma non hanno la capacità di entrare
completamente nella musica. Ci sono cose che io, e molti altri musicisti
come me, hanno sperimentato attraverso l’improvvisazione che pensiamo
possano aiutare chi improvvisa. Non ci definiamo dei maestri assoluti,
ma possiamo dire qual è la migliore situazione per un musicista
che vuole improvvisare. Non c’è rigidità nell’improvvisazione, non
ci sono regole d’oro. L’improvvisazione è, come dice la parola,
frutto di estemporaneità. Come prima cosa uno deve imparare a suonare
il proprio strumento per farne il proprio migliore amico o la più
intima parte di se stesso. Conoscere lo strumento e capirlo significa
compiere il primo passo per creare la musica. Proprio perché non
ci sono regole e confini nell’improvvisazione, i musicisti improvvisatori,
come unica norma, dovrebbero essere consci di quello che stanno
facendo per tutto il corso di un’improvvisazione, sia in solo che
in ensemble. Per far questo occorre ascoltare quello che sta succedendo:
sia quello che stiamo suonando, sia quello che suonano gli altri."
L’idea che sta alla base dell’improvvisazione
collettiva è proprio quella della cooperazione.
"Cooperazione, o meglio conversazione. Nella
perfomance in solo c’è un’entità con cui entrare in accordo. Una
delle proprietà simili tra l’improvvisazione e la musica basata
convenzionalmente sulla lettura è quella di pensare la musica come
una priorità. Un improvvisatore deve essere coinvolto nella musica,
questa è la priorità. Come realizzare i tuoi sforzi per far scaturire
i tuoi pensieri. Ogni strumento ha molte potenzialità nei suoni
che può produrre. Ovviamente non mi riferisco soltanto ai suoni
convenzionali, ma anche tutti quei suoni che possono essere introdotti
o scoperti dentro lo strumento. Ad esempio nel trombone si possono
trovare sonorità estremamente differenti tra loro a cui si può ricorrere
nel corso di un’improvvisazione. La stessa cosa può avvenire su
un pianoforte su cui possono essere suonati i tasti, così come percosse
le corde e così via. Ci sono così tanti suoni non specifici, non
peculiari di uno strumento, che possono essere introdotti nel corso
di un’improvvisazione. La scoperta è una grande potenzialità dell’improvvisazione,
forse molto di più che della musica convenzionale, dove lo strumentista
si relaziona con un direttore o un compositore. Nell’improvvisazione
non esistono questo tipo limitazioni “dittatoriali” che servono
a dar ragione a una composizione. Nell’improvvisazione la composizione
sei tu e il tuo strumento."
Sul lato opposto c’è però l’ascoltatore. Pensa
che sia meglio se chi ascolta è un musicista o questo può semplicemente
aiutare a capire un po’ meglio questo tipo di musica? Allo stesso
modo lei crede che un fruitore totalmente all’oscuro di nozioni
musicali possa apprezzare un’improvvisazione di tipo radicale?
"A volte si creano situazioni strane in cui
i non-musicisti riescono ad apprezzare la musica improvvisata meglio
che i musicisti. Forse è a causa delle strutture mentali di tipo
educativo che provengono dalle scuole di musica. Spesso queste strutture
possono diventare dei dogma. È un pericolo quando questi dogma limitano
la pratica di un musicista, impedendo di cercare canali alternativi
nella creazione della musica. Per questo, a volte, i non-musicisti
sono meglio dei musicisti."
Si tratta di ascoltatori “educati” in qualche
modo…
"Possono esserlo, ma non c’è una regola definitiva
che riguarda la mente degli individui. Essere coinvolti nel suonare
è un grande vantaggio per chi vuole capire la musica, ma ci possono
essere dei vantaggi anche tra i non-musicisti, come ho già detto.
Il problema è cosa ne fanno i musicisti e i non-musicisti di un’improvvisazione?
Sta a loro decidere. Non sapere suonare non è un ostacolo alla fruizione
di un’improvvisazione. I bambini ad esempio sono i migliori ascoltatori
perché hanno la spontaneità, sono aperti."
Io mio approccio personale è invece molto mentale.
Quando vedo un concerto di questo tipo o ascolto un disco di musica
improvvisata mi preparo mentalmente ad un tipo di ascolto particolare.
Quante persone pensa che abbiano la stessa voglia di porsi in modo
problematico di fronte ad un tipo di musica impegnativa come questa?
E come può gente come lei parlare a chi ascolta pop dalla mattina
alla sera?
"Il problema riguarda sia il jazz che la musica
improvvisata, entrambi generi non così amati dal grande pubblico
come il pop. La gente deve compiere uno sforzo per ascoltare il
jazz, ma anche per trovarlo, cosa che non capita al pop che può
essere reperito dappertutto, dal supermarket agli aeroporti. Anche
la diffusione è generalizzata: dovunque uno vada, dai bar ai ristoranti,
sentirà molto raramente jazz. E il jazz è molto più popolare della
musica rigorosamente improvvisata (“straight improvvised music”)
ed è anche più accessibile. La vera essenza della musica improvvisata
è che essa è veramente una musica in possesso dei musicisti. Il
problema di questa musica è che risiede ai margini. L’improvvisazione
è un’arte che si può reperire nella musica nel suo complesso: anche
Bach, Mozart e Beethoven erano in grado di improvvisare per ore.
Poi nel corso del tempo l’improvvisazione è diventata una delle
attività collaterali connesse al fare musica. Ma è una sorta di
valore necessariamente connesso con la musica, in maniera intrinseca.
La composizione naturale è l’improvvisazione: in realtà anche la
composizione vera e propria è una sorta di forma finale di un’improvvisazione,
strutturata attraverso delle convenzioni."
Parliamo ora del rapporto tra la registrazione
e l’improvvisazione. Un disco, che è anche minima parte della vita
improvvisativa di un musicista, può intrappolare il gesto volto
all’improvvisazione, ma si tratta di una piccola istantanea. È d’accordo?
"Esattamente. La registrazione è il solo mezzo
per rendere permanente un set di improvvisazioni. In effetti si
possono ripetere delle improvvisazioni, copiandole, ma si perde
l’azione di tutta l’improvvisazione, non c’è spontaneità. Tutta
la musica ha una serie di rapporti complementari che non sono in
conflitto. Così l’improvvisazione non è una minaccia per la composizione
e la composizione non è una minaccia per l’improvvisazione. Esse
sono complementari, sono diversi modi per creare musica."
Lei ha suonato con grandi orchestre, con gruppi
più ristretti e in duetti di vario genere. In quale tipo di esperienza
ha trovato più slanci per la propria creazione estemporanea?
"Non ho un organico preferito, mi sento più
a mio agio con certi musicisti o con certi strumenti forse. Ma non
posso dire con certezza quali siano i miei preferiti. La mia idea
di improvvisazione è che ci si possa meravigliare per qualche imprevedibile
accostamento di strumenti. Dipende anche dai musicisti che creano
la musica. Io guardo anche le esperienze passate dei musicisti,
se mi interessano allora sono stimolato, altrimenti faccio qualcosa
d’altro. Naturalmente nei piccoli ensemble è più facile fare dell’improvvisazione,
le grandi orchestre richiedono una maggiore pazienza. Abbiamo esempi
di grandi ensemble di 20 musicisti che improvvisano a volte con
buoni esiti, a volte con esiti mediocri. Dipende anche da quanto
i performer si ascoltino o meno."
Ci parli di esperienze come quelle nella Globe
Unity o della più recente London Improvisers. Quali sono state le
differenze principali tra i due ensemble?
"La Globe Unity ha iniziato con delle composizioni
di Alex Schlippenbach, sviluppate e orientate attraverso session
e concerti. Una delle cose che ha iniziato a non convincermi più
era che l’improvvisazione diventava sempre più un momento di grande
masse sonore, inframezzato dai momenti dei solisti. Incominciò a
diventare un affare di routine spiccare nel solo e rientrare nell’orchestra.
Ma molte volte ha funzionato bene come nel caso di un’altra band
che avevamo formato a Londra: Iskra. Lì avevamo deciso di lasciare
più libertà di intervento e i solisti potevano intervenire quando
se la sentivano. La responsabilità era lasciata ai musicisti che
potevano scegliere di fare le cose che volevano e che potessero
essere utili per il collettivo: suonare 2 o 3 minuti, oppure 2 o
3 secondi."
È dura l’esistenza professionale per un musicista
dedito interamente all’improvvisazione?
"È molto difficile, sicuramente. È difficile
già suonare jazz, figuriamoci con l’improvvisazione. Non c’è nessuna
grande industria dietro. Il management che governa le scelte dell’industria
discografica non guadagna molti soldi dai musicisti jazz e nemmeno
un soldo da chi improvvisa."
Rimane l’insegnamento…
"Non proprio. Nell’educazione statale l’improvvisazione
è molto poco considerata dagli educatori, al contrario delle strutture
formali tradizionali come le orchestre sinfoniche o le consuete
compagini strumentali. L’improvvisazione non rientra tra le strutture
convenzionali."
Rispetto qualche anno fa come è cambiata l’attenzione
da parte dei media e del pubblico nei confronti della scena radicale
in Inghilterra?
"Trent’anni fa la situazione era migliore dappertutto
per la musica creativa. La Gran Bretagna ora è ancora più disinteressata
a questo tipo di musica se la si raffronta all’Europa. Ci sono audience
davvero piccole e manca la volontà di organizzare dei festival."
Recentemente viene organizzato "Freedom in
the City" una rassegna organizzata a Londra, interamente dedicato
all’improvvisazione. Che tipo di risposta c’è in questo tipo di
festival?
"È un festival molto seguito. Ma si tratta
di un’iniziativa che parte dai musicisti. Finora ci sono state due
edizioni e Martin Davidson ha interamente registrato l’ultima e
pubblicata in due CD doppi. La prossima è fissata per la
prima settimana di maggio (2002). Nel complesso credo che abbiano
assistito alla rassegna 200 o 300 persone. La stessa London Improvisers
Orchestra organizza la prima domenica di ogni mese un concerto al
Club Red Rose nel North London. È il posto dove molti musicisti
si ritrovano per un concerto 'aperto', ma nessuno viene pagato.
Freedom in the City invece sta per diventare una vera pietra
miliare per la scena improvvisativa."
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| aprile
2002 ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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