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Le nuove tecnologie, soprattutto nella loro enorme
potenzialità sinergica suono/immagine e/o suono/grafica,
ma anche i suoni contaminati del rock e della musica elettronica
(dall'avanguardia degli anni '50 e '60 al glitch) e le misture con
l'estro interpretativo dei diversi musicisti che seguono segnali
su monitor più che partiture, sono alcuni dei tratti della
musica magmatica di Maurizio Pisati (Milano, 1959), un musicista
che ha circoscritto all'interno della sua "zona" un'area
di libertà musicale in cui molte cose sono possibili, come
un tempo sembrava esserlo vivere nella città del sole.
L'etichetta ZONE è una specie di firma
che contraddistingue una buona parte dei tuoi lavori. Ho letto che
è frutto di una suggestione che nasce dal celebre film di
Tarkovskij Stalker, uno che è riuscito a creare "fantascienza"
e "mistero" a partire più da quello che non mostrava
nei suoi film, piuttosto che da quello che invece si poteva vedere.
Vale la stessa cosa nella tua musica oppure ci sono altre suggestioni
dietro alla parola ZONE?
Sì, idealmente tutto parte dalla suggestione
di quel film. Da lì mi sono accorto che molti miei lavori
avevano un carattere che consideravo quasi liminare, cioè
ai limiti tra tante esperienze, che tendevano a delineare un modo
di comporre e vivere la mia musica simile a quello della "zona"
del film: senza ritorno ma irresistibilmente seducente nella sua
necessità di proseguire. Cercavo un coinvolgimento più
totale, come il fotografo che sviluppa e stampa le proprie pellicole
o lo scultore che sceglie il marmo, volevo essere tutto assieme:
compositore-esecutore-editore-produttore.
Per cui a poco a poco i pezzi "ZONE" sono diventati quelli
in cui io stesso ero coinvolto, dapprima solo alla chitarra elettrica
MIDI, poi, in genere, all'elettronica.
Infine si è creato un gruppo di interpreti ricorrente, che
interpreta le mie musiche, sia scritte in partitura, sia rifacendosi
a quelle, ma improvvisando su quel materiale. Ad esempio come sto
facendo da qualche anno nella fusione tra ZONE e l'EnsembleSon di
Stoccolma. Ora ZONE è anche un "marchio" depositato
che contrassegna tutte le mie partiture non pubblicate da un editore,
e, in un certo senso, è una mia edizione.
In molta tua musica infatti si coglie quasi sempre
il profilo del chitarrista, anche se molto spesso trasfigurato,
nascosto o snaturato. E' la chitarra il punto di partenza della
tua musica?
La chitarra è talvolta il veicolo di trasporto
di una parte delle idee. Per me rappresenta la corda viva che vibra
sotto le dita e stimola tutte le sensibilità: il tatto, il
movimento fine, l'ascolto, l'immaginazione del suono. Ho facilità
manuale sullo strumento e lo utilizzo nei modi più disparati.
Attraverso il MIDI ho ricostruito sulla tastiera della mia Carvin
l'ensemble di ZONE: la tastiera è splittata tra campioni
del suono di Manuel Zurria, Maurizio Ben Omar, Antonio Politano,
Kuniko Kato e altri ancora: in concerto con loro io "li"
suono o li porto altrove anche quando nessuno di loro è presente.
I suoni sono trattati non già come campioni statici ma, attraverso
la tecnica strumentale e una giusta programmazione, posso produrre
un vibrato sul suono del pianoforte di Aki Kuroda o glissare o fare
un bending sul tomtom di Ben Omar e così via. La mia
chitarra è ormai un ensemble virtuale, o, per essere più
corretti, è un ensemble ZONE virtuale.
La manipolazione digitale sembra oggi una prassi
a cui il musicista creativo sembra non potersi sottrarre. Dietro
l'infinità delle possibilità tecniche (e consueguentemente
progettuali) non credi che si celi il rischio della totale frammetarietà,
del naufragio nell'oceano dei suoni? Tu che orientamenti segui?
Non riesco a considerare la manipolazione digitale
diversamente dalle altre che presiedono il lavoro di invenzione:
ormai senza differenza mi trovo a scrivere - letteralmente scrivere
- le note assieme alle loro trasformazioni: scrivo appunti su carta,
segnando ad esempio dinamiche, altezze e relativi parametri come
un phaser o un doppler.
Nel 2007 sono tornato alla scrittura manuale su carta, integrandola
fortemente con l'elaborazione grafica digitale, senza più
software di scrittura musicale. Più chiaramente: uso Finale
solo per farmi la carta coi pentagrammi come mi servono di volta
in volta. È una "zona" totale di specchi continui
tra pensiero e segno, e finalmente mi trovo a vedere contemporaneamente
ogni parte del lavoro: sul tavolo ho una sorta di stazione di lavoro
integrata dove tengo aperti il foglio, lo schermo, lo scanner, l'audio,
e procedo parallelamente su tutti i fronti.
Interessante il parallelo tra quello che mi dici
e quello che mi ha detto recentemente Bussotti in un'intervista:
lui è un pittore che usa gli oggetti e la carta del pittore,
mentre tu, ovviamente, sei proiettato nel mondo tecnologico. Vorrei
che mi chiarissi meglio le procedure che utilizzi a partire dai
pentagrammi stampati con Finale.
Una volta terminati, o almeno giunti a uno stadio
avanzato, gli appunti per il pezzo (immagine1),
con Finale preparo la carta, i pentagrammi e una impaginazione di
massima.
Poi importo in InDesign l'armatura iniziale, in modo che in ogni
pagina si veda solo l'intestazione degli strumenti o l'inizio di
ogni pentagramma e il resto sia bianco.
Quindi scrivo la musica su pentagrammi stampati a parte, scrivo
pagine o righe o solo frammenti, che poi importo in Photoshop dove
li lavoro graficamente, aggiungendo o correggendo i segni necessari
(immagine2).
A questo punto importo nelle pagine di InDesign i frammenti e li
organizzo, inserendo tra loro le pause necessarie e indicando le
sincronie con un tratteggio. Intanto aggiungo legature, dinamiche,
fraseggi e ogni altro parametro, prendendo tutto da una tavolozza
di segni deformabili a piacere che nel tempo mi sono costruito.
Il tutto mentre magari, in fondo, le immagini della traccia audio
si integrano nel tempo esatto, proprio nella forma grafica che mi
è servita per l'editing nel programma audio, che può
essere DigitalPerformer o MaxMsp o altri più semplici software
di elaborazione dei campioni (vedi immagine3).
Ogni segno è cioè trattato graficamente: non ho bisogno
del riscontro sonoro di Finale, per cui non lavoro con la quantizzazione
dei segni e li sposto e deformo liberamente come puri oggetti grafici,
il cui risultato sonoro mi è già noto. Mi piace pensare
che il compositore abbisogni, più che di un orecchio assoluto
(ma per carità, se c'è, ben venga
), di una immaginazione
assoluta, entro la quale muoversi con la libertà necessaria,
cioè totale.
Prendo come esempio Theatre of Dawn, uno
dei tuoi lavori più "sperimentali" nell'uso dei
multimedia per muoverti una provocazione: se gli interpreti leggono
mentre tu scrivi, non è più "semplice" fornire
dei pattern per un'improvvisazione?
Per essere breve mi sono spiegato in modo ambiguo,
ma è anche l'idea stessa che porta ad essere capita così.
In realtà in Theatre of Dawn non scrivo in tempo reale.
Nell'opera vi sono 4 video, tutti di Max Bertolai e con pitture
di Ferruccio Bigi, l'ultimo è intitolato Manoscritto,
ed è il film della scrittura manuale della partitura, che
comunque contiene sia sequenze ordinarie sia patterns su cui improvvisare
secondo indicazioni date.
Quindi: scrittura ed editing audio sono già avvenuti. L'Ensemble
non ha una parte sul leggìo, ma suona in sincronia con la
scrittura che a poco a poco forma la partitura sullo schermo, mentre
il suono della penna, anch'esso già elaborato, prende parte
all'esecuzione come un membro effettivo dell'Ensemble stesso.
L'idea di fare tutto in tempo reale è stata sì l'idea
iniziale, ma poi ho preferito essere un po' più radicale,
perché la scrittura non sarebbe stata improvvisata e quindi
in scena avremmo avuto una sorta di copiatura dal vivo e allora
sì, come intuivi, meglio sarebbe stato fornire solo dei patterns
su cui improvvisare.
Theatre of Dawn è in realtà un teatro fantastico,
immaginato in una di quelle vecchie case di pietra e legno, una
volta abitate da pastori e minatori e ora abbandonate un po' ovunque
sulle Alpi, ai confini tra Italia e Francia, Svizzera, Austria.
In quell'ora in cui non è più notte e neppure giorno,
sette "spiriti" di leggende alpine si incontrano nei resti
di una di queste case: quel momento indefinibile tra penombra e
luce viene dilatato dalla musica, mentre il suono della scrittura
sul pentagramma diventa parte integrante con l'esecuzione dell'Ensemble.
Molte delle tue musiche - ma dimmi se sbaglio
- sono "a tema", trovano cioè un'ispirazione narrativa
o un'immagine molto caratterizzante da cui si dipana la rappresentazione
sonora. Anche in questo caso c'è lo zampino di un'influenza
cinematografica?
Sì, ho cominciato con la prima opera di teatro
musicale, Umbra, al Teatro CRT a Milano nel 1988, dichiarando
solennemente che nulla vi era di narrato, per deviare poi nell'idea
di ZONE e in una permanenza in Giappone, dove la componente di immagine
in movimento si è sempre più rafforzata. I tre mesi
a Tokyo per JapanFoundation sono stati la ricerca per una musica
(poi sfociata in STOCK-ZONE TakuHon, al Teatro Studio per
MilanoMusica 1999) basata su un libro del periodo Edo che era in
realtà uno scroll di dodici metri, che raccontava
l'esperienza di un pittore e un poeta in un viaggio fluviale in
barca: sulla stessa carta uno dipingeva il fiume e l'altro scriveva
le poesie.
Era per me, un quadro con inizio e fine contrariamente a tutti gli
altri quadri, una sorta di cinema ante litteram per cui la musica
è nata anche sull'idea di scorrimento nel tempo delle immagini.
Il film dell'opera è stato poi realizzato da Gianni Di Capua
per RaiSAT. Ora, al termine di molti pezzi, realizzo un "video
della partitura", in cui tutto il materiale digitalizzato -
audio, scrittura, appunti - si anima, seguendo a tempo e cronologicamente
la nascita del pezzo e la sua realizzazione.
È da molto tempo ormai che si parla di
interazione come passo fondamentale per coinvolgere l'ascoltatore,
per renderlo partecipe - per inciso vorrei fondare un piccolo movimento
per la tutela dell'ascoltatore passivo. Ti chiedo tendeziosamente
se non consideri questa voglia di coinvolgimento un po' retorico
o se, altrimenti, non si dimostri più efficace, da questo
punto di vista, un linguaggio artistico basato sull'istallazione
sonora, in cui l'artista non c'è e il fruitore è libero
di fare quello che preferisce?
Non perseguo un'idea di interazione particolare col
pubblico durante i concerti, se non quella del loro ascolto e, talvolta
sì, un coinvolgimento anche personale, ma sono stati casi
sporadici, come ne Il Copiafavole al Piccolo Teatro Regio
di Torino nel 2000, dove nell'Ensemble ZONE sul palco c'era anche
una fotocopiatrice col suo operatore: e dentro di essa passavano
le mani degli interpreti che venivano fotocopiate. L'immagine veniva
poi virata in tempo reale attraverso le possibilità tecniche
della macchina, che consegnava al pubblico il risultato: le mani
dei musicisti con parti dei loro strumenti, cioè i loro veri
autografi.
L'ascolto passivo, in realtà, non esiste, neppure al supermercato
e tanto meno per strada con l'mp3.
A parte la violenza dell'ascolto obbligato (ristoranti, bar etc.),
il resto è auto-attivazione continua, quasi onanistica,
di un'illusione. L'ascolto "mentre" si cammina o altro,
colora le azioni e i luoghi di immagini interne depositate dallo
zapping quotidiano. Questi "ascolti mentre", sono ricerca
e rimestamento di scorie che mai fuoriescono. Nella generalizzata
assuefazione, diventano parte di una second life che scorre
a noi parallela. Purtroppo, quindi, e da tempo, questo ascolto non
è già più passivo, ma frutto volontario di
ricerca e godimento. In poche parole, un biberon.
Tra le tue collaborazioni troviamo anche figure
come Keith Emerson e Bernardo Lanzetti. Col primo, in particolare,
hai messo a punto un progetto di trascrizione da Tarkus.
Quando la musica classica si avvicina al pop o al rock il rischio
del kitsch crossover è sempre dietro l'angolo. Hai pensato
a questo rischio?
Sì ci ho pensato, ma proprio solo quando è
arrivata la proposta dalla VictorJapan, in quei momenti iniziali
in cui si pensa a tutto. Poi ho scrollato le spalle perché
ero sicuro che non avrei fatto un kitsch crossover, anzi, in parte
ho inteso fare l'operazione inversa a quelle famose di Emerson:
appropriarmi io di un linguaggio che solo in parte mi apparteneva,
ma NON per farlo diventare "classico", bensì utilizzando
gli strumenti classici in una veste che essi spesso rifiutano e
che invece nella storia della musica hanno più volte indossato
prima di confinarsi in Conservatorio.
Intendo dire la veste del virtuosismo che rilegge un repertorio
popolare o ad esso si ispira, o quella dello stravolgimento dei
ruoli per cui un tomtom viene accompagnato dal quartetto d'archi,
o di una chitarra che deve addirittura suonare un po' più
piano per inserirsi con proporzione in un fugato appena minimalista.
Sembra un pout pourrì, ma è una visione coerente della
storia della musica vista dalle partiture e non dalla cronologia
di un manuale.
In certi tuo brani, ma in realtà sembra
essere quasi una caratteristica del tuo linguaggio, l'uso del montaggio,
del trattamento dei suoni e della molteplicità delle direzioni
ricorda molto da vicino un tipo di sperimentazione sul linguaggio
elettronico che in Italia ha avuto un'importantissima avanguardia.
Non credi che una delle caratteristiche che distingue compositori
come te e quelli attivi fino a qualche anno fa (Nono o Maderna)
sia proprio la densità di eventi e di sviluppi sonori per
unità di tempo? Ovvero quello che succedeva in venti minuti
di Contrappunto dialettico alla mente o in otto di Continuo
può oggi svelarsi in pochi secondi?
Ti ringrazio degli accostamenti e della franchezza.
La risposta lo sarà altrettanto. Proprio pochi giorni fa,
in un'intervista col musicologo François-Régis Lorenzo
per un convegno all'Università di Paris-Nanterre, rispondevo
a una domanda sull'eredità di quei due maestri, in relazione
al loro impegno politico e sociale. Bene, già è difficile
vivere coerentemente un'eredità, poi arrivano le persone
come te, che riflettono cioè su queste cose, e sembra provino
gusto a rigirare il coltello nella piaga, dandomi in realtà
la sensazione di un toccasana "etico", che continuamente
stimola a non dimenticare e a non abbandonarsi ad una invenzione
superficiale.
Non tanto i temi di quei maestri, dicevo in quella risposta, ma
l'idea stessa di occuparsi di temi sociali è un'eredità,
e così pure, aggiungo ora spinto a rifletterci, per i trattamenti
dei materiali sonori.
Quella che appariva densità di eventi era, come oggi, una
sincerità e una visione coerente della storia: una volta
conosciute certe cose non è più possibile evitarle.
Una volta aperta la strada della densità, ad esempio, non
è più possibile rallentare l'ascolto. Così
come i clavicembalisti supplivano alla impossibilità di fare
un crescendo dinamico con l'aumento proprio della densità,
oggi io, forse nella impossibilità di rinunciare alla bellezza
del molteplice, moltiplico la velocità di scansione, vorrei
moltiplicare la velocità di lettura del pubblico e magari
"scenderemo nel gorgo muti", ma intanto il mondo esplorato
si è dilatato. Talvolta mi sento come un esperto in nanotecnologie,
perso in una enorme molecola ingrandita.
maggio 2007 © altremusiche.it / Michele Coralli

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L'intervista
è disponibile anche in formato:
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