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Tra il 1955 e il 1983 a Milano si sviluppa una delle
esperienze musicali più importanti del Novecento. Riunisce
i nomi più significativi della neo-avanguardia in un momento
di grandi rivolgimenti storici e fermenti culturali per un continente,
l'Europa, uscito a pezzi dal secondo conflitto mondiale. Si chiama
Studio di Fonologia e raccoglie, oltre che le macchine più
tecnologicamente avanzate dell'epoca, anche i musicisti più
raffinati, che lì convergono non solo per lavorare in una
sorta di fabbrica dei rumori e degli effetti speciali di supporto
alla produzione di programmi radiofonici della RAI, ma anche per
produrre la prima vera musica elettronica che in Italia sia mai
stata elaborata. Dopo il pensionamento di Marino Zuccheri, il tecnico
del suono che è indissolubilmente legato alla totalità
della storia dello studio, la struttura viene smantellata e le macchine
riposte in cantina. Ora, dopo molti anni, per la caparbietà
di persone come Maddalena Novati, responsabile dell'archivio RAI
che conserva molti di quei preziosi lavori, il gruppo di telai che
contengono oscillatori, amplificatori, filtri e altri marchingegni,
vengono esposti al Museo degli Strumenti Musicali del Castello Sforzesco
di Milano. Un'occasione unica per vedere un pezzo di storia della
musica che appartiene al patrimonio culturale collettivo.
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L'intervista a Maddalena
Novati è disponibile anche in formato mp3 [14.554 k]:
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Volevo iniziare dalla fine, cioè da quando
Marino Zuccheri chiude quella porta e lo Studio di Fonologia scompare.
Cosa è successo da allora fino ad oggi?
Dopo che Marino Zuccheri andò in pensione lo
studio venne chiuso e nessun altro compositore o tecnico vi mise
più piede. Dato che i locali servivano, le apparecchiature
vennero mandate alla RAI di Torino perché avrebbero dovuto
essere alloggiati in un futuro museo della Radio. Nel museo però
non trovarono posto perché troppo ingombranti. Nelle piccole
bacheche che erano state allestite furono messi solo i cimeli marconiani.
Quindi queste macchine furono messe nei depositi della RAI, lì
furono fortunatamente protette e, insieme a tutte le altre apparecchiature
dismesse, archiviate e catalogate. Sapendo che erano alloggiate
lì, attraverso le schede d'archivio siamo riusciti a ritrovare
più o meno tutte le macchine della Fonologia.
C'è qualcosa che manca?
Sì mancano quattro magnetofoni: due mono e
due stereo, cioè a 1 e 2 piste. Sono rimasti invece i due
magnetofoni a 4 piste. Queste macchine le ho trasferite con l'aiuto
del direttore del Centro di produzione di Milano, il dott. Ferrario,
nel 2003 e da allora erano visibili alla RAI di Milano in corso
Sempione. Fatto questo primo passo, nulla di vieta di ritornare
con più calma a Torino, alla luce anche di tutti gli studi
che sono intervenuti fino ad oggi, e vedere se troviamo qualcosa
di similare, non dico gli stessi, ma qualcosa che possa comunque
essere esposto in loro vece.
Al di là delle macchine c'è questo
importantissimo archivio di materiali musicali. Che lavoro è
stato fatto?
Per fortuna i nastri sono rimasti a Milano e non hanno
subito spostamenti. Sono stati tutti custoditi in un armadio. Quando
il mio diretto superiore andò in pensione nel '95 mi diede
le chiavi di questo armadio e da allora ho iniziato ad occuparmi
di questi nastri. Li ho catalogati, perché esisteva una catalogazione,
ma molto sommaria e lacunosa, dato che praticamente comprendeva
un terzo dei nastri che rimanevano. Ci sono infatti circa 400 nastri
analogici a 4 piste, oppure a 2 piste o a 1 pista. Sono stati catalogati
ed è stato fatto, tra il 1995 e il 1998, un primo riversamento
in digitale a 16 bit / 44 kHz, perché all'epoca la tecnologia
permetteva questo. Adesso che si arriva a 24 bit / 96 kHz stiamo
rifacendo un secondo riversamento, anche perché purtroppo
le tecnologie avanzano e il dramma di ogni archivio è quello
che ogni dieci anni si deve rifare la digitalizzazione o perché
non ci sono più i supporti che leggono questi dati informatici
digitali o perché comunque si deteriorano. Paradossalmente
sono più stabili i vecchi nastri del '55. Questi continuano
a restare in ottimo stato e continuiamo a leggerli, mentre nei supporti
digitali perdiamo le informazioni a distanza di 10, 12 o 15 anni.
Nelle composizioni costruite su 4 piste immagino
che sia stato un lavoro di editing. Su quali principi vi siete basati?
No, nessun lavoro di editing, il riversamento è
stato fatto sui criteri del restauro conservativo. Il primo passo
è stato quello di prendere il supporto originale e cercare
di riprodurlo. Per fortuna il nostro laboratorio audio, Gianni Belletti
e i suoi collaboratori, hanno mantenuto i nastri campione di taratura
delle macchine analogiche, quindi sulle macchine analogiche, ritarate
esattamente come le macchine della Fonologia, sono stati riprodotti
i nastri. Questi sono stati direttamente riversati in digitale senza
il minimo intervento. Poi fatte due, tre o quattro copie. Una di
queste copie digitali è stata passata al laboratorio Mirage
dell'Università degli Studi di Udine con sede a Gorizia e
su di essa l'università ha fatto lavori di restauro, anche
in questo caso pochissimo invasivo, perché andando a restaurare
questo tipo di musica si rischia di far danno. Perché ci
sono le frequenze, ad esempio il rumore bianco o il fruscio sono
parte integrante della partitura, cioè è come togliere
un Do a un accordo di Do maggiore. Perciò se usano programmi
standard come de-noising, anti-rumble o anti-hum si toglie magari
parte del suono della composizione. Quindi anche tutti i restauri
che il laboratorio di Gorizia ha fatto sono stati fatti diciamo
manualmente, andando ad analizzare se c'era un degrado sull nastro,
ma non intervenendo certo su un fruscio.
Ci sono schemi dei compositori a cui vi siete riferiti
nel riversamento?
Il riversamento è avvenuto pari pari. Le 4
tracce analogiche sono state riversate su 4 tracce digitali, perché
questi nastri analogici erano usati per essere suonati in quadrifonia.
Il missaggio avveniva non tanto sui nastri, perché su ogni
traccia erano incisi i suoni che dovevano essere eseguiti in quel
momento, quanto invece da parte del tecnico del mixer che alzava
o abbassava 1 o 2 canali, oppure faceva girare il suono sui 4 altoparlanti.
In questo caso non è un discorso di riversamento, che come
ho detto è avvenuto pari pari, ma quando in concerto si vuole
riprodurre questa musica allora certamente ci deve essere un tecnico
del suono che sa come avveniva l'esecuzione, cioè come Luigi
Nono e Marino Zuccheri facevano questo lavoro. Ci sono alcune composizioni
fissate una volta per sempre, quindi basta prendere il nastro metterlo
sul magnefono e farlo suonare senza intervenire. Ma dove si deve
intervenire sui nastri, alzando o abbassando determinati canali,
in quel caso bisogna avere lo schema che ha lasciato Nono o Zuccheri
su come farli girare, cioè una specie di intervento da vivo,
di live electronics.
Gli schemi ci sono su tutte le composizioni in
archivio?
No su pochissime, ma sono anche pochi i nastri su
cui si deve intervenire dal vivo in questo senso: due o tre in tutto.
Qual è la sua valutazione dello Studio di
Fonologia nella storia della musica del secolo che si è appena
concluso?
È fondamentale. Lo Studio di Fonologia fu uno
dei tre studi, insieme a Parigi e Colonia, che negli anni '50 e
'60 produssero musica, iniziando il percorso di musica elettronica.
Nella differenza tra gli studi - Schaeffer che adottava la filosofia
della musica concreta e Stockhausen che adottava la filosofia della
musica elettronica, cioè della composizione di pura elettronica
attraverso gli oscillatori, quindi per sintesi additiva di suono
- lo studio di Milano invece compenetrò le due filosofie,
mise insieme i due pareri a volte contrastanti e produsse, a mio
avviso, la musica più bella di quel periodo. Ci sono dei
capolavori come Thema - Omaggio a Joyce di Berio, piuttosto
che Notturno, Continuo, Don Perlimplin, Ages
(che vinse il Premio Italia) di Maderna, che sono delle composizioni
insuperabili.
C'è quell'episodio celeberrimo del fischio
che aveva prodotto Luigi Nono nel momento in cui, visto come funzionavano
le macchine, torna a casa e crea uno schema teorico che poi si conferma
assolutamente sbagliato rispetto alla sue previsioni quando poi
torna in Studio. Questo episodio segna quasi il passaggio tra un
modo di comporre tradizionale, sebbene contemporaneo, e un modo
di comporre nuovo che ancora oggi si rifà soprattutto ai
materiali.
Mentre Berio e Maderna avevano un continuo feedback
su quello che facevano, partendo direttamente dal suono, senza cioè
schemi a priori, non dico che Nono fosse partito col piede sbagliato,
ma indubbiamente lui aveva prodotto a tavolino un certo schema che
poi non segnava il percorso voluto. Marino Zuccheri si prese un
po' gioco di lui, nel senso che vide subito che lo schema non funzionava
ma eseguì tale e quale il progetto di Nono e il risultato
fu poi questa accozzaglia di fischi che vennero fuori. Poi Nono,
essendo una persona estremamente intelligente, creativa e modesta
nel suo ruolo di compositore, si rese conto che era importante udire
che cosa venisse fuori da questi strumenti prima di fare dei progetti
numerici. Questo ha cambiato il suo modo di fare musica. Ovviamente
poi è diventato talmente padrone degli strumenti tecnici
da poter fare a priori schemi sapendo in anticipo cosa veniva fuori
dalle macchine. Finché uno non sa come suona uno strumento
non può. È come se io in uno strumento di tipo tradizionale,
senza sapere come suona, mettessi delle note al di fuori del range
del campo di frequenze possibili o se facessi eseguire delle note
troppo basse per l'estensione di un flauto traverso. Prima si cerca
di capire quali note ha in repertorio il flauto e poi si scrive
per flauto. Questo forse è stato l'errore di gioventù
di Nono.
Stiamo parlando infatti di una fase di sperimentazione
in cui mancava la prassi.
Adesso noi abbiamo una letteratura alle spalle che
ci può permettere di criticare o di sapere già che
cosa succede, seguendo determinati metodi compositivi. Allora i
metodi li trovavano, cioè li stavano creando loro, per tentativi
ed errori, come è successo anche a Leonardo.
Giacomo Manzoni parlava di un clima molto libero
che si viveva all'interno dello studio. Una situazione quasi idillica.
Sì anche perché erano tutti legati da
profonda amicizia. Mi raccontavano che Cathy Berberian, moglie all'epoca
di Luciano Berio, quando tornava dall'America - e Berio stesso quando
tornava dai corsi che teneva alla Juilliard School o da Tanglewood-
portava pacchi di musica jazz che allora in Italia era difficile
da trovare. Si trovavano a casa di qualcuno, o di Roberto Leydi
piuttosto che di Maderna o Berio, e suonavano a quattro mani e cantavano,
leggendo tutto questo repertorio, assimilato e cantato assieme,
con Sandra Mantovani, moglie di Leydi, con Cathy Berberian, Fiorenzo
Carpi, Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Umberto Eco, la Milano degli
anni '50 che era strepitosa, un'epoca che probabilmente non tornerà
più. Questi, divertendosi al bar, giocando a boccette, parlavano
di musica, di filosofia, di ricerca e costruivano il pensiero del
Novecento.
So che si sta occupando di un libro sullo Studio
di Fonologia che spero sia una cosa definitiva sulla sua storia,
visto che se ne è sempre parlato in ambiti un po' troppo
spezzettati. Ha in programma una ricostruzione storica che parta
dall'inizio e arrivi alla conclusione?
Più che un libro sulla Fonologia questo voleva
essere un catalogo di ciò che abbiamo portato al museo, cioè
la guida per coloro che visitano il museo e che possono avere da
una parte la cronologia delle opere e la schedatura di tutti i nastri
che sono stati prodotti a Fonologia e dall'altra la schedatura di
tutte apparecchiature esposte, con due saggi introduttivi della
professoressa Angela Ida de Benedictis dal punta di vista storico-musicologico
e del professore Alvise Vidolin dal punto di vista storico-tecnologico.
L'ingegnere Antonio Rodà è colui che si è occupato
di fare con una tesi di dottorato tutto l'inventario della macchine
della Fonologia, da chi ha fatto il progetto, a chi le ha prodotte,
alla loro funzione, datandole dalla loro messa in esercizio alla
loro dismissione. Una sorta quindi di schedatura e catalogo della
sala. Parlare di un saggio sullo Studio di Fonologia dall'origine
ai giorni nostri no: ancora non ce l'abbiamo fatta.
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| settembre
2008 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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