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Meredith Monk

Intuito, sentimento, magia

 
di Giovanni Ramello
   

Ci sono personaggi che, nonostante i numerosi anni di militanza artistica, sono ancora oggi difficili da definire. Uno di questi è la poliedrica Meredith Monk, che ha esordito con l'avanguardia americana degli anni Sessanta e continua coraggiosamente a condurre un personale progetto di ricerca.

Conseguita la laurea presso il College Sarah Lawrence, Meredith Monk ha realizzato più di sessanta lavori di musica, teatro, danza e cinema, delineando progressivamente uno degli elementi centrali del proprio discorso artistico: l'interdisciplinarietà delle arti sceniche, concretatasi nel 1968 con la fondazione della proteiforme compagnia The House. Il fine è quello di "creare un'arte che abbatta le frontiere fra le discipline, un'arte che a sua volta diventi una metafora per aprire il pensiero, la percezione, l'esperienza. Un'arte che purifichi i sensi, che offra intuito, sentimento, magia. Che permetta al pubblico, forse, di vedere cose già conosciute in un nuovo modo" (da I miei obiettivi, sonetto divulgativo dell'autrice).

In particolare questa ricerca d'immediatezza espressiva, di semplice comprensibilità, contraddistingue Meredith Monk da molti degli artisti contemporanei che hanno cercato il valore della loro creatività in affermazioni nebulose. A tale proposito scrive Kyle Gann su "The Village Voice" (8 dicembre 1987): "Nietzsche presagisce l'autocoscienza dell'arte moderna in un assioma che merita di essere esposto nello studio di ogni artista: 'Chiunque sa di essere profondo, cerca la chiarezza, chiunque vorrebbe apparire profondo al pubblico, lotta per l'oscurità. Perché la gente considera profondo qualcosa, solo se non riesce a vederne il termine.' In America i compositori, ai quali non si applica tale critica, si possono contare sulla dita di una mano e Meredith Monk è una di questi."

Di fronte a tale sincerità di sentimenti, unita a una notevole "potenza creativa", non hanno tardato ad arrivare i riconoscimenti del pubblico e della critica. Meredith Monk ha ricevuto due borse di studio Guggenheim, un premio Brandeis per le Arti Creative, due premi Villager, una retrospettiva film/video al Whitney Museum of American Art nel 1985 e il premio National Music Theatre nel 1986. I dischi Dolmen Music e Our Lady of Late: the Vanguard Tapes sono stati insigniti nel 1981 e nel 1986 del premio della critica tedesca come migliori dischi dell'anno. In essi, ancora una volta, si ascolta una musica nuova, carica di emozioni e di comunicatività, in cui l'ascolto è inteso come "la dimensione assoluta della percezione" (Renata Molinari, La voce di Meredith Monk, un ascolto teatrale, in "Scena", gennaio 1982).

L'ascoltatore, con le sue impressioni, con i suoi sentimenti, diviene un soggetto attivo nel processo creativo. Confida infatti la Monk: "Vorrei aiutare la gente a sviluppare le sue facoltà auditive e, se non ci riesco, sarà un fallimento." L'elemento principale con cui sviluppare tale discorso è la voce, che diviene "un linguaggio, un mondo di continue scoperte" (Renata Molinari, ibidem). L'intenzione è quella di creare una musica vocale con uno stile personale, astratto ed emozionale, come nella pittura e nella danza.

Perciò, la maggior parte delle sue composizioni sono senza parole e la voce è utilizzata come strumento che prende le proprie sonorità dai versi degli animali, dalle canzoni dei bambini, da antiche forme di cantillazione, dalla tradizione vocale del "bel canto". "Essa è - scrive Alan Kriegsman in Mesmerizing Monk, da The Washington Post del 15 novembre 1984 - un sintetizzatore vocale umano che reinventa la tecnica e l'arte del cantare con una nuova composizione."

L'intervista si è svolta in occasione della conferenza stampa per il concerto torinese del 17 aprile 1990, nell'ambito della rassegna Musica 90. In tale data l'artista ha eseguito Songs from the Hill e Travelling, saldamente legati al suo discorso artistico dei primi anni '80.

Iniziamo con una domanda sulla danza, perché so che hai iniziato come ballerina...

"Ho cominciato con la danza e con la musica da bambina."

Cos'era allora e cos'è oggi per te la danza?

"Il concetto di movimento è ciò da cui trae origine il mio lavoro. Il gesto e il movimento sono ancora buona parte di quello che faccio. Fin da piccola non ho mai sentito la voce e il corpo come separati. Per esempio in Songs from the Hill la voce e i movimenti costituiscono un'unica espressione. In molti miei lavori teatrali coesistono teatro e musica, c'è il movimento che attraversa lo spazio, e le due cose, la danza e la voce, per me, fondamentalmente si equivalgono. Credo che la voce possa danzare."

Chi ti ha maggiormente impressionata nella danza?

"Non credo che ci sia qualcuno in particolare; per diverse ragioni ho tratto i miei movimenti nel corpo, nel mio particolare corpo. A scuola ho avuto due maestre: Bessie Schönberg, una tedesca che venne in America negli anni '30 e lavorò con Marta Graham. Bessie incoraggiava i propri allievi a trovare una personale maniera di lavorare, seguendo una personale strada per costruire la propria danza - un po' come costruire per costruire una casa. Un'altra insegnante importante è stata Beverly Schmidt, un esempio straordinario di realizzazione del proprio stile, costruito sul suo corpo, un corpo grosso con grosse mani, grosse ossa. Lei ha trovato i movimenti adatti alla sua conformazione fisica. Ancora riguardo a Bessie Schönberg, ricordo che lei insegnava anche canto, così io potevo cantare e danzare nel medesimo tempo, una fantastica esperienza."

Il tuo linguaggio artistico è oggi usato in forme più commerciali, come nel caso di Laurie Anderson. Cosa ne pensi di esperienze come queste?

"Non ho dei pensieri specifici, ognuno ha la propria via da seguire. Il mio fine è di arricchire gli altri e voglio seguire questa strada. Voglio seguire la mia direzione e le forme commerciali non mi interessano granché. Ciò non significa che non ami il rock'n'roll o altro. Quello che personalmente mi interessa è cercare una nuova forma. E' una maniera diversa di lavorare. Penso che il lavoro di Laurie sia più un compromesso con la cultura presente, non mi sembra che cerchi di fare qualcos'altro, lei lavora con quello che c'è già, con le forme che ci sono già. Per me, invece, è importante non dipendere dal tempo, dove 'essere senza tempo' significa ricercare delle qualità universali. Questo è il lavoro che ho cercato di fare negli ultimi dieci anni."

L'uso della tua voce evoca generi musicali diversi...

"Sì. La mia speranza è che la mia musica possa avere l'energia del rock'n'roll, la flessibilità del jazz, la precisione della musica classica. Questo è quello che voglio dalla mia musica, una musica per gli esseri umani, per tutti gli esseri umani. Siamo in un momento speciale, in cui abbiamo la possibilità di un'apertura totale, perché ora stiamo vivendo in una specie di villaggio globale, dove ci può essere un'integrazione reciproca."

Che differenze pensi che esistano tra la tua musica suonata dal vivo e quella riprodotta da un cd?

"Come dice Manfred Eicher, nessuno può tollerare gli errori. Se ascolti i dischi sono perfetti, però non ci sono contenuti emozionali, tutto è perfetto, mentre se vai ad un concerto c'è sempre qualche errore. Manfred conserva una registrazione con una particolare forza spirituale, anche se c'è sempre qualche errore. Io mi lamento per l'errore, ma lo apprezzo e lo rispetto, perché quello che dice, in un certo senso, è giusto. La performance può essere bella ma, magari, un'altra perfetta può non avere la medesima qualità. Meglio lasciare l'errore e la qualità. Ma questo è piuttosto raro nell'industria discografica."

Hai sempre sostenuto un'arte interdisciplinare. Qual'è il significato della musica all'interno di questo tipo di arte e, conseguentemente, qual'è quello della voce?

"Questa è la direzione che ho seguito negli ultimi dieci anni. Si potrebbe dire che la musica e la voce costituiscono l'arte del mio lavoro, perfino quando lavoro insieme ad altri elementi. La voce e la musica sono espressione dell'arte, anche se vi aggiungo la gestione delle immagini, delle luci e qualsiasi altra cosa. Nei pezzi teatrali ci sono movimenti nello spazio, ma anche la musica è movimento nello spazio e ogni mio movimento ha un'altezza musicale, ogni mia musica ha un'altezza fisica. Penso a come mettere insieme tutti gli elementi, come orchestrarli. I ritmi, con cui queste parti si muovono, costituiscono il mio principale interesse e questo lo puoi anche vedere nei miei film, come in Book Days, in cui la maniera con cui unisco le parti è più musicale che letteraria."

Anche nelle antiche civiltà c'è sempre stato un approccio multidisciplinare all'arte, basti pensare alla tragedia greca.

"Certamente. Io guardo alle antiche culture quando faccio queste affermazioni e mi riferisco anche alle culture non occidentali. Questo mi dà coraggio. In Occidente abbiamo separato le cose, creando specializzazioni: una cantante sa solo cantare, una ballerina solo danzare, un musicista sono suonare. In America sto lavorando a una grande opera per la quale ricerco artisti che sappiano cantare, ballare e recitare, e non puoi immaginare quanto sia difficile. I cantanti non hanno affatto il concetto di movimento e i ballerini si muovono benissimo, ma non hanno una voce sufficientemente forte...

 
da: "Auditorium", n.5, 1990 © Auditorium Edizioni  
Su am: vedi la recensione di "Mercy" di Meredith Monk