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Entra in scena come un intruso, si aggira nell'area
in cui viene eseguita l'opera mobile di Tristan
Honsinger, Galleria San Francesco, messa in scena durante
l'ultima edizione di Angelica, uno dei rari festival italiani dedicati
alle musiche eterodosse, tra sperimentazioni e avanguardie. Poi
ha inizio la sua incredibile esibizione, candidamente surreale.
Stiamo parlando di Misha Mengelberg, pianista ucraino/olandese,
figura storica della scena improvvisativa che dagli anni '60 si
ritaglia uno spazio ai confini tra free jazz e musica contemporanea.
Ieri per me è stata una sorpresa vederti
eseguire una perfomance come quella all'interno dell'opera di Honsinger.
La cosa più soprendente è stata sentirti cantare in
quel modo quasi infantile, a tratti stonato. La mia domanda un po'
provocatoria è: dov'è che ha imparato a cantare?
"Non ho mai imparato a cantare, ma qualche volta
lo faccio. In questo caso ho seguito l'idea di Massimo Simonini
di mettere in scena una perfomance cantata. Non diversifico la mia
attività in modo così rigido, se ho voglia di cantare,
allora canto. Nel contesto dell'opera mi sono detto che il canto
sarebbe stata una parte importante della perfomance."
Quando hai pensato a quest'opera, ha deciso di
fare qualcosa di collegato all'atmosfera di ciò che stava
avvenendo o non ci hai badato (visto che la sua esibizione era collocata
tra due scene specifiche)?
"Sì, in qualche modo la mia esibizione
era collocata in quel contesto. Penso che non sia stata una cattiva
idea da realizzare. Tristan mi ha parlato dell'opera e anche dello
spirito della manifestazione. Così abbiamo trovato il modo
di inserire la mia esibizione. Penso che lui abbia un certo talento
nella dimensione teatrale. Qualunque cosa che faccia è chiara
la sua forma e il proposito della cosa, anche quando non c'è
alcun proposito."
Anche il tuo modo di esibirti ha una forte espressività
teatrale.
"Ho fatto parecchio teatro negli anni Settanta
e Ottanta. Le attività della Istant Composers Pool Orchestra
erano fondamentalmente connesse alla perfomance teatrale. Una settimana
all'anno spendevamo un bel po' di soldi in qualche allestamento
teatrale e abbiamo continuato fino ai primi anni '90. Poi le sovvenzioni
che ricevevamo cessarono. All'epoca mi davano per quelle manifestazioni
all'incirca 50.000 fiorini a fondo perduto. Ora non ci sono più
artisti in Olanda che possano mettere in piedi certi tipi di progetti.
Da quel momento in poi ci siamo messi a fare concerti e non più
teatro. E' un peccato perché una delle cose importanti nell'esistenza
dell'ICP era appunto la sua dimensione teatrale."
Il tuo rapporto con il teatro quando nasce?
"Ho sempre avuto molte relazioni con il mondo
del teatro, ho anche insegnato in una scuola teatrale per dieci
anni. Ho scritto un sacco di musica per compagnie teatrali professioniste.
Ho sempre avuto molte ambizioni nell'ambito del teatro, forse finalizzate
a grandi cose. Ma molte delle situazioni che ho usato in questi
contesti teatrali sono salite sul palco, nel corso degli anni, anche
nei concerti."
Sei stato parte anche del movimento Fluxus, area
in cui molte arti sono entrate in sinergia.
"Sì, è vero. Anche il Fluxus aveva
in sé molti momenti teatrali. Per me si è trattato
di un breve periodo. Penso che il Fluxus finì all'incirca
dopo la metà degli anni '60, già nel '67 era completamente
esaurito. Fino a quel momento, a partire dal '64, ho tenuto ottimi
contatti con molti artisti Fluxus come Tomas Schmit e alcuni artisti
americani."
Yoko Ono forse?
"No, non lei. Sapevo che in qualche modo faceva
parte di quel movimento ma non so in che modo e nemmeno che cosa
facesse. Non penso che la sua influenza sui Beatles sia stata in
alcun modo felice. Il gruppo non esisteva già più,
ma forse tutto è andato come doveva andare. Due o tre Beatles
non erano certamente coinvolti nel Fluxus come "gioco della
mente". Forse il marito di Yoko Ono, John Lennon lo era in
qualche modo."
Guardando indietro al tuo background, va notato
che hai degli studi classici alle spalle.
"Ho studiato Teoria e Composizione al Conservatorio.
Avrei dovuto spendere giorni interi ad analizzare migliaia di composizioni
classiche come le sinfonie di Beethoven, ma non lo feci molto. Quello
a cui ero indirizzato in quel momento, cosa che ancora adesso è
molto importante per me, era analizzare Thelonious Monk. Le lezioni
di analisi le ho impostate non su vecchi lavori del diciannovesimo
secolo, ma su quello che facevano Albert Ayler o Monk."
Questo avveniva attraverso le trascrizioni?
"Sì, ho scritto parti che poi ho analizzato."
E cosa ha scoperto da quelle trascrizioni?
"Ho scoperto che Monk era un armonista, cioè
un compositore che utilizzava le funzioni armoniche in modo da creare
una sorta di processo che, attraverso tali funzioni, portava le
armonie a reggersi da sole senza che ci fosse la necessità
di ulteriori sviluppi. In tutta la musica di Monk non c'è
molto sviluppo, bensì una sorta di status quo, per quanto
riguarda l'armonia."
Uno degli luoghi comuni che riguardano Monk è
che egli fosse in grado di fare delle scoperte attraverso i suoi
errori.
"Non penso che gli errori riguardassero lui,
quelli sono la mia specialità. Monk creava sculture, statue
fatte di elementi armonici. Penso che sia stato un grande talento,
l'ultimo di quelli che hanno esplorato possibilità armoniche
ancora ignote. Naturlamente ho visto strutture che si sono evolute
in termini di funzioni armoniche anche nella musica pop, ma in molti
casi le conoscenze sono state semplicemente dimenticate. Sembra
quasi che non fosse necessario inventare certe cose negli anni '60
e '70. Allo stesso tempo sembra anche che tutto sia stato già
inventato. Il secolo scorso ha esaurito le ultime possibilità
di ricerca armonica."
Per te, quindi, oggi non si può più
parlare di musica pensata in senso armonico?
"La musica armonica è sorpassata e per
me non è più sottoponibile a ulteriori esplorazioni.
Possiamo dire semplicemente che è morta e che niente di nuovo
esce in questo ambito. Nel caso di Monk invece c'era ancora spazio
per l'invenzione, anche perché lui non era molto interessato
alle risoluzioni, a come procedere nello sviluppo delle funzione
armoniche. Credo che questa possa essere vista come un'espressione
tipica, una nuova formalizzazione della musica. Egli ha pensato
ad una nuova forma delle atmosfere armoniche. Molte degli accordi
che suona non hanno risoluzioni: parlando in termini di armonia
funzionale generalmente si inizia con un accordo di tonica e si
finisce con un accordo di tonica. Naturalmente Monk non era interessato
a questo. Si può dire che c'era una sola tonica che rispettava
e si trattava dell'accordo di Re bemolle, che è le meta a
cui è porta molta della sua musica. Ad esempio Crepuscule
With Nellie, uno dei suoi ultimi pezzi, ha una coda che vuole
dirigersi in un'atmosfera di Re bemolle. Ma ci sono molti pezzi
che portano da quelle parti: Well You Needn't potresti pensare che
sia interamente in Fa, ma poi arriva il bridge (il ponte, Ndr),
che saltella fino al Re bemolle, che ha anche in questo caso un
significato molto prominente. Naturalemnte tra Fa e Re bemolle c'è
una relazione di terza (i due intervalli distano tra loro una terza
maggiore, Ndr), ma Monk riesce a dare a questo movimento una tale
enfasi da farla sembrare la reale direzione del brano. Non ho studiato
solamente il suo modo di suonare in termini teorici, ma ho avuto
anche l'urgenza di ricapitolare il suo repertorio nel modo in cui
lui lo ha suonato. In qualche modo sono stato un "monklone".
Ho capito che questo era importante per me, perché volevo
provare che capivo e che potevo riprodurre la musica di Monk. L'essere
per certi versi un pappagallo mi ha consentito di avere delle soddisfazioni
nel mio lavoro teorico."
Di che tipo di armonia si avvale allora la tua
musica?
"Ho scritto cose che molti ascoltatori hanno
messo in relazione con Thelonious Monk e penso che questo non potesse
essere evitato. In effetti devo riconoscere che la sua musica ha
influenzato tutta la mia attività musicale, anche le composizioni
non strettamente jazz. Anche se, per quanto mi riguarda, la tendenza
a differenziare la mia musica di stampo più improvvisativo
e i miei lavori conservatoriali non esiste più. Sono sempre
maggiormente interessato all'improvvisazione, perché non
si ha il tempo di riconsiderare niente. Una cosa bisogna farla bene
la prima volta. E' una questione di disciplina: bisogna riuscire
ad elaborare cose che tu hai concepito e questa situazione riguarda
solamente te stesso. Improvvisare è un modo di ricapitolare
le capacità della tua mente e le tue possibilità in
quanto essere pensante."
Sul lato più accademico hai anche un passato
a Darmstadt. Ce ne vuoi parlare?
"Sono stato a Darmstadt tre volte, sia come
uditore e sia come una sorta di insegnante. Ho iniziato nel '58,
poi ritornai nel '61 e poi molto più tardi nei primi anni
Novanta. La prima volta incontrai John Cage, che era lì come
insegnante. Ero interessato al suo lavoro, ma ciò nonostante
non seguivo il suo forte impeto per la filosofia orientale e le
sue applicazioni musicali, nonostante nutrissi anch'io un certo
interesse per il taoismo cinese. Pensavo che il modo migliore per
entrare in contatto con quelle filosofie era di fare le cose che
volevo fare in modo che compissero il loro corso naturale. Nutrivo
una certa simpatia per Cage, ma non quella grande ammirazione che
molti giovani compositori nutrivano allora per lui. Preferivo allora
Stravinskij e ho apprezzato molto la seconda Scuola di Vienna. Ho
sempre avuto una profonda simpatia per Schönberg e Webern e
naturalmente a Berg, che ha composto brani eccellenti. Poi ho ammirato
compositori di quella generazione che continuava nel solco della
tradizione di Schönberg, come Stockhausen e Boulez, e molti
italiani."
Abbiamo parlato molto di armonia, che è
un concetto molto accademico. Quali altri parametri reputi importanti
per la tua musica.
"Il contrappunto. Per compositori come Mozart
era quasi un gioco, per me è il frutto di una mentalità
musicale rigorosa, anche se nel contrappunto ci sono forti elementi
di gioco. Insegno ancora contrappunto al Conservatorio di Amsterdam
ed è una delle poche cose che ho sempre considerate utili.
A suonare il piano puoi imparare da solo, così come si può
imparare l'armonia in due anni con un buon insegnante. Ma il contrappunto
è qualcosa che appartiene fortemente alla tradizione della
musica europea: il contrappunto di Palestrina viene insegnato in
Conservatorio."
Anche l'armonia occorre studiarla.
"Sì, ma in un tempo relativamente più
breve. Il contrappunto è un training che crea una metalità
musicale, anche oggi. Utile anche per i compositori delle nuove
generazioni. Occorre imparare a essere pazienti."
Come insegnante come divide la sua attività
tra improvvisazione e composizione?
"In Conservatorio dedico una mattinata al contrappunto,
all'armonia e all'analisi, un pomeriggio all'improvvisazione, che
avviene senza nessuna indicazione sistematica. Non suoniamo pezzi
di qualcuno. Siamo un gruppo di sei o sette persone che suonano
contemporaneamente e creano rumori. Io cammino in mezzo al loro
per cercare di ascoltare tutti e la maggior parte delle volte non
dico niente. Cerco di parlare personalmente con ciascuno, comunicando
le mie impressioni su come stanno sviluppando il loro suono. Ci
sono due pianisti, uno tedesco molto bravo, un altro israeliano,
c'è un bassista olandese..."
Sono tutti allievi del Conservatorio?
"No vengono anche da fuori. Devono pagare il
Conservatorio per seguire i miei seminari."
Attualmente collabora ancora con il Conservatorio
di Amsterdam?
"Ho organizzato in Conservatorio corsi analoghi
a questo per vent'anni. Ora sono semplicemente un insegnante ospite,
poiché, avendo superato i sessantacinque anni, sono in pensione.
Ma alcuni riescono ancora ad apprezzare le mie idee sui corsi che
tengo. L'ambiente accademico ad Amsterdam non è così
ottimale. Mi tollerano, cosa che ben diversa dal dire che mi vogliono.
Ma i dintorni di Amsterdam sono il mondo intero. E c'è gente
che ai miei corsi arriva dal Giappone, dalla Russia, Cina, dal Nord
e dal Sud America, e dall'Europa."
Lei si sente ancora un compositore in senso tradizionale?
"Sono stato compositore fino al '94 e mi sento
ancora compositore, anche se non compongo più. Ho smesso
di farlo quando ho scoperto che la composizione si stava troppo
intromettendo nell'improvvisazione e che l'improvvisazione si stava
intromettendo nella composizione. Sentivo che dovevo fare un scelta.
In quel momento avevo un certo numero di commissioni di composizioni
scritte per gruppi o orchestra. Usai alcuni miei nastri di musica
improvvisata. C'erano frammenti che potevano andare molto bene ad
esempio per il quartetto d'archi che stavo scrivendo. Ma mi accorsi
che quello che stavo facendo era rubare la mia stessa musica. Così
la feci finita. La scelta è stata difficile perché
quando decidi di diventare un improvvisatore tutti i benefici dell'essere
un compositore cessano. In quegli anni avevo uno stipendio di 40.000
fiorini come compositore. Quando hanno visto che non componevo più
non mi hanno più pagato. Ora ho una specie di sovvenzione
dallo Stato olandese, non per la composizione, ma per la mia attività
di improvvisatore. La ragione di questo, visto che le sovvenzioni
le danno solamente ai compositori, è che mia attività
di improvvisatore sembra essere correlata alla mia attività
compositiva del passato. Secondo loro, uso i metodi della tradizione
occidentale europea all'interno delle processo improvvisativo. Cosa
che, più o meno, è corretta. Comunque l'opportunità
che ho avuto non l'ha mai potuta avere quasi nessun altro. In passato
nessun musicista ha avuto la possibilità di scegliere tra
l'improvvisazione e la composizione: Mozart per quanto ne sappiamo,
e le cronache ce lo dicono, era un grande improvvisatore, Beethoven
e Bach allo stesso modo erano eccellenti improvvisatori. Uno per
cui fu difficile poter scegliere era Chopin, che fu più grande
come improvvisatore che come compositore. Anche da molti pezzi,
che si possono analizzare oggi, si capisce che ci sono delle momenti
di variazioni che sono frutto della trascrizione di situazioni improvvisate."
Poi, nel Novecento, l'improvvisazione ha subito
un forte impulso, proprio per merito delle tecniche di registrazione
e della nascita del disco.
"Sì, certamente. Quello è stato
il maggior stimolo per l'improvvisazione. Le tecniche di registrazione
sono diventate così prevalenti da determinare l'evidenza
che il miglior modo di scrivere un pezzo è quello di registrarlo.
Ma rimane comunque il problema inspiegabile per cui un compositore
viene pagato per comporre, e un improvvisatore no."
Però i diritti d'autore vengono riconsciuti
anche agli improvvisatori.
"Sì, vengono pagati sui dischi. Ma la
cosa importante per me è che posso sopravvivere attraverso
la sovvenzione dello Stato, che ha riconosciuto l'improvvisazione
come forma di composizione. Penso che questo sia un processo naturale
che arriverà anche in altri paesi, forse tra vent'anni sarà
possibile anche in Italia. Come parte dell'Europa i cambiamenti
sono molto più rapidi ora."
E' ancora in contatto con musicisti come Han Bennink?
"Sì, anche lui riceve soldi dallo Stato
come improvvisatore. Ma anche lui è uno dei pochi per il
momento."
| da: "Strumenti
Musicali", n.255, luglio/agosto 2002 © VNU Business Publications
/ Michele Coralli |
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