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Giancarlo Locatelli è un giovane insegnante di clarinetto
e anche un musicista portato alla sperimentazione e all’esplorazione
di campi come quello della libera improvvisazione. Si è diplomato
nel 1985, ha partecipato a seminari con Gianluigi Trovesi, Steve
Lacy e Mal Waldron, oltre ad avere all’attivo una svariata serie
di collaborazioni con musicisti creativi di fama mondiale come lo
stesso Lacy, Barre Phillips, Zeena Parkins, Carlo Actis Dato e Peter
Kowald, per citarne solo alcuni.
Hai una solida
preparazione classica. L’interesse per il jazz è venuto dopo il
Conservatorio?
"Diciamo che come pratica quotidiana esclusiva
è venuta dopo, anche perché durante gli studi classici non si ha
il tempo. Devo dire però che, quando ho iniziato a studiare il clarinetto,
avevo già in mente questo tipo di musica."
Pensi che
chi studia clarinetto in Conservatorio senta l’esigenza di trovare
altri stimoli al di fuori di quei repertori?
"Conosco molti compagni di studi che, per non
aver trovato una collocazione in orchestre o in gruppi da camera,
hanno perso molti stimoli e sono passati in alcuni casi al sassofono,
altri hanno smesso addirittura di suonare. Questo discorso può valere
per molti strumenti che non hanno una richiesta tale da poter essere
assorbiti in blocco. Molti rimangono fuori. Oggi in ambiti jazzistici
c’è un ritorno al clarinetto, anche per merito di musicisti come
Don Byron e Michel Portal, o per il recupero delle tradizioni etniche.
Anche nell’improvvisazione c’è una riscoperta di tutta la famiglia
dei clarinetti: ad esempio il clarinetto basso, il contralto e il
contrabbasso."
Quali sono
i repertori classici e quali quelli jazzistici?
"Quello classico è molto ricco: da Mozart in
avanti c’è solo da scegliere. Tanto per citarne qualcuno: le sonate
di Brahms, Weber, Stravinskji, la sequenza di Berio, i pezzi di
Scelsi, Lachenmann. Dal punto di vista jazzistico non esiste un
vero e proprio repertorio legato allo strumento."
Qual’è allora
il tuo metodo di insegnamento?
"Con i miei allievi utilizzo inizialmente materiali
legati all’iter accademico. Ci sono poi una serie di metodi non
strettamente legati al clarinetto, ovvero i patterns, le scale,
lo studio delle questioni armoniche e delle possibilità intervallari.
Nel jazz è importante lo studio del materiale armonico-melodico
e della pronuncia. Non si studia solamente sui metodi (ce ne sono
tanti sul sassofono e sulla fraseologia jazzistica) ma soprattutto
si apprende il modo di suonare da altri musicisti attraverso l’ascolto."
Quale parte
del tuo insegnamento privilegi?
"Penso che la questione fondamentale sia lo
sviluppo del suono attraverso le solite note lunghe, le scale, gli
arpeggi, lo studio degli armonici (che non avevo mai affrontato
studiando classica), gli esercizi respiratori sullo strumento; sono
cioè tutte quelle cose che accompagnano chi suona uno strumento
a fiato dall’inizio alla fine della sua carriera. Occorre dire che
nell’ambito classico il suono è molto più codificato, anche se poi
c’è spazio per l’interpretazione. Nel jazz il suono è più personale
e certe caratterizzazioni rendono inconfondibile un musicista. Quello
che cerco di fare è proprio di stimolare il suono caratteristico
di ogni allievo, anche attraverso la ricerca del bocchino che meglio
si adatta. E’ una questione molto importante il rapporto tra apertura
del bocchino e ancia utilizzata. Io, ad esempio, uso un bocchino
molto aperto con ance relativamente morbide, cosa che non andrebbe
bene per eseguire un repertorio classico."
Prima hai
accennato ad alcuni metodi che usi. Ce ne vuoi parlare?
"Per quanto riguarda l’impostazione tecnica
seguo metodi in uso nei Conservatori come Jean Jean o Gambarino,
ma anche metodi che hanno altre provenienze come quello di Alfred
Uhl. Per quanto riguarda il jazz le cose si complicano. I metodi
di clarinetto per assimilare la pronuncia con uno studio graduale
di pezzi strutturati in modo progressivo non esistono e sarebbe
bello che qualcuno lo scrivesse. Si utilizzano metodi per sassofono
che sono abbastanza brutti, mentre c’è un volume che raccoglie duetti
di Lee Konitz troppo difficile."
L’ascolto
diventa quindi molto importante.
"Importantissimo. Quando l’allievo ha risolto
certi problemi e ha assimilato la pronuncia corretta, l’insegnamento
può spostarsi sulle trascrizioni di assoli jazzistici. In genere
faccio ascoltare a ciascun allievo i musicisti che più si avvicinano
al loro modo di suonare. Poi loro scelgono i brani trascrivibili
a seconda del loro livello. Per me questo è uno dei punti fondamentali,
sebbene sia un aspetto abbastanza trascurato nelle scuole di jazz.
È vero che ci sono moltissimi materiali trascritti e basi preregistrate,
ma possono essere utili solo se usati in maniera oculata."
La trascrizione
facilita un rapporto ragionato con la musica.
"Esatto, la trascrizione sviluppa le capacità
di ascolto e di percezione, facilita l’assimilazione di materiale
melodico e armonico direttamente sul campo, piuttosto che passando
da una via puramente teorica. Ci vuole più pazienza (per trascrivere
un solo ci si può mettere anche un mese), ma alla lunga può dare
ottimi risultati. A partire da moduli melodici tipici, io invito
a ricreare poi delle frasi. Una cosa che cerco di evitare è l’omologazione,
essendo il grande pregio del jazz quello di far sviluppare un modo
molto soggettivo e personale di suonare. Una grande soddisfazione
è vedere i miei allievi che suonano tutti in modo diverso e personale
e non riproducendo il mio modo di suonare."
| da:
"SCUOLAmadeus", n.3, 1999 © Paragon / Michele Coralli |
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