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Tristan Honsinger è stato quest’anno (2002)
uno dei responsabili, insieme a Massimo Simonini, della forma-contenitore
della dodicesima edizione del festival di Angelica.
La sua “Galleria San Francesco”, opera mobile con libretto di Ermanno
Cavazzoni, determina un nuovo spazio scenico in cui si aprono finestre
per le performance degli aritisti ospiti. Parliamo con lui dell’opera
(definita mobile proprio per la sua dinamicità di struttura
ad incastro), ma anche del suo passato di musicista legato all’ICP,
alla Company di Derek Bailey e a Cecil Taylor.
Come sei arrivato ad Angelica e come è
nata l’opera mobile?
"Non è nata in Italia. Avevo un amico
che possedeva ad Amsterdam uno studio enorme, completamente vuoto.
Così ho pensato che sarebbe stata una bella idea realizzare
qualcosa in un grande spazio, senza le convenzioni del teatro. Ho
pensato molto a come sfruttare questa situazione. Così quando
Massimo Simonini è venuto ad Amsterdam per un convegno abbiamo
parlato per la prima volta di “Galleria San Francesco”. Successivamente
sono andato in America per tre mesi e poi in Italia per un concerto.
Massimo allora mi ha proposto di realizzare l’idea della galleria
l’anno successivo. Così è nata l’opera mobile."
E’ la prima volta che ti confronti con uno spettacolo
di tipo narrativo?
"Ho già lavorato nell’ambito teatrale
e narrativo con Aleks Kolkowski, che fa parte della compagnia dell’opera.
Abbiamo fatto due messe in scena teatrali, che mi hanno aiutato
a pensare a una struttura per quest’opera, anche se la “galleria”
è molto più complessa."
Parlaci allora della genesi dell’opera a partire
dal libretto.
"Massimo ha pensato subito a Ermanno Cavazzoni
per la stesura del libretto. Io ho scritto una storia da cui lui
ha ricavato i dialoghi. Il risultato ottenuto è perfetto.
La storia è una favola surreale, che ha come protagonisti
diversi animali e situazioni paradossali. Cavazzoni si è
trovato benissimo in questo contesto."
Di cosa parla l’opera in due parole?
"Parla un tricheco, due corvi, una vecchia che
si ritrovano in una biblioteca. Ognuno di loro cerca qualcosa. Ma
c’è anche una storia d’amore che è un simile ad una
soap opera. C’è una coppia, Carlo e Perugia, il cui ruoli
vengono interpretati da diversi elementi della compagnia. La terza
storia è difficile da spiegare, ma riguarda l’ambiente e
l’atmosfera che c’è attorno a queste scene. Uno sfasamento
di luoghi particolari: un bagno turco, una barca, lo zoo, il bosco,
il bar. La storia intreccia questi luoghi."
La musica si è uniformata alle parole del
libretto o era stata composta in precedenza?
"No mi sono basato sulle sue parole. Metà
dell’opera è stata composta, l’altra metà si compone
di strutture improvvisate sopra dei testi. Sono due concetti diversi.
In tutto sono 33 scene, alcune di queste sono senza testo. Ci sono
le vicende di Carlo e Perugia, poi la storia del tricheco, dei corvi
e la vecchia, ma non c’è un ordine."
L’opera viene messa in scena in sei giorni diversi.
Cosa succede a partire dal primo giorno?
"Segliamo nove scene, che non sono in una sequenza
narrativa. Il secondo giorno sette, poi altre nove, eccetera. Fino
a completare le 33 scene, che vengono narrate tutte, ma vengono
spezzate nelle sei serate."
C’è anche una struttura casuale nella scelta
delle scene?
"Il gruppo di scene vengono scelte insieme.
Per stasera ho una lista. Proviamo quelle che ho nella lista. Iniziamo
con un pezzo e finiamo con un altro pezzo, ma in mezzo non c’è
un ordine."
Una struttura quasi aleatoria.
"E’ un po’ diverso. Noi dobbiamo leggere cosa
fare. Qualche volta decido io perché bisogna andare avanti,
qualche volta invece ci chiediamo a che punto siamo. Anche se, all’interno
delle scene, quello che si deve fare è già stato deciso."
Pensi di portare questa esperienza anche in altri
contesti?
"Si può fare un concerto, ma non penso
che mi piacerebbe farlo in un teatro perché perderebbe il
senso. L’opera mobile è fatta per uno spazio così."
Lo spazio così ampio e l’acustica non eccelsa
abbassano il livello qualitatito del suono.
"Tutti hanno problemi, anche i fonici. Non è
facile realizzare spettacoli all’interno di strutture industriali
come questa. Non tutti gli strumenti sono amplificati, come la batteria
e i fiati, mentre pianoforte, archi e voci lo sono. Il problema
nasce quando un sassofonista che è potente si avvicina troppo
a un microfono, a volte la voce viene distorta perché è
troppo alto il suo volume. Però ogni sera anche i problemi
sono diversi."
Ho potuto notare che lo spettacolo è molto
ricco di ispirazioni diverse, ci sono momenti che stilisticamente
richiamano la musica improvvisata, il free jazz, i quartetti vocali
rinascimentali, gli spirituals. Vuoi parlarci di questa struttura
polistilistica?
"Quando lavori con dei testi ti accorgi che
una storia è molto ricca di situazioni diverse. Non ho pensato
di mettere un pezzo di dixieland accanto a uno di free jazz, ma
di mettere in collegamento delle situazioni, dei luoghi con delle
musiche, che sono sempre in relazione con il testo scritto. Ma anche
molte scelte sono state il frutto di discussioni comuni. Per esempio
si parlava delle albe, del passaggio dalla notte al giorno, e così
sono nati quei pezzi che sembrano rinascimentali. Ma poi ci sono
parti con improvvisazioni che vengono sviluppate."
Il sapore comune è rimane quello del free
jazz.
"Veniamo tutti dal free jazz. Anche se non mi
sento più un jazzista free. A volte suono ancora con musicisti
legati ancora a quella musica. Ma non è questo che voglio
fare."
Come hai iniziato a suonare e come ti sei avvicinato
a quella scena?
"Ero un musicista classico che suonava nelle
orchestre, ma poi mi sono stufato. Ho fatto qualche anno di esperienza
nella musica da camera, che mi piaceva molto. Finalmente ho iniziato
a improvvisare. Questo succedeva in Canada, dove mi ero spostato
nel ‘69, provenendo dagli Stati Uniti. A Montreal ho iniziato a
suonare un po’ di free jazz. Quando ho sentito i dischi che provenivano
dall’Europa, ho capito che il movimento di improvvisazione europeo
era più vicino a quello che volevo fare. Allora sono andato
in Olanda. L’inizio è stato abbastanza duro. C’era gente
molto tosta e dovevo studiare. Ho suonato per strada per sei mesi,
ogni giorno. Per me è stato come una scuola di avvicinamento
a un linguaggio. Dovevo creare un linguaggio e avevo molto tempo
a disposizione, poiché non avevo un lavoro. Suonare per strada
era molto divertente. Sono tornato ad Amsterdam e ho cominciato
a suonare con tutti quei musicisti che avevo conosciuto prima: Bennink,
Mengelberg, Derek Bailey, Alex Schlippenbach, Brötzmann, tutti
quelli della prima generazione."
L’avanguardia europea di quel tipo aveva più
connessioni con la musica colta contemporanea rispetto al free jazz,
a parte casi rari come Eric Dolphy o Anthony Braxton. Come musicista
classicico ti sei fatto notare subito per il tuo background?
"Soprattutto perché suonavo il violoncello,
che è uno strumento che non esiste nel jazz, perché
non aveva un suono adatto. E in fondo non sono mai stato un jazzista."
Hai anche fatto parte della Company di Bailey?
"Sì, suonavo per la strada a Parigi e
Bailey mi ha chiamato per suonare durante una pausa di un concerto
di Steve Lacy. L’avevo conosciuto prima ad Amsterdam e molti mi
consigliavano di suonare con lui. Così abbiamo fatto il disco
Incus come duo e dopo un anno è nata la Company. Ero con
lui all’inizio. Penso che sia stata un’esperienza importante anche
per gli scambi che c’erano con gli altri musicisti d’avanguardia:
Braxton, Leo Smith, Evan Parker, Lol Coxhill, Steve Beresford, Han
Bennink. Abbiamo fatto anche una bella torunée in Inghilterra
con dieci o dodici concerti."
Conosci Ernst Rejseger?
"Sì, abbiamo suonato insieme, anche se
non abbiamo fatto tante cose. E’ molto diverso da me, fa un altro
tipo di musica, ha un altro approccio. Suona in modo complesso,
difficile da descrivere, ma credo che sia un musicista importante
per il violoncello."
E Tom Cora?
"Anche lui. Soprattutto nell’ambito del rock
ibrido."
Ci sono altri violoncellisti che reputi importanti?
"Hank Roberts, così come Ahmed Abdul
Malik. C’è una brava violoncellista in Canada che si chiama
Peggy Lee."
A parte l’opera cosa fai oggi?
"Lavoro con ICP, con il quartetto di Tobias
Delius (che comprende Delius al sax tenore, Honsinger al violoncello,
Joe Williamson al basso e Han Bennink alla batteria, NdR) e ho un
gruppo di archi e batteria (Jean-Jacques Avenel al basso, Aleks
Kolkowski e Stefano Lunardi al violino e Louis Moholo alla batteria,
NdR). Scrivo anche musica per la danza e qualche cosa per il teatro.
A volte mi chiama Cecil Taylor..."
Con lui come è nata la collaborazione?
"All’Oktober Meeting ad Amsterdam a cui era
stato invitato Taylor. Tra i suoi progetti c’era quello di un’orchestra
estemporanea. Io facevo parte di quell’orchestra e così ci
siamo conosciuti. Con lui ho lavorato in diverse circostanze e anche
oggi capita di fare qualcosa insieme."
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| maggio
2002 ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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