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In un’infaticabile maratona promozionale che ha visto
Glass affiancare Scorsese nella presentazione italiana del film
Kundun e che si è andata
ad incastrare tra una serie impressionante di impegni professionali
da parte di uno dei compositori più richiesti, si inserisce anche
questo nostro incontro. Il personaggio, occorre dirlo, dimostra
una grande capacità comunicativa e le sue parole, così come la sua
musica, riescono con una naturalezza disarmante a semplificare questioni
dibattute come il rapporto tra il compositore contemporaneo e il
suo pubblico, l’industria discografica, il nuovo linguaggio musicale
e il tipo di fruizione che ne consegue, l’educazione musicale ed
altri argomenti “scottanti” come si vedrà di seguito. Naturalmente
siamo partiti dal cinema, mondo che Glass ha assiduamente frequentato
nel corso della sua carriera.
Il
rapporto tra il regista cinematografico e l’autore della colonna
sonora è assai peculiare. Come cambia il ruolo del musicista nel
cinema rispetto alla sua normale attività compositiva?
"Nel cinema il lavoro del musicista è sempre
da porsi in stretta relazione con quello del regista. Esiste tra
le due figure un contatto particolare: il musicista è comunque responsabile
di quello che sta facendo e deve rendere conto al regista, che crea
le condizioni di questo rapporto professionale. In altri casi, come
avviene ad esempio nell’opera, la situazione è molto diversa poiché
il compositore riesce a mantenere un’indipendenza molto più forte.
D’altro canto occorre dire che alcuni registi sono molto disponibili
e aperti alle idee dei musicisti, mentre altri sono molto chiusi.
Con i primi lavorare diventa molto facile, con i secondi più difficile.
Quando lavoravo con Godfrey Reggio condividevamo gran parte delle
cose e c’era un grande sintonia nel nostro lavoro, perché lui è
un regista a cui piace cooperare."
Quei
tipi di film erano
differenti da Kundun in quanto privi di uno sviluppo narrativo vero e proprio.
"Esattamente.
Con Reggio abbiamo discusso molto di più di quanto abbiamo fatto
ora sulla sceneggiatura scritta da Melissa Mathison. Nel caso di
Kundun c’era una storia da raccontare secondo un certo sviluppo
e Melissa aveva le sue idee molto precise su come narrare la storia.
Mentre con Godfrey si decidevano insieme anche l’ordine delle scene
e io potevo collaborare direttamente anche sotto l’aspetto filmico.
Con Scorsese questo non è stato possibile. Una volta messa a punto
la sceneggiatura, egli sa esattamente quali saranno le sequenze
e le inquadrature. Ed è estremamente preciso. Reggio, dopo aver
sentito certe parti di musica che lo colpivano particolarmente,
allora voleva aggiungere altri fotogrammi per allungare certe sequenze.
Intere parti furono rifilmate dopo l’ascolto della musica. Avevamo
una grande libertà che ci consentiva di lavorare in questo modo,
mentre con Scorsese non c’è stata questa flessibilità. La precisione
con cui egli riesce a combinare la musica con le immagini è quasi
la stessa rispetto a Reggio. Devo però sottolineare che Kundun
è stato il primo film in cui ho lavorato utilizzando un programma
interamente digitale e ciò ha influito moltissimo sull’esito finale.
Durante la lavorazione dei vecchi film ci si ritrovava con decine
di pezzi di pellicola in giro per lo studio. Se volevi vederne uno,
dovevi mandarlo indietro alla moviola e ripassarlo continuamente,
mentre oggi l’intero film può essere immagazzinato nel computer.
Questa facilità ci ha permesso di fare dei confronti con scene girate
anche due mesi prima ed era possibile fare comparazioni tra tutte
le versioni di una stessa scena in poco tempo. È capitato che ci
soffermassimo sulla stessa scena anche più di sessanta volte, specialmente
quando si trattò di inserire la musica. Potevamo scegliere la scena
in cui la musica si combinava meglio con le immagini, andando a
ripescare tutte le vecchie versioni. Lavorare in questo modo ti
consente di avere un gran numero di informazioni, forse anche troppe.
Il sistema digitale offre una resa filmica ottima e facilita il
lavoro, rendendo immediatamente accessibile sia le immagini, sia
il sonoro del film, sia la musica che si vuole inserire come commento."
Una
situazione diversa si è presentata con i lavori ispirati ad alcuni
film di Jean Cocteau, come nell’opera da camera Le
testament d’Orphée. In quel caso godeva di una maggiore libertà?
"No. Avevo dei limiti imposti dalla Fondazione
Cocteau, che mi prescrisse di seguire alla lettera la sceneggiatura.
Così mi sono attenuto scrupolosamente ad essa. In questo caso non
si può parlare di collaborazione vera e propria, bensì di adeguamento
alla concezione di base del film che riguardava i temi della vita
e del canto. Comunque penso che Cocteau sarebbe stato soddisfatto
del lavoro. Egli era un grande sperimentatore come poeta, come scrittore,
come pittore e infine anche come autore di film."
Cambiamo
completamente argomento: parliamo di marketing. Quanto pensa che
sia importante per un compositore moderno? Intendo dire: quanto
è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio
lavoro nel mondo della musica di oggi?
"È una domanda molto interessante. Credo di
avere instaurato una speciale rapporto con il mio pubblico, da quando
eseguo la mia musica in giro per il mondo. Se per un film esiste
una promozione che ricade anche sul compositore della colonna sonora,
la stessa cosa non accade per l’esecutore che porta in giro la propria
musica. Quando la lavorazione del film è finita, finisce anche l’attività
del musicista che ha prestato la sua opera e ciò penso che sia abbastanza
frustrante. I nuovi pezzi che pubblicherò con Robert Wilson e che
usciranno in Italia in autunno, li porterò in giro e li eseguirò
in tournée. Quest’anno ho tenuto circa ottanta concerti e ciò significa
che ricerco costantemente il contatto con il pubblico, ma non solo
durante l’esibizione. Mi piace parlare con il pubblico e anche firmare
qualche autografo. Per me il pubblico non è una categoria astratta,
ma si tratta dì persone reali con cui io mi confronto. È capitato
spesso che qualcuno venisse a dirmi che aveva utilizzato la mia
musica per il suo matrimonio, cosicché mi facesse sentire in qualche
modo responsabile della sua cerimonia. Non volevo sapere cosa era
successo poi, anche se ho sempre sperato che la mia musica potesse
esprimere il più sincero augurio. E cose di questo tipo ne sento
moltissime. Ma questo, più che marketing, è un rapporto personale
alla pari, che io ricerco. Se tengo un concerto di fronte a cinquecento
o a mille spettatori, riesco ad avere una visione dell’audience
non come di una folla inerte. E’ per questo motivo che non voglio
che la sala sia completamente oscurata e preferisco che le luci
siano posizionate ad un terzo dell’altezza effettiva del palcoscenico,
perché voglio vedere i volti delle persone presenti in sala. Se
però parliamo di marketing in senso stretto, non sono così competente
in materia. L’industria discografica o la produzione cinematografica
se ne occupano con piani e strategie ben determinate."
Le
ho fatto questa domanda perché, secondo me, un potenziale straordinario
della sua musica risiede proprio nella sua capacità comunicativa.
"Penso che ciò riguardi il fatto di essere anche
esecutore della mia musica. Devo dire che questa decisione avvenne
in me molto presto, quando non ero ancora trentenne, e fu determinata
principalmente da due persone: Ravi Shankar, che incontrai quando
avevo ventisette anni, e John Cage. Entrambi hanno dedicato l’intera
loro esistenza alla musica. Ravi sta ancora suonando. L’ho visto
a Nuova Delhi un mese fa con il suo trio e ho pensato che fosse
davvero meraviglioso che questi tre anziani musicisti siano ancora
in attività e che tengano normalmente dei concerti dal vivo. Quando
incontrai John, ne rimasi totalmente affascinato, sebbene la sua
musica continui ad essere difficile ancora oggi, perfino quella
che compose verso la fine della sua vita, come i pezzi basati su
Henry Thoreau (Renga del 1976, n.d.r.). Ho visto molta gente
uscire dalle sue esibizioni, anche quando aveva settantacinque anni
(undici anni fa, n.d.r.)."
Adesso
però c’è una riscoperta di John Cage.
"Sì,
probabilmente la gente non esce più ai suoi concerti. In un certo
senso per me è sempre stato un musicista di successo, in quanto
la proposta della sua musica al pubblico non coincideva in un affare
privato, concepito per un pubblico immaginario, non ancora nato
- come se la gente che verrà in futuro dovrà per forza essere migliore
della gente che vive il nostro presente. La gente è la stessa: non
cambia nulla essere nati nel diciottesimo secolo piuttosto che oggi.
E questa è la lezione che appreso da Cage: la funzione del compositore
deve essere molto diretta. Questo
è il mio modello e questo è il modello che offro io alle giovani
generazioni, che cerco sempre di incoraggiare. Tornando al quesito
da lei posto precedentemente, le domande “Per chi scriviamo
la musica?” o “Chi è il pubblico?” sono domande importanti, che
dobbiamo sempre porci. Così come: “In che modo il pubblico riscontra
la qualità di quello che facciamo?”. I propositi che ci poniamo
fanno cambiare le prospettive di lavoro: tra un’opera e un film
c’è una grossa differenza. Così come esiste una diversità tra il
pubblico del teatro lirico e il pubblico del cinema. Quest’ultimo,
in particolare, ha una minima conoscenza di musica contemporanea.
Così se scrivi musica troppo astratta per loro, ti credono pazzo,
perché non ti capiscono. E hanno ragione! Ancora differente sarà
il pubblico presente ad un concerto del Kronos Quartet che esegue
la mia musica. Sarei quindi uno sconsiderato a non accorgermi di
tali differenze. Per me la grande sfida per un compositore, che
scrive per un media popolare come può essere un film, è quella di
mantenere l’individualità e la qualità della propria musica, facendosi
capire."
Assistendo ad un suo concerto, mi capitato di
vedere atteggiamenti mistici da parte di molte persone del pubblico,
in una maniera passiva, come se la musica fosse un mezzo più che
un fine. Quale pensa che sia il modo migliore per fruire della sua
musica?
"In un certo modo mi accorgo che ciò che lei
dice può succedere anche ai miei concerti. Ma le faccio osservare
che certe persone che vanno all’opera o ai concerti classici fanno
la stessa cosa. Anche se ascoltano Beethoven alcuni chinano il capo
e chissà, magari a volte perfino dormono."
In
genere si pensa che per ascoltare Beethoven occorra concentrarsi
su alcune strutture, magari riconoscere i temi...
"Non sono molto d’accordo con questa idea. Naturalmente
più una persona è educata musicalmente più riesce ad apprezzare
la musica. Ma anche mio padre, che non leggeva le note, amava moltissimo
la musica allo stesso modo di come la può amare una persona che
riconosce i temi o le riprese. La gente viene ai concerti portandosi
dietro quello che ha, sia essa una preparazione sofisticata o elementare.
La vera qualità della musica è che può incontrare tutti dall’ignorante
all’intellettuale. E questa è una qualità che esprime una concezione
molto democratica. È per questo motivo che scrivo raramente spiegazioni
tecniche sulla mia musica, che, comunque, non considero importanti.
Ho visto delle analisi di alcuni miei brani e spesso mi mandano
cose che riesco a malapena a decifrare, anche se ho scritto io quella
musica. In genere si tratta di studenti o dottorandi che hanno le
loro buone ragioni per farlo. Per quanto mi riguarda io ho una preparazione
classica, ma non ho bisogno di indossare il mio diploma."
D’altra
parte anche per infrangere delle regole è necessario che queste
esistano.
"Sono d’accordo con lei. Lo dico spesso ai giovani
compositori che senza la tecnica non si può fare nulla e spiego
loro l’importanza del contrappunto e dell’armonia. Anche negli anni
Sessanta, quando stavo cambiando il mio linguaggio musicale, senza
una preparazione specifica non sarei stato in grado di farlo. Come
avrei potuto rompere i muri se non conoscevo la casa?"
Come
fece anche John Cage.
"Sì. Lui aveva studiato addirittura con Schönberg.
Nel mondo del pop si possono trovare molti musicisti autodidatti,
mentre nel mondo della musica tradizionale da concerto credo di
non poterne individuare neanche uno."
Lei
è stato anche produttore pop.
"Mi piace lavorare con musicisti pop come Patti
Smith o Paul Simon, perché riesco ad entrare in contatto con quel
loro spirito così spontaneo. Tutto il mio bagaglio culturale, che
ho iniziato a costruire dall’età di sei anni, in quei momenti non
serve più."
Poi
sovrintende la Point Music, un’etichetta che ha oggi al suo attivo
una discreta serie di pubblicazioni.
"La Point Music accoglie al suo interno musicisti
come Gavin Bryars,
Bang on a Can, Uakti, Todd Levin. Siamo cioè maggiormente interessati
alla musica contemporanea e sperimentale, anche se vengono accolte
anche operazioni più divulgative come gli arrangiamenti sinfonici
delle musiche dei Pink Floyd, che è stato un lavoro che abbiamo
fortemente voluto. Devo però dire che il lavoro di produzione è
un affare complicato. Come compositore mi sento molto più libero
nelle mie scelte di quanto non lo sia la mia etichetta."
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| da:
"il Giornale della Musica", n.139, 1998 © il Giornale
della Musica-Edt / Michele Coralli |
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