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Filippo Del Corno, compositore, organizzatore e animatore
del gruppo Sentieri Selvaggi,
ensemble che si è ormai ritagliato un significativo spazio
all'interno dell'area che rivolge la sua attenzione alle Nuove Musiche
contemporanee, è uno di quei musicisti che dimostra di voler
superare quel deleterio atteggiamento di contrapposizione determinatosi
all'interno delle nostre accademie tra nostalgici dell'avanguardia
e neo-romantici. Dopo aver condiviso nel bene e nel male le sorti
del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, oggi la negazione
degli uni nei confronti degli altri e viceversa sembra frutto di
un revisionismo storico di matrice unicamente ideologica. Quella
che segue è una riflessione serena su come, anche all'interno
della nicchia della musica contemporanea, stiano cambiando gusti,
pubblici, mode e progetti.
Partiamo da alcuni punti fermi della programmazione
musicale di Sentieri Selvaggi per vedere come stanno evolvendo le
cose in questo ambito.
Sicuramente il nostro punto più fermo è
rappresentato dal nostro festival che si tiene a Milano ogni primavera
e che ogni anno ha un nucleo tematico preciso. A nostro parere l'unica
maniera che la musica contemporanea ha di radicarsi nella società
è quella di affrontare temi che riguardano tutti da vicino.
In quest'ottica la musica non è soltanto un'espressione astratta
di abilità compositiva, ma una forma di espressione culturale
che inevitabilmente sa confrontarsi con quello che le succede attorno,
con motivazioni e tematiche che hanno a che fare con la storia,
la cultura, la politica e la società. Questo per noi è
molto importante e non è un caso aver intitolato il festival
di quest'anno "Est", in un momento in cui la spinta verso
l'Est europeo è molto importante e molto avvertita soprattutto
dal punto di vista economico per via dell'allargamento dell'Unione
Europea. Di fatto però dell'articolazione culturale di quei
paesi ne sappiamo ben poco e una maniera per avvicinarli è
quella di cercare di capire che musica si scrive in questo momento
in quei paesi, quali sono gli autori di riferimento, quali sono
le tematiche che attraversano gli autori. Per esempio ci siamo resi
conto che all'Est la componente religiosa nell'ispirazione musicale
è fortissima. Per noi questo risulta quasi incomprensibile,
perché nella tradizione musicale eurocentrica l'ispirazione
religiosa è quasi completamente scomparsa, se non in fenomeni
piuttosto residuali. Invece a Est è una vena fortissima.
Il rapporto che poi hanno i compositori dell'Est con il proprio
passato diventa anch'esso molto istruttivo, perché esiste
una nostalgia con la matrice popolare molto più pronunciata
che all'Ovest. Ed è una nostalgia che non ha nulla di nazionalistico
o di regionalistico, ma consiste nella capacità di avvertire
la potenza delle radici culturali ancestrali.
Pensi che all'interno del mondo istituzionale
che organizza i concerti, ma anche di quello che insegna la musica,
ci sia attenzione nei confronti di autori come quelli a cui ti riferisci?
Pensiamo a Kancheli o Pärt, tanto per fare dei nomi.
Da parte delle istituzioni italiane ce n'è
pochissima, perché le istituzioni italiane sono schiave di
un modo di considerare la musica contemporanea estremamente accademico.
In questo modello, che risale ad una trentina di anni fa, si è
imposto una sorta di pensiero dogmatico dell'espressione musicale
contemporanea come di qualcosa sempre sperimentale. Da qui
è sopraggiunta quella scissione tragica, nei confronti della
quale i protagonisti di quella stagione non si sono mai misurati
realmente. A causa di questo poi il pubblico ha abbandonato ogni
forma di confronto con un'espressione musicale che ormai sentiva
completamente estranea. Secondo me bisogna stare molto attenti,
perché non è un fatto di semplicità o di difficoltà
del linguaggio. In altre parole non è che occorra scrivere
una musica semplice "per piacere alle masse". Questo è
ridicolo, assurdo, controproducente e anticulturale. Nonostante
avvenga quotidianamente in Italia e nel mondo, noi non abbiamo niente
a che fare con questo fenomeno. Il presupposto sbagliato è
che si pensa che lo strumento attraverso cui il pubblico può
capire e incontrare un discorso complesso è quello del concerto
organizzato secondo le dinamiche della musica dell'Ottocento. Quello
che io rimprovero alla stagione delle avanguardie è di aver
perpetrato lo stesso rito del concerto ottocentesco, veicolando
dei contenuti che non erano più quelli di quella musica e
anche rivolgendosi a un pubblico che era integrato nella dimensione
ottocentesca e romantica del fare musica. Si è allora verificato
questo iato, questa divisione, che non è ancora stata ricucita.
Per spezzare una lancia a favore dell'avanguardia,
voglio però ricordare ambiti "innovativi" entro
cui sono stati portati contenuti musicali sperimentali, per determinare
una nuova dinamica di fruizione tra pubblico e compositore, penso
alle esperienze dello Studio di Fonologia a Milano con Bruno Maderna
e Luciano Berio e in particolare a opere pensate per il mezzo radiofonico
come "Ritratto di città"
Naturalmente, ci sono state tantissime esperienze
diverse e noi non abbiamo nessuno rifiuto nei confronti degli autori
della stagione delle avanguardie. Alcuni poi ci piacciono moltissimo
e li eseguiamo anche molto. Il punto è che non si voluto
leggere, dal punto di vista della sociologia dell'espressione spettacolare
il fatto che non si può ripetere all'infinito il modello
del concerto ottocentesco, travasandoci dentro contenuti di forte
carattere sperimentale e innovativo, perché il contenitore
non regge poi il contenuto. Il nostro modello di concerto, che adesso
vediamo imitato da molti, non il concerto di Beethoven con tanti
colpi di tosse tra i movimenti, ma, al contrario, delle esibizioni
con introduzioni molto semplici e dirette finalizzate ad allontanare
qualsiasi spazio tra la musica e il pubblico. Questo modello io
credo che aiuti molto a entrare in sintonia anche con linguaggi
molto complessi, perché non ci si mette su un piedestallo.
Ricordo un pezzo di Stockhausen che avevamo eseguito durante un
nostro concerto. Io mi ero preparato una presentazione molto legata
al pezzo, ma quando sono salito sul palco per introdurlo mi sono
ricordato dell'atteggiamento nei confronti di Stockhausen del pubblico
milanese di fronte a opere come Licht. Per molti Stockhausen
è diventato sinonimo della musica contemporanea incomprensibile.
Allora ho detto: "Molti di voi, leggendo il nome di Stockhausen
avranno un'idea di cosa sia la musica di Stockhausen, ma la vostra
idea è lontanissima dall'idea della musica di Stockhausen,
perché non ne avete mai ascoltata una sola nota." Era
la verità perché poi il pezzo è stato molto
apprezzato dal pubblico. Per cui il problema non risiedeva nella
musica di Stockhausen, ma in quello che si era creato attorno al
nome di Stockhausen.
Allora il vizio è istituzionale, più
che di contenuti. Del resto molti sono portati a non tenere più
distanti gli ambiti dell'avanguardia e di tutti quegli sviluppi
neotonali, che, in un modo o nell'altro, sono figli di quel tipo
di atteggiamento. Spesso la contrapposizione tra le due "aree"
diventa quasi una questione politica
O ideologica, certo. Quello che io sostengo da anni
è che l'unico criterio con cui si può dividere la
musica sia quello del suo interesse per chi l'ascolta. Nel senso
che la musica può essere interessante o non interessante.
Noi cerchiamo di proporre delle musiche che crediamo possano interessare
chi ci ascolta. Non vogliamo assecondare i gusti del pubblico, né
punirli, ma semplicemente di solleticare la curiosità nei
confronti di espressioni musicali diverse e lontane tra loro. Del
resto il nostro pubblico non è un pubblico musicale in senso
stretto, ma magari segue anche il teatro, il cinema e altre forme
artistiche. Quindi è molto lontano dalle controversie che
hanno animato il mondo della musica contemporanea, oltretutto ridicole
in quanto chiuse in un orto piccolissimo.
Frequentare percorsi inusuali induce a scoprire
anche nuove dimensioni musicali
Sì, questa è la cosa più gratificante.
Ci siamo accorti che molte persone ai nostri concerti fanno delle
scoperte, ma anche a noi capita la stessa cosa, quando ci innamoriamo
di autori o esperienze compositive. E' capitato per esempio con
Andriessen, che è un compositore ancora tutto sommato poco
conosciuto in Italia rispetto al suo valore. La stessa cosa vale
per Galina Ustvolskaya e molti altri...
I repertori delle stagioni concertistiche sono
troppo chiusi nella tradizione ottocentesca. Secondo te come si
fa a cambiare questa tendenza all'interno delle istituzioni?
Bisognerebbe che si aprissero ai gruppi non
tradizionali. Non ha nessuno significato chiedere ad un pianista
classico che fa Beethoven o Liszt di inserire un pezzo di musica
contemporanea e dire di aver fatto in questo modo anche la musica
contemporanea. Anche se questa è la strada che continua ad
essere seguita, non si può pensare che solamente il grande
esecutore debba veicolare la Nuova Musica. Occorre invece un atto
di coraggio che riconosca che c'è qualche cosa di nuovo,
che può interessare a un pubblico nuovo e che il tutto passa
attraverso nuove modalità performative. Il pubblico che va
a sentire un interprete di Beethoven e si ritrova un pezzo di musica
contemporanea, avverte questo come un corpo estraneo. Credo che
piuttosto che convincere l'ascoltatore di Beethoven che esiste anche
MacMillan, sia più interessante il processo inverso, ovvero
convincere l'ascoltatore di MacMillan che esiste anche Beethoven.
giugno
2003 ©
altremusiche.it / Michele Coralli

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L'intervista
è disponibile anche in formato:
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