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Emanem, una
piccola etichetta che però gode di un’importante reputazione, pubblica
da ormai venticinque anni dischi di libera improvvisazione e con
un piccolo ma illustre catalogo è diventata uno dei maggiori custodi
di un genere che ha contraddistinto - e continua a farlo - una parte
della musica della nostra epoca più recente. Martin Davidson, produttore
e direttore unico, ha scelto coerentemente di seguire quella scena
che incomiciò a muovere i primi passi a Londra sul finire degli
anni Sessanta, così come quegli artisti omogenei a quella scena:
tra gli artisti più rappresentativi, registrati per lo più durante
session dal vivo, citiamo Paul
Rutherford, Evan
Parker, Anthony Braxton, Steve Lacy, Derek Bailey. Oggi il catalogo
Emanem è stato quasi interamente ristampato su CD e continua la
produzione di nuovi lavori.Davidson ci spiega direttamente il perché
di certe scelte produttive e delinea una breve storia dell’etichetta
londinese.
"Negli anni Sessanta mi piacque molto il free
jazz e successivamente il mio interesse si spostò sulla libera improvvisazione.
In quell’epoca c’erano davvero pochi dischi in quel settore, così
decisi di pubblicarne io stesso. La cosa avvenne per la prima volta
nel 1974 con il primo disco firmato Emanem: era la registrazione
di alcuni concerti per sax solo di Steve
Lacy (ristampato nel CD Weal & Woe, ndr). Ricordo
che allora c’era un sacco di musica che non veniva pubblicata su
disco. Adesso sembra strano, ma c’erano davvero pochissimi dischi
di Lacy in giro. Un’altra importante pubblicazione per me è stata
First Duo Concert di Anthony Braxton e Derek Bailey, che
non avevano ancora suonato insieme come duo."
Quindi l’Emanem concentrò i suoi interessi sulla musica improvvisata.
"Sì. Rimango tuttora molto legato al jazz e,
in particolare, alla sperimentazione in quel campo, anche se personalmente
apprezzo anche altri tipi di musica, come quella tradizionale o
la musica classica. Ma nella produzione della mia etichetta mi concentro
sulla libera improvvisazione ed eventualmente sul free jazz. Penso
che, come piccola etichetta, sia necessario delimitare il campo
dei propri interessi."
Come era il lavoro discografico negli anni Settanta? Faceva fatica a trovare
una diffusione per i suoi dischi?
"Non era male, anche se il mercato per questi
dischi non è molto vasto. Negli anni Settanta il disco era ancora
un oggetto prezioso e la diffusione non era così capillare come
oggi. Penso, invece, che il problema maggiore fosse legato alle
imperfezioni tecniche degli LP. Allora era quasi impossibile avere
delle buone stampe su vinile e devo confessare, con il senno di
poi, che avevo proprio vergogna di pubblicare alcuni dischi, proprio
per la qualità della loro registrazione."
Molto di quel vecchio materiale è stato rimasterizzato. In che stato erano
i nastri originali?
"La maggior parte erano a posto. In certi dischi,
quando si passava da un nastro analogico a LP, si sentiva un pre-eco
o un post-eco, ovvero il segnale passava da una posizione a quella
vicina o, nell’LP, da un solco all’altro. In genere capitava nelle
registrazioni di sax solo o trombone solo. Comunque la maggior parte
dei nastri erano in buono stato ed è per questo che ho deciso di
ripubblicarli su CD."
Alcuni sostenitori del vinile sostengono che la sua qualità sia migliore.
"Per me è un controsenso. Sì, c’è qualcosa di
vero nella qualità del vinile. Le alte frequenze a volte nel CD
suonano in maniera sbagliata. Ma su vinile ci sono tutti quei rumori
elettrostatici e schiocchi continui. La libera improvvisazione ha
un ambito dinamico molto ampio: si passa da un piano molto esile
ad uno forte, molto accentuato. Su CD tali dinamiche risaltano meglio
che su LP. Penso che per il rock o lo straight jazz la qualità del
vinile possa essere apprezzata maggiormente a causa di un temperamento
costante delle dinamiche. Penso che il CD non sia la perfezione,
forse lo sarà il DVD."
Non pensa che l’improvvisazione, come gesto connesso alla creazione estemporanea,
sia legata a una fruizione estemporanea? In altre parole, che senso
ha il produrre dischi di libera improvvisazione?
"Penso che ci sia qualcosa dell’improvvisazione
che non può essere trasferito su disco, ma se la musica è buona
penso che possa essere ascoltata, sia direttamente durante un concerto,
sia su disco. Ma ci sono diversi casi in cui l’aspetto gestuale
del musicista di improvvisazione è molto importante, a volte invece
lo è meno."
Eugene Chadbourne, ad esempio, dal vivo offre un comportamento umoristico
che è sia musicale, sia gestuale.
"Era proprio quello a cui mi riferivo prima.
Ci sono musicisti che privilegiano anche questo tipo di aspetto,
altri che lo ignorano."
È vero. Evan Parker non è un musicista visivo.
"Esattamente. Non è così interessante da vedere
(ride, n.d.r.)."
Forse lo è maggiormente Lol Coxhill.
"Coxhill a volte crea delle situazione, ma molto
spesso si concentra unicamente sulla musica."
Visto che abbiamo citato alcuni musicisti scaturiti dalla scena inglese
degli anni Sessanta e Settanta, parliamo proprio di quello che succedeva
a Londra in quegli anni.
"Ci sono quattro nomi di musicisti appartenenti
a quella scena a cui sono particolarmente affezionato e sono Derek
Bailey, Paul Rutherford, Evan Parker e John Stevens. Ce ne sono
tanti altri naturalmente, ma questi mi sembrano quelli più rappresentativi.
Io ho iniziato ad ascoltarli nel 1971, anche se quel tipo di esperienze
aveva iniziato a diffondersi già a partire dal 1966. Naturalmente
c’era molta gente che suonava free prima di loro, ovvero musicisti
jazz che saltuariamente si dedicavano a session di free jazz, come
Joe Harris e Stan Getz, che appartenevano a contesti jazz più conservatori.
C’erano invece persone più interessate all’improvvisazione in quanto
tale. Io mi sono accostato all’esperienza free nel 1965, durante
un mio soggiorno negli Stati Uniti: una session tra Byard Lancaster
e Dave Burell, che mi piacque molto, poi Albert Ayler. Quando tornai
a Londra incominciai a esplorare quei territori anche in patria.
Qui c’erano tre aree principali. La prima era caratterizzata dal
gruppo di Mike
Westbrook, attorno al quale gravitavano musicisti come John
Surman, Mike Osborne. A quel tempo mi piaceva molto quello che faceva,
ora non sono più così sicuro. Poi c’era il sudafricano Chris McGregor
con il quartetto Blue Note e l’orchestra Brotherhood of Breath.
Infine tutti quegli ensemble di musica spontanea che creavano eventi
estemporanei e che prendevano spunto o tendevano proprio verso la
scena free jazz americana. Anche se i musicisti appartenenti a quell’ambito
suonavano in tono e all’interno di strutture ritmiche."
Prima ha accennato a Mike Westbrook. Ora questo musicista ha cambiato
l’ambito dei suoi interessi e ha sviluppato un percorso molto personale.
"Non lo conosco abbastanza per giudicare quello
che sta facendo ultimamente. Ho perso di vista molti di quei musicisti
di cui parlavo prima. Il mio problema rimane il tempo; la maggior
parte di esso lo impiego nell’editing dei miei dischi, più che nell’ascolto.
Facendo tutto da solo, sono sempre molto occupato."
Come nasce un disco Emanem?
"I musicisti mi mandano i nastri, molti dei
quali sono vecchie registrazioni degli anni ‘60 e ‘70. Se mi sembra
che la musica sia buona, allora decido di farne un disco. Dovendo
decidere da solo, la cosa è facile."
Che senso ha pubblicare oggi delle vecchie registrazioni?
"Prima di tutto, come ho già detto, se la musica
è valida, vale sempre la pena di pubblicare un disco. Poi c’è anche
l’aspetto di documentazione storica. È interessante sapere cosa
combinavano certi musicisti in un tal momento della loro carriera,
anche se l’evento non è immediatamente correlato con il presente."
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| da: "Auditorium
reviews", n.4, 1999 © Auditorium Edizioni / Michele Coralli |
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