|
Compositore, regista, artista visivo Paci Dalò
ha scritto e diretto tra Europa, Americhe e Medio Oriente spettacoli
teatrali, eventi musicali, performance e installazioni. Direttore
artistico della compagnia Giardini Pensili, ha posto al centro della
propria attenzione artistica l'investigazione del linguaggio, dei
sistemi delle telecomunicazioni applicati ai processi artistici
e delle nuove tecnologie. Diverse sue opere sono "diventate"
pezzi radiofonici, installazioni interattive suono/video e progetti
on-line.
Ti devo confessare che il tuo curriculum è
uno dei più complessi che abbia mai letto. Dove riesci a
trovare il tempo per fare tutte queste cose?
:-) Il piacere dilata il tempo. I miei progetti sono
in realtà legati a poche "linee guida" che continuamente
ritornano come le parole chiave. Queste però hanno la necessità
di svilupparsi su più territori e con più linguaggi,
per poter lavorare su aspetti percettivi differenti. Sono abbastanza
concentrato nel lavoro. Il problema sono i viaggi che ogni volta
scombussolano la (piacevole) routine della scrittura. Ma i viaggi
accendono la fantasia e motivano il fatto di fare questo strano
lavoro.
Facezie a parte la questione che balza agli occhi
è il tuo difficile inquadramento artistico. Probabilmente
non siamo ancora abituati a un tipo di artista "totale"
che si impegna nei diversi campi della comunicazione: da quella
visiva a quella uditiva, eccetera. Dal punto di vista personale
a che tipo di modello artistico ti piacerebbe aspirare?
Non posso parlare di "un" modello artistico.
La pluralità è d'obbligo e sta in relazione ai linguaggi
e ai territori diversi. Per esempio uno dei miei modelli cinematografici
è David Lynch, ma questo può essere irrilevante dal
punto di vista del linguaggio musicale. Altri modelli sono John
Cage (col quale c'è stata una bella e importante amicizia),
Heiner Müller, Giya Kancheli e tre maestri del colore e della
luce come Mark Rothko, James Turrell, James Rosen. Devo dire che
ho avuto la grande fortuna di avere dei riferimenti artistici in
amici con i quali lavoro o ho lavorato in passato. Penso ad esempio
ad artisti come David Moss, Olga Neuwirth, Luca Ruzza, Richard Long,
Maurizio Cattelan, Gabriele Frasca, Giorgio Agamben. Se devo collocare
il mio lavoro in qualche modo allora penso a una risposta "meridionalista"
alla ricerca di autori "nordici" come Heiner Goebbels
e Robert Lepage, entrambi molto interessanti proprio nella visione
plurima del fare creativo. Con la mia compagnia Giardini Pensili
ho cercato in questi anni di sviluppare progetti in libertà,
in grado di relazionare materiali in certi casi apparentemente inconciliabili,
ma a mio avviso necessari, per creare un luogo concreto di azione
in cui il pubblico attraversa queste opere (soglie) per arrivare
ad altro. A un certo punto l'oggetto quasi scompare avendo esaurito
la sua funzione di "interfaccia". Penso che l'interesse
del pubblico per un mio lavoro sia solo una fase di un processo,
che ha la necessità di andare oltre per sviluppare qualcosa
d'altro che trascenda l'opera. Ciò non significa assolutamente
sminuire il lavoro, piuttosto relazionarlo a un mondo ben più
complesso, evocato magari proprio da un dettaglio contenuto nell'opera..
spiegami meglio questo "andare oltre
l'opera..."
Il problema vero è quello del contesto, cioè
come un'opera viene presentata e che "rispetto" esiste
nei confronti del pubblico. Io cerco di presentare progetti che,
seppur in territori diversi, usano di volta in volta la storia e
le modalità del linguaggio scelto. Ad esempio uno spettacolo
teatrale ha la necessità di riferirsi a una storia che è
quella del linguaggio scenico. Il pubblico a teatro spontaneamente
è portato ad analizzare uno spettacolo in quanto teatro,
solo così è in grado di giudicare la qualità
- o meno - del lavoro. Ma lo stesso si può dire di qualsiasi
disciplina. Penso che si debba tenere conto di questo anche nella
trasformazione di un progetto da un territorio all'altro. L'installazione
creata a partire da una scena teatrale ha modalità percettive
completamente diverse, anche di fronte gli stessi materiali e la
stessa estetica. Nello spettacolo il tempo di fruizione è
deciso dall'autore, mentre nell'installazione sarà il visitatore
a organizzare il proprio montaggio dell'opera. Questo è un
discorso lungo ma lo ritengo importante proprio per evitare genericità
e permettere un incontro "alla pari" del pubblico con
il lavoro.
Come sono nate collaborazioni come quelle con
David Moss, Kronos Quartet, Stefano Scodanibbio e i Virtuosi di
Nuova Consonanza?
La collaborazione con David Moss risale al 1992,
quando lo invitai come solista per un mio lavoro a Innsbruck. Da
allora lavoriamo regolarmente insieme, sia in duo, sia in progetti
teatrali-musicali più complessi. Nel 1994 è stato
uno dei solisti per la mia opera Auroras presentata allo
Hebbel-Theater di Berlino. A parte il lavoro, David è uno
dei miei più cari amici e cerchiamo sempre delle occasioni
per vederci quand'è possibile. Un piccolo orgoglio: sono
stato il primo a chiedergli di cantare senza elettronica e drum-set.
All'inizio era un po' titubante ma dopo la nostra "prima volta"
ha proseguito in questa versione "unplugged" collaborando
con tutti (da Goebbels a Berio fino a Die Flederemaus di
Strauss a Salisburgo! E ora in Lost Highway di Olga Neuwirth
a Graz). Il primo incontro con il Kronos è avvenuto nel 1987
sulle colline di Woodside a San Francisco. Ero ospite della Djerassi
Foundation e il Kronos era di casa da quelle parti. Mi offrì
la commissione per una composizione che eseguì in prima assoluta
all'Opera di Vienna nel 1993. Si trattava di Nodas un brano
basato sulla tradizione musicale sarda (in particolare sull'incontro
tra il coro a tenores e la musica strumentale per launeddas). Stefano
Scodanibbio (anche lui interprete di Auroras a Berlino) è
uno dei miei musicisti preferiti. Abbiamo - un po' a riposo a dire
la verità - un duo (clarinetto basso e violoncello) che dovrebbe
suonare di più. Anche Cardini è straordinario, gli
sono particolarmente affezionato e lo giudico uno dei più
intelligenti e sottili musicisti in circolazione. Riesce addirittura
a farmi piacere il pianoforte (non esattamente uno dei miei strumenti
preferiti). Con i Virtuosi di Nuova Consonanza c'è stato
un unico incontro a Colonia. Mi fu commissionato un brano per la
Musik-Triennale e il requisito era che fosse un pezzo contenente
parti improvvisate. Scrissi The Wonderful Spring con notazione
mista tradizionale e grafica.
Attraverso quali direttrici principali si muovono
i tuoi processi produttivi? Intendo dire: un'installazione parte
da un'idea o dall'intenzione di creare un forte senso percettivo?
Per quanto riguarda il lavoro sulle installazioni
(generalmente suono e video talvolta interattive), il luogo di allestimento
decide fortemente la forma finale dell'opera. Sono particolarmente
interessato alla creazione di luoghi immersivi, in grado di lavorare
su più aspetti sensoriali. Questo fa parte anche del processo
di costruzione di un concerto o uno spettacolo. Anche in eventi
per così dire "strettamente musicali" non riesco
a non pensare allo spazio in cui l'evento avviene e ai meccanismi
di fruizione che vengono innescati. E penso allo spazio della performance
come a un "campo di battaglia", un luogo di conflitto
perenne che deve il suo "stato di tensione" anche all'uso
delle tecnologie dove le macchine rendono la scena un vero e proprio
campo elettrico. Mi sento molto legato al pensiero di figure
come Heiner Müller e Walter Benjamin che vedono la storia come
un susseguirsi di catastrofi e dove la storia è come un accumulo
di frammenti da montare e smontare. Con un collegamento probabilmente
spericolato associo questo alla pratica del sampling. E, al di là
dell'idea o ispirazione ha per me un'importanza assoluta
il problema drammaturgico. Come i materiali si trasformano e si
collegano - possibilmente creando cortocircuiti e problemi - grazie
alla drammaturgia. E questo non necessariamente legato alla costruzione
di un'opera teatrale. Non riesco infatti a pensare a una (mia) installazione
o a un concerto senza una drammaturgia.
Come sviluppatore di interfacce e software per
finalità artistiche, pensi che sia possibile creare arte
attraverso canali "nuovi" come Internet, pensando l'arte
in maniera specifica per questi canali?
Assolutamente sì. Sono un sostenitore della
rete dal 1994 e il sito di Giardini
Pensili esiste dal 1995. Internet ha ancora un problema di identità
per cui il campo è aperto a ogni tipo di progettualità.
Ora la tecnologia c'è ed è accessibile a tutti, ma
spesso mancano i contenuti e le idee innovative. Sto per rilanciare
Radio Lada (web-radio creata nel 1995). Il sito verrà completamente
ridisegnato e saranno creati una serie di progetti collaborativi
in partenariato con artisti e strutture sparsi in tutta Europa.
Parlami del tuo approccio musicale. Tempo fa ho
assistito a La natura ama nascondersi a Bologna. Un tipo
di costruzione a mo'di patchwork musicale basato su tecnologie analogiche,
vintage e digitali (se non ricordo male), che mischiava un gusto
per la manipolazione e il collage di nastri, con voci e rumori.
La natura ama nascondersi è un tipico
esempio del mio lavoro radiofonico, in cui ho sempre amato mescolare
suoni strumentali con registrazioni ambientali ed elettronica. In
quel pezzo (nato per la radio e prodotto dalla ORF austriaca all'interno
del programma di ricerca Kunstradio), l'aspetto narrativo era estremamente
importante realizzato attraverso un doppio testo in italiano e tedesco.
Amo la radio e proprio nella radiofonia sono riuscito a creare in
questi anni una serie di lavori dove questo contrappunto tra parola,
suono, spazio diventa fondamentale. Uso la radio come medium parallelo
rispetto a alle cose che faccio. Per me è un luogo di concentrazione
dove i progetti creati per la scena possono trovare altri sviluppi
e altre chiavi di accesso.
Lavori ancora in questo modo o ti sei spostato
su ambienti più digitali?
Una certa parte del mio lavoro continua a sviluppare
questa drammaturgia del suono nel rapporto forte con la radio e
con il soundscape. Ora ad esempio sto lavorando a una nuova opera
commissionata dallo Studio Akustische Kunst della WDR di Colonia
(Studio che in passato ha prodotto gran parte della opere radiofoniche
di artisti come John Cage e Mauricio Kagel) e realizzerò
in futuro - prodotto da ORF Kunstradio - la versione radiofonica
di Local & Long Distance: il concerto scenico che ho
creato al International Vancouver Jazz Festival la scorsa estate
e che vedeva la partecipazione di Joëlle Leàndre, Giorgio
Magnanensi e Bic Hoang. Allo stesso tempo mi piace molto scrivere
per organici per così dire "consueti" (il Kronos
Quartet mi ha chiesto di pensare a un nuovo quartetto - dopo Nodas
di qualche tempo fa - e anche l'Ensemble Modern è interessato
a una collaborazione). Il mio lavoro in solo e nelle collaborazioni
con amici come Scanner, Philip Jeck, Jacob Kirkegaard mi permette
invece di sviluppare un aspetto legato al rapporto con l'elettronica
e l'improvvisazione. Sono affascinato da un utilizzo molto minimale
dell'elettronica, legato per esempio ad artisti come Carsten Nicolai
e Ryoji Ikedae basato sul puro suono sintetico. Allo stesso tempo
mi interessa molto un'immersione nell'analogico basata sulla micro-esplorazione
del sample "sporco", in particolare legato alla voce umana
e ai suoni ambientali e di come questi materiali possano venire
scandagliati grazie alle tecnologie digitali. Spesso questi lavori
elettronici trovano proprio nel rapporto con l'immagine nuovi orizzonti.
Come nel caso di Blue Stories un progetto di live cinema
girato, montato e presentato on-the-road.Talvolta l'approccio filmico
diventa così importante da generare autonomi, e abbastanza
strani, film che presento nel normale circuito dei festival cinematografici
o nel mondo dell'arte. Il prossimo appuntamento è per il
14 novembre a Napoli dove presenterò il film Dust
quale contributo alla Quadriennale 2003-2005. Resta il fatto che
il rapporto alla pari tra cinema e musica è un problema
non da poco e che ogni volta obbliga a scelte gerarchiche tra i
linguaggi.
Progetti in corso?
Oltre al già citato lavoro per la WDR
(che vedrà la partecipazione di un quartetto d'archi insieme
a sampler e elettronica) sono ora a Marsiglia dove sto preparando
due progetti distinti: il primo è Kolot un pezzo di
teatro-musica (da testi del rabbino e filosofo Marc-Alain Ouaknin)
basato sull'esplorazione della locale comunità ebraica e
creato insieme al chitarrista / improvvisatore Jean-Marc Montera;
Kolot verrà presentato in primavera. Il secondo è
lo spettacolo Cosmologie creato con la scrittrice Colette
Tron. Abbiamo già presentato nel 2003 un primo allestimento
completamente al buio con una distribuzione del suono multicanale
(realizzata grazie alle tecnologie di spazializzazione sviluppate
al GMEM di Marsiglia). Ora si realizzerà anche la parte visiva/scenica
che sarà molto legata alla robotica e all'automazione. Con
Paolo Rosa e Studio Azzurro creeremo una nuova installazione interattiva
suono/video a Bolzano all'interno del progetto en:trance
(una riflessione pluriennale sulla trance su cui stiamo lavorando
con anomos.org di Parigi). Se arrivano i visti in tempo sarò
a San Pietroburgo per un nuovo festival di elettronica e immagine
insieme a Jacob Kirkegaard (Touch) e Guy-Marc Hinant (Sub Rosa).
Proseguirà durante tutto il 2004 una investigazione a partire
da testi di Antonio Gramsci, Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini.
All'interno di questo un progetto noise con Olga Neuwirth
- elettroniche varie insieme a clarinetti bassi e clarinetti contrabbassi
- e in autunno a Copenhagen Schwarzfilm, sorta di film noir
scenico scritto insieme a Luca Ruzza con la partecipazione della
performer e compositrice norvegese Maja Ratkje (un suo pezzo è
stato recentemente pubblicato dalla ECM). Sono previste presentazioni
dello spettacolo Animalie (legato a un testo del filosofo
Giorgio Agamben) e per l'occasione Cult Network Italia - il canale
culturale di Sky - realizzerà un making of della presentazione
romana il 19 e 20 dicembre prossimi al Teatro Ateneo/Teatro Vascello
con riprese effettuate tra Rimini e Roma. Sto lavorando a un piccolo
libro - con contributi di più autori - dedicato al rapporto
tra Deleuze e la musica elettronica che sarà pubblicato dalle
Edizioni Cronopio. Last but not least una serie progetti
particolari con dei workshop realizzati tra Accademia di Brera a
Milano, Interaction Design Institute di Ivrea, IEM Institut für
Elektronische Musik und Akustik di Graz, Accademia di Belle Arti
di Rimini (dove vorrei costruire un Media Lab e creare una serie
di progetti sul webcasting con Radio Lada). In questi luoghi si
lavorerà su progetti molto concreti per la realizzazione
di installazioni suono/video, performance, net projects, DVD e CD.
| |
| novembre
2003 ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
|

|