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Franco Cerri (Milano, 1926) è un noto chitarrista
autodidatta che ha percorso un lungo cammino nella storia del jazz,
non solo italiano ma anche internazionale. Attivo fin dal 1945 accanto
ad artisti come Gorni Kramer o il leggendario Django Reinhardt e
successivamente a Wes Montgomery e Jim Hall, Cerri ha avuto il privilegio
di accostarsi a mostri sacri come Billie Holiday, Chet Baker, Lee
Konitz e il Modern Jazz Quartet. Ha costituito molte formazioni
come il Franco Cerri Quartet e dato vita a collaborazioni importanti
come quella con Enrico Intra, assieme al quale presiede l’associazione
Musica Oggi, che gestisce una delle scuole civiche di jazz più importanti
in Italia. Musicista legato al be-bop fin dai suoi primordi, ha
poi accolto influenze più vicine alla bossa nova, che esplose nel
mondo del jazz a partire dagli anni Sessanta. Il suo stile è intriso
di swing, nel solco di una tradizione che si collega direttamente
agli anni che precedettero i radicalismi free.
Il
mondo del lavoro è sempre più instabile: settori, che una volta
erano tutelati da contrattazioni e accordi collettivi, fanno sempre
più slittare tutte quelle garanzie di tutela nel nome della flessibilità
e, soprattutto, della precarietà. Mondi come quello della musica,
in cui mancano riferimenti rassicuranti come può essere a volte
la scrivania che ritroviamo tutte le mattine in ufficio, è da anni
“in anticipo” sui tempi. Spesso, infatti, la professione del musicista
è affidata alle sue capacità di proporsi e di mettersi in ballo
su fronti diversi, alla sua abilità a sfruttare momenti di visibilità
(in cui ogni livello è valido: dalla televisione al locale in cui
si esegue musica dal vivo) e, non ultima cosa, un ruolo importante
giocano le sue amicizie. La cifra caratteristica di questo mondo
è la mancanza di una continuità che va rincorsa giorno per giorno.
Il musicista che dedica la propria carriera a un’unica attività,
mettiamo quella concertistica, è in minoranza rispetto alla gran
massa di persone che si barcamenano tra attività di varia estrazione,
sia in ambiti musicali, che non. Partiamo dunque dalle attività
a cui si deve dedicare un musicista jazz per mantenersi e coinvolgiamo
in questo interrogativo Franco Cerri - jazzista “forte” della sua
pensione ENPAS - che ha alle spalle una lunghissima carriera. Gli
chiediamo se un musicista si può dedicare solo alla musica oppure
deve fare anche altro.
"Penso
che nella maggior parte dei casi il desiderio più forte sia quello
di fare dei propri concerti, ma questo è dato a pochi. Molti diventano
dei session-men, alcuni entrano in un’orchestra o in un gruppo,
altri riescono a dedicarsi anche all’insegnamento. Quest’ultima
risorsa è oggi più facilmente percorribile dal momento che le scuole
(anche private) hanno avuto uno sviluppo numerico e qualitativo
che consente di occupare molti musicisti. Dal momento che non c’è
molto lavoro in giro, si fa sempre più affidamento all’insegnamento
per far quadrare i bilanci."
Lei
pensa che sia necessaria una maggiore “flessibilità” di generi nel
musicista di oggi? Ovvero è meglio impegnarsi su più campi piuttosto
che seguire un’unica strada?
"Sì.
Una maggiore flessibilità esiste già nel musicista jazz preparato.
Penso a grossi personaggi come Bill Evans, che proveniva dal mondo
classico, Keith Jarrett e molti altri artisti poliedrici. Il musicista
jazz, essendo un improvvisatore, ha maggiori possibilità, però deve
essere molto preparato."
Senza
considerare i nomi di musicisti affermati, quanto può guadagnare
mediamente un musicista jazz?
"È
molto aleatorio indicare con precisione dei guadagni. Se un musicista
suona, ad esempio, in un gruppo solido e ben organizzato, questo
gli può garantire del buon lavoro. Ma nel jazz grandi guadagni non
esistono, soprattutto in Italia. Diverso è il discorso che riguarda
gli americani, che prendono cachet molto alti. La ragione di questo
sta unicamente nelle leggi del mercato, ossia nella convenienza
che hanno coloro che ne detengono il controllo. Così, spesso, non
si guarda alla qualità della musica mentre fa da traino l’evento
che porta molti quattrini. Si dice che un concerto di Vasco Rossi
costi 250 milioni. Non esistono possibili raffronti con la musica
classica o con il jazz. Allora uno, che esce da una scuola e non
trova lavoro nel campo che ha scelto, spera di trovare lavoro da
Vasco Rossi o da Ramazzotti, che tirano fuori cifre incredibili.
Inoltre in Italia non ci sono molti club in cui si suona jazz e
tanti stanno chiudendo. In Germania invece ce ne sono circa duecentosettanta.
Un bravo musicista può lavorare così duecentosettanta sere all’anno,
venendo pagato dignitosamente. Se poi, in aggiunta, farà un gala,
una trasmissione, un CD, arrotonderà la cifra molto facilmente.
Per non parlare del grosso vantaggio di avere in mano lo strumento
davanti a un pubblico per tante sere di seguito: cosa fondamentale
per qualsiasi musicista. Solo per fare un esempio, la cura del suono
e il rapporto tra questo e l’ambiente circostante sono cose che
si riescono a sviluppare solo con la consuetudine dei concerti."
Quanto
influisce la disoccupazione nella scelta di questa professione?
"Molto,
purtroppo. So di molti che svolgono altre attività, ma questo vale
per tutti i campi: il laureato in ingegneria è costretto a fare
il vigile. Anche il musicista che non riesce ad entrare in orchestra
si deve inventare qualcosa d’altro. Come dappertutto ci vogliono
le conoscenze, le amicizie."
Negli
ambienti di lavoro i rapporti umani contano moltissimo. Nella musica
sono più importanti che altrove?
"Sì.
Personalmente io ricerco ogni volta un rapporto umano valido con
i musicisti con cui entro in relazione, sia come musicista che come
insegnante, perché trovo molto complicato suonare con qualcuno che
non ci è simpatico o a cui noi non siamo simpatici. Credo che da
un cattivo rapporto non venga fuori mai della buona musica. Il musicista
che si produce davanti a un pubblico - e penso anche all’insegnante,
dal momento che l’allievo costituisce un pubblico a cui si deve
rendere conto attraverso delle capacità - si trova spesso vittima
di difficoltà come la timidezza nelle relazioni con gli altri. Occorre
invece buttarsi..."
In
Italia la politica sembra recentemente essersi interessata alla
musica. Quanto la può aiutare concretamente?
"Prima di tutto occorrerebbe che “il palazzo”
diventasse più maturo e quindi avesse un’attenzione maggiore, soprattutto
nei confronti del jazz, che è il fanalino di coda. Inoltre il 90%
dei soldi stanziati per il jazz vanno all’estero poiché con essi
vengono pagati soprattutto musicisti stranieri. L’associazione di
cui faccio parte, Musica Oggi, è nata per battersi in favore dei
musicisti italiani che, non essendo così conosciuti, non hanno lavoro.
Ma c’è anche un altro discorso da fare. Si parla tanto della riforma
dell’insegnamento della musica e ci si augura che questa possa essere
finalmente insegnata in modo serio, cosicché le persone possano
crescere culturalmente. È assolutamente auspicabile che ciò avvenga
al più presto ma, a mio parere, occorreranno almeno due generazioni
per vedere i risultati."
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| da:
"SCUOLAmadeus", n.5, 1999. © Paragon / Michele
Coralli |
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