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John Butcher, giovane musicista inglese vicino a
personaggi come Evan Parken e a tutta la scena improvvisativa londinese,
attiva ormai dalla metà degli anni Sessanta, si dedica da alcuni
anni alla ricerca e alla sperimentazione attraverso le strumentazioni
elettroniche, ma soprattutto come sassofonista. Le tecniche impiegate
da Butcher su questo strumento si individuano nella ricerca delle
possibilità offerte dalle registrazioni multitraccia - in cui si
intersecano sovrapposizioni di più sassofoni - o nelle esplorazioni
degli effetti multifonici. Diplofonie, armonici e registri sopra-acuti
sono solo alcuni dei materiali esposti nel corso di un’improvvisazione
nella quale non solo timbri eclettici, ma anche melodia e fraseggio
vengono presentati senza i patemi della vecchia avanguardia.
Trovare percorsi non ortodossi tra i musicisti di
oggi è un'esperienza abbastanza comune e il confronto tra formazioni
diverse può spesso diventare uno stimolo per allargare le conoscenze
degli altri musicisti. Chi ascolta, ad esempio, un concerto di libera
improvvisazione per la prima volta, può scoprire un mondo ricco
di idee, di referenze e di storia. Partiamo quindi da questo ambito
per descrivere la formazione di un musicista dal curriculum particolare.
"Come sassofonista sono autodidatta, ma ho avuto
un percorso più tradizionale con il pianoforte, avendo frequentato
normali lezioni presso scuole di musica e seminari di jazz fino
all’età di diciotto anni. Successivamente mi sono iscritto all’università
per studiare fisica. Poiché avevo delle difficoltà nel reperire
un pianoforte su cui esercitarmi e volendo avvicinarmi al jazz,
incominciai a studiare il sassofono dapprima da solo, successivamente
assieme ad altre persone. All’università c’era poi un buon dipartimento
di musica che promuoveva attivamente la musica contemporanea. Attraverso
il dipartimento venni coinvolto nell’esecuzione di brani improvvisativi
di Stockhausen, i Text Pieces;
è stata per me la prima improvvisazione assieme ad altri musicisti.
Penso che molti inizino così: prima improvvisano, solo successivamente
imparano a eseguire la musica di altri."
Così è giunto all’improvvisazione
tramite Stockhausen?
"Sì, ognuno di quei brani è in relazione con
un testo scritto. L’interprete deve soltanto leggere i testi e pensare
al loro significato durante l’improvvisazione. Ci sono delle istruzioni
come ‘eseguire una nota che suoni come se non avesse né un inizio
né una fine’. In quello stesso periodo mi sono avvicinato anche
all’improvvisazione jazz e, per interesse personale, a quello tradizionale,
che considero ormai appartenente al passato. Mi interessava invece
la libera improvvisazione, i cui circuiti si erano sviluppati a
Londra a partire dagli anni Sessanta. In particolare modo apprezzavo
l’attività di musicisti come Derek Bailey e mi affascinava l’idea
che si potesse fare della musica che scaturisse dal nulla, senza
la minima aspettativa. Verso la fine degli anni Settanta mi sono
liberato di molte delle cose che avevo imparato, come l’uso della
melodia, che veniva evitata in modo radicale. Adesso non mi spingo
più a tanto."
Trova più stimolante l’improvvisazione
in solo o con altri musicisti?
"Suonare da soli genera un tipo particolare
di improvvisazione, anche se penso che quella collettiva rimanga
l’esperienza migliore. Il pericolo del suonare da soli è che si
finisce per svolgere in musica certe idee che si hanno in testa,
creando di conseguenza dei pezzi veri e propri, ossia delle piccole
composizioni. Cosa a cui non sono molto interessato."
E’ quindi dello stesso parere
di Bailey, il quale afferma che nell’improvvisazione il musicista
non deve avere in mente strutture di alcun tipo, bensì la mente
totalmente sgombra?
"Sì, la penso esattamente così."
Quindi prima dell’esecuzione
di un pezzo improvvisato non sa esattamente dove andrà a parare?
"No, nella maniera più assoluta."
È per questo che prima di ogni brano, durante un concerto, ricerca un momento
di raccoglimento?
"È come liberare il proprio subconscio per afferrare
delle idee istantanee. Immediatamente dopo si possono fare dei collegamenti.
Mi interessano moltissimo le trasformazioni e gli sviluppi, ossia
come si possa passare da un momento al successivo con l’aiuto delle
idee che si raccolgono in quell’istante."
Improvvisazione in studio e improvvisazione
dal vivo, quali sono le differenze?
"In studio se non ti piace quello che stai facendo
lo puoi rifare. Dal vivo devi sempre trovare una via d’uscita in
quello che stai facendo. È tutto più movimentato e, di conseguenza,
si è costretti a far lavorare molto di più l’immaginazione. Molte
delle tecniche che utilizzo sul sassofono non sono stabili, ma si
prestano alla continua trasformazione. Mi interessa soprattutto
il confronto fisico con lo strumento."
Quindi le varie tecniche esecutive
costituiscono una sorta di pilastri dell’improvvisazione?
"Sì, avendo parecchi anni di pratica alle spalle,
le tecniche che ho sviluppato sono raccolte in un immaginario catalogo
mentale che sfoglio durante una performance."
Come si può insegnare ad improvvisare?
"La maggior parte dei musicisti impara quando
si confronta direttamente con l’improvvisazione. Non credo che sia
efficacie insegnare gli stili, né i suoni o i materiali. Occorre
lavorare sulle idee. Ma la cosa fondamentale da imparare è questa:
non bisogna limitare le proprie aspettative sullo strumento. Quando
molti vedono un sax pensano che si possano fare solo determinate
cose. Sarebbe meglio, invece, pensare a come eseguire determinati
suoni, anche apparentemente lontani da quello strumento. Solo così
ci si può abituare a pensare alla musica più che allo strumento
di per sé. Per esempio una cosa che insegno nei miei workshops è
di far suonare un sax in accompagnamento a un violino, cosa abbastanza
innaturale, visto il timbro e l’intensità del primo, che sono portati
a coprire quelli del secondo. Ciò obbliga il sassofonista a trovare
soluzioni nuove sul suo strumento e a creare una nuova relazione
con l’altro esecutore e, a mio parere, queste sono le basi su cui
è possibile costruire una buona capacità improvvisativa."
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| da: "Amadeus",
n.112, 1999 © Paragon / Michele Coralli |
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