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La storia di Goran Bregovic è legata al successo
dei film di Kusturica. Nato a Sarajevo, chitarrista professionista
fin dall’età di quindici anni, suona musica folk nei ristoranti;
a diciotto anni vive a Napoli per un anno, mantenendosi come musicista
d’intrattenimento nelle pizzerie e suonando rock’n’roll in alcuni
club. Viene poi rimpatriato a causa di alcuni problemi legati alla
droga e si iscrive alla Facoltà di filosofia, che non riesce a finire
per il sopraggiungere di un successo inaspettato come rock star.
Le sue canzoni spesso sono orientate contro il sistema comunista.
"Durante
il periodo comunista facevo un disco e una tournée ogni due anni
a causa delle tasse che arrivavano anche al novanta per cento e
io non volevo lavorare per pagarmi le tasse, così iniziai a viaggiare
per il mondo."
La
formazione musicale di Bregovic è quella del tipico autodidatta
rock, che, attraverso la propria affermazione, anche economica,
si accosta ad esperienze diverse.
"Non
ho mai avuto un’educazione musicale, bensì una sorta di conoscenza
inconscia, che mi fornisce una percezione di qualcosa che, pur non
conoscendo, capisco. Anche Beethoven, verso la fine della sua esistenza,
riusciva a comporre senza poter sentire nulla, perché c’era qualcosa
che sentiva per lui. Il mio, comunque, rimane un approccio semplice
alla musica, come in tutte le altre cose. Al tempo del mio successo
nella ex-Jugoslavia ho fatto dei dischi negli studi dei Pink Floyd
e per me loro sono sempre stati un modello dal punto di vista della
loro immagine pubblica. Non si conoscono i loro volti e si possono
incontrare per strada senza che tu ti accorga di loro. Li ho visti
in concerto e potevano sembrare persone come mio padre. Musicisti
di questo tipo non sono ossessionati dalla rincorsa verso il successo
(perché l’hanno già ottenuto; n.d.r.). Ciò che ho oggi è
quello che ho sognato tutta la vita: un grosso pubblico ai miei
concerti e numerosi acquirenti dei miei dischi, senza però essere
costretto ad apparire in un certo modo."
Dall’incontro
con il musicista ne scaturisce il ritratto di una persona che si
vuol liberare di un’immagine contraddittoria legata a quello che
è stato il suo passato in patria, al suo successo pop e ciò che
all’estero gli attribuisce una fama di compositore ‘serio’. In Europa
ha infatti lavorato con registi di culto e viene ancora ricercato
nelle varie rassegne culturali europee come musicista che esprime
la voce delle culture ibride balcaniche, in bilico tra passato e
presente, tra Oriente e Occidente (e non si prendano queste per
vuote categorie ma per qualcosa di ben determinato come la tradizione
e la modernità, come la cultura di massa che nasce dalle periferie
o la cultura di massa che nasce dal centro).
Ma
allora che effetto fa a Bregovic suonare e far eseguire la sua musica
in un Conservatorio?
"Nessuno
in particolare. Ci troviamo in un’epoca moderna, in cui non hanno
più senso queste tipologie e, a ben vedere, anche Stravinskij ha
utilizzato pezzi tradizionali all’interno delle sue composizioni."
Già
ma Stravinskij non era un musicista rock, comunque è inutile fare
delle grosse differenze, non vogliamo certo apparire come i soliti
rigidi bacchettoni...
Ma
come lavora Bregovic, o meglio in cosa si esprime questo suo equilibrio
tra modernismo e tradizione. Semplificando, potremmo definire il
suo metodo un taglia e incolla. Una funzione che, per chi usa un
computer, è assai famigliare: un patchwork che assimile molti elementi
dalla tradizione (e qui Bregovic, al contrario dei vari Bartók o
Stravinskji, da lui citati, non reinventa nulla) e ricombina a suo
piacimento, ricompone a livello superficiale le basi degli arrangiamenti
(la modernità).
"Certi
metodi sono comuni alla modalità zingara di far musica, che è assolutamente
moderna."
La
potremmo definire una modalità di rimpasto (vedi l’intervista alla
Kocani Orkestar)
libera da ogni copyright (un problema che, come vedremo sta molto
a cuore a Bregovic).
"Gli
zingari rielaborano ogni tipo di musica infischiandosene dei diritti
d’autore."
Ed
è per questo che Bregovic predilige lavorare oggi con i gruppi zingari,
poiché si può appropriare di una tradizione libera da royalties
e in più essi sono in grado di arricchire
musicalmente il contesto musicale attraverso inserimenti
di complessità ritmiche e armoniche forse sconosciute al ‘semplice’
Bregovic. Ma c’è un colore inconfodibile che egli riesce a ricreare
o ad inserire, ed è quel colore folklorico balcanico, Intendendo
questo termine geografico nella sua più ampia accezione.
"Ho
sempre usato formazioni tradizionali che utilizzano strumenti originali
e ho, come nella colonna sonora di Underground,
sostituito tutti i legni e ottoni classici, come oboi, clarinetti,
corni, flauti con degli strumenti originali popolari. In pratica
ho cambiato nel mio ensemble attuale la sezione fiati classica con
il gruppo tradizionale, creando questa formazione finale: tredici
archi, quindici coristi maschi, la banda di ottoni, più le percussioni
e altri strumenti come la chitarra e il sintetizzatore. Non uso
più un direttore d’orchestra in senso classico, ma uno dei miei
percussionisti si occupa della conduzione."
Ma
vediamo come è avvenuto il grande salto verso il sucesso in Occidente
e la legittimazione come compositore ‘colto’.
"Il
cambiamento è avvenuto in me quando ho scoperto di essere un musicista
provinciale. In realtà lo sapevo già, ma non avevo mai provato a
farmene una ragione. Poi ho scoperto che c’era qualcosa di buono
in questa provincialità, perché significava soprattutto legame con
la mia tradizione; dovevo solamente cambiare modo di esprimere tale
legame. Quando iniziai a viaggiare per il mondo e vidi in Tailandia,
come in Polonia e in altri luoghi, dei gruppi rock’n’roll assolutamente
ridicoli, allora capii che quel tipo di provincialità era totalmente
succube di modelli imposti dall’Occidente e dall’America in particolare.
Poi ho scoperto che, anche se fossi stato il compositore più stonato
del mondo, avrei dovuto essere fiero di questa mia ‘tipicità’, perché
in essa sarei riuscito ad esprimere la mia più genuina identità
culturale."
E
in questo non possiamo che essere d’accordo: se cultura di massa
deve essere, allora che risaltino le differenze, anche se queste
non sono certo sinonimo di liberazione o democrazia di base, perché
sentirsi sub-culturali non significa minare un sistema, ma consolidarlo
attraverso l’inserimento di una nuova categoria di mercato (e questo
potrebbero capirlo anche quelli de il
manifesto che si ostinano ad esaltare figure volutamente descritte
come marginali, ma che marginali non sono assolutamente).
Non
siamo stati certo noi a continuare a parlare di soldi, di diritti
d’autore e di contratti con Bregovic, durante il nostro incontro,
ma questi argomenti sono venuti fuori dalla bocca del compositore.
Allora, con un rapido cambio di prospettiva, accettiamo di raccogliere
i suoi messaggi, comunque interessanti, che riguardano il risvolto
economico della sua vita artistica. Il musicista oggi è prima di
tutto un imprenditore. «Di poeti ne nasce uno ogni cento anni» -
come disse Moravia ai funerali di Pasolini.
"All’inizio
della guerra - dice invece Bregovic - ho fatto musica da film solo
perché avevo bisogno di soldi, ma oggi voglio diradare questa mia
attività, che non sento più mia. Nel cinema lavorare con chi ha
talento come Kusturica è una cosa che facilita moltissimo la tua
parte. E se qualcuno investe milioni per la produzione, allora tali
soldi devono essere spesi da persone con un grosso talento artistico.
Invece il mondo del cinema è pieno di registi stupidi e mediocri.
Pochi sanno rischiare, anche con la musica, come fa Kusturica. Lui
proviene dalla scuola cinematografica di Praga, in cui si pensava
che solamente nei brutti film fosse necessaria la musica come un
supporto ortopedico. Poi il suo rapporto con la musica, all’interno
dei suoi film è cambiata a partire da Il
tempo dei gitani. In fondo anche lui era stato un musicista
punk a Sarajevo e ha sempre amato un certo tipo di musica che avesse
un certo impatto. Ma il problema con i film è che questi sembrano
tutti interessanti sulla carta o al momento della prima sequenza.
Solo alla fine della lavorazione scopri che si tratta invece di
un film orrendo. E di film di questo tipo ce ne sono molti in giro.
Se pensi che Morricone non ha lavorato su buoni film per anni, allora
capisci che ciò è successo solo perché non ha potuto scegliere."
Ma
ci sono altri registi di talento?
"Oltre
ai film di Kusturica, credo che La
regina Margot sia uno dei più bei film francesi e che Patrice
Chereau sia un regista raro in quel paese. Oltre a questi c’è un
grande regista con il quale mi piacerebbe lavorare ed è Mikalkov,
il mio regista preferito."
Il
rapporto tra industria cinematografica e musicista è generalmente
conflittuale, se il musicista vuole mantenere una sua autonomia.
Mentre tale rapporto si semplifica, passando dalla conflittualità
al compromesso, ma pare che questa via sfavorisca di gran lunga
il musicista.
"Generalmente
i musicisti che sanno fare musica non lavorano sui film. Non è il
posto adatto per esprimersi, specialmente nelle produzioni americane.
Dovevo firmare un contratto per un film con Robin Williams, una
storia carina... Quando mi hanno spedito il contratto ho capito
perché nei film americani non c’è mai della buona musica: comprano
tutto, vogliono arrivare a possedere tutto. Inoltre ricercano solo
effetti sonori di accompagnamento, senza un ruolo espressivo vero
e proprio. L’anno scorso mi invitarono ad un festival a Barcellona
in cui Michael Kamen eseguì alcune sue musiche da film. Fui così
deluso da quel concerto. Sembrava musica ma non lo era, o meglio:
c’erano i sintomi di qualcosa che doveva assomigliare alla musica,
ma in realtà si trattava di toni di nulla. Anche se Kamen è un buon
compositore, non darà mai dei buoni risultati in quelle condizioni.
Ci sono delle vere e proprie imposizioni da parte dei produttori
americani che chiedono sempre l’esclusiva sui diritti d’autore e
ti impediscono di fare qualsiasi altra cosa durante la lavorazione
del film. Oggi non sarei qui ad eseguire i miei pezzi se non li
avessi mandati a farsi fottere. Non sono pronto a lavorare per niente
se poi non sono il possessore del mio lavoro ed è questo il motivo
per cui non voglio più lavorare negli Stati Uniti."
Forse
potrà sembrare un privilegio, e di fatto lo è, poter scegliere con
chi lavorare. Ma a noi sembra assolutamente legittimo che ciò sia
possibile per chi, pur non sentendosi un musicista-vate, indica
una strada di autonomia da crti modelli ormai stereotipati. Come
già sottolineato, i nuovi modelli non sono per questo esenti da
un’attenzione per il mercato. Quello discografico (ma anche quello
cinematografico) sta accaparrando musicisti che hanno orizzonti
etnici, popolari o tradizionali, che dir si voglia, perché reiscono
a riempire le sale da concerto e a vendere dischi.
"Per
fortuna oggi, proprio perché ho iniziato a vendere molti dischi
in tutto il mondo, non ho la necessità di lavorare in quell’ambiente.
Voglio semplicemente suonare: Non ho progetti particolari. In occasione
della proclamazione di Salonicco, capitale culturale d’Europa, mi
hanno commissionato una composizione, su cui ho lavorato. Ne è risultato
un pezzo lungo all’incirca un’ora. Ho raramente accettato commissioni,
come nel caso del Balanescu Quartet che mi ha richiesto una composizione
per quell’ensemble."
Il
musicista è un imprenditore che investe sul suo prodotto e che sfrutta
l’innovazione per vincere la concorrenza...
"Ho
sempre immaginato il ruolo dei soldi nella vita della gente come
qualcosa che consente di poter scegliere senza costrizioni e io
mi trovo ora in questa condizione: posso scegliere di fare in musica
quello che voglio. Magari, in futuro, mi dedicherò anche a un’opera."
E perché no?
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| da
"Auditorium reviews", n.3, 1998 © Auditorium
Edizioni / Michele Coralli |
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