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Un curriculum tradizionale e una carriera improntata
alla interdisciplinarietà e alla contaminazione, l'ensemble
contemporaneo romano Alter Ego sembra avere un passo più
ampio di molti altri gruppi analoghi, riuscendo a muoversi in terreni
che in Italia sembrano, se non vergini, ancora poco frequentati.
Ne parliamo con Oscar Pizzo e Manuel Zurria, rispettivamente pianista/tastierista
e flautista del gruppo, di cui fanno parte anche il clarinettista
Paolo Ravaglia, il violinista Francesco Peverini, il violoncellista
Francesco Dillon.
Oltre dieci anni di attività come ensemble
dedito all'interpretazione di repertori contemporanei (da Glass
a Lang, da Rzewski a Sciarrino). Come spiegate l'impulso che gruppi
cameristici come il vostro hanno ricevuto a partire da qualche anno
a questa parte?
Crediamo che la nostra generazione abbia avuto il
tempo e la fortuna di nutrirsi e "digerire" tutto quello
che di buono c'è stato nel mondo della musica contemporanea,
da Darmstadt in poi. Abbiamo vissuto con disincanto questa piccola
rivoluzione, senza gli idealismi dei suoi protagonisti, e questo
ci ha permesso di essere sicuramente più obiettivi nei giudizi
e nelle scelte. Non è una dichiarazione di qualunquismo,
anzi intende essere una scelta di libertà che ha permesso
a tanti gruppi come il nostro di rivitalizzarsi nel repertorio,
rendendolo per quanto possibile innovativo nel panorama artistico
odierno. Rimanere confinati solo nella tradizione dell'avanguardia
accademica significa non permettere un cambiamento alle infinite
metamorfosi che la nostra cultura ci impone.
Come si possono ignorare infatti i contributi che
la tecnologia ha pesantemente riversato sulla nostra quotidianità,
il cambiamento di velocità che è stato imposto alla
vita di tutti i giorni, le migrazioni che hanno permesso una vera
civiltà multietnica? Tutto questo si trasferisce sugli artisti
che operano sul contemporaneo che ne riflettono ansie e contraddizioni.
Non siamo contrari a suonare musiche degli anni '50 o '60, benché
molte di queste ci sembrano oggi come "fuori luogo", semplicemente
perché dopo tanti anni possiamo finalmente selezionare
con un criterio artistico e non di ideologia.
Sono d'accordo sul fatto che molti delle giovani
generazioni si avvicinano alla musica contemporanea con meno intellettualismi
di quanto potevano fare venti o trenta anni fa. Vi faccio allora
una domanda a doppio taglio: credete forse che avvicinarsi a gente
come Steve Reich, by-passando autori come Nono e Maderna, può
considerarsi un modo per non spaventarsi di fronte a qualcosa di
ostico e più difficilmente comprensibile?
Non crediamo sinceramente che la musica di Reich
si possa considerare più "facile" di quella di
Nono. I due operano su territori estremamente complessi che riguardano,
uno il ritmo, l'altro il suono nelle sue infinite sottigliezze.
Quello che rende più fruibile la musica di Reich è
sicuramente il controllo sul ritmo, che è uno dei fattori
naturali di comunicazione e di linguaggio degli esseri umani. Gli
autori che hai citato, (Nono e Maderna), tra i più importanti
della loro generazione, hanno costruito la loro rivoluzione sulle
ceneri della Seconda Guerra Mondiale. C'era al momento un azzeramento
sociale e culturale che, se da un certo punto di vista poteva essere
considerato una immane tragedia, dall'altro ha senza dubbio favorito
la ri-nascita di una nuova musica. Questo ha imposto una scelta
drastica, idealistica e fortemente autarchica che ha condizionato
la vita musicale fino agli anni '80, provocando un totale scollamento
tra avanguardia e pubblico, creando un circolo super-elitario e
ristrettissimo di addetti ai lavori.
Per rispondere alla tua domanda, diciamo che, se
una persona ha una sincera curiosità intellettuale verso
l'esterno, non si spaventa certo davanti a difficoltà di
questo tipo. Essere intellettuali in questo senso non costituisce
uno status symbol, ma una forma di sana elaborazione cerebrale in
un contesto che tende invece ad un appiattimento culturale e ad
una sorta di regime di deficienza.
Semplificando, è possibile allora che certa
musica contemporanea possa essere fruita senza alcuna mediazione,
come si sarebbe potuto fruire una toccata di Scarlatti o una sinfonia
di Grieg?
La musica vive di una comunicazione complessa. Non
avendo referenti visivi o tattili, vive di emozioni nel ricordo
dell'ascolto momentaneo. In questo senso pensiamo che un concerto
renda giustizia alla musica più dell'ascolto di un disco,
perché l'emozione fisica di un interprete che suona risulta
molto più stimolante di una cuffia e di uno stereo. Noi cerchiamo
di porci il problema dell'utilizzo di quei supporti (come luci,
video, etc.) che, sebbene ampiamente utilizzati nella musica commerciale,
ancora faticano a trovare un loro contesto anche nell'ambito della
nostra musica. Non crediamo sia poi così assurdo utilizzare
questi mezzi per uno spettacolo il cui scopo unico è quello
di aiutare l'ascoltatore a rendere viva la sua attenzione per comunicargli
delle emozioni.
Comunicazione: ecco, questa è una parola ricorrente
nella nostra intervista che credo sia il punto fondamentale della
nostra ricerca attuale. Anche la musica più complessa, se
posta nei giusti termini, può garantire delle emozioni a
un pubblico di non specialisti. Crediamo molto nell'intelligenza
del pubblico: quasi sempre coglie la validità del prodotto
musicale decretandone il successo o la sconfitta, a prescindere
dal livello culturale o dall'abitudine. Ascoltare Scarlatti pone
altri problemi: se da un lato c'è l'agevolezza di una musica
che appartiene alle nostre radici, di cui conosciamo tutte le possibilità
e che ci emoziona più per conferme che per sorprese, dall'altro
c'è la difficoltà di sentire nostra una musica che
apparteneva ai nostri antenati, che sembra racchiusa in un'icona
sacra ma che vibra poco di umanità.
Vi siete misurati con diversi autori ma Glass,
Rzewski e Sciarrino hanno avuto una particolare attenzione da parte
vostra. Quali sono le affinità elettive che avete sviluppato
con questi compositori.
Alter Ego ha cominciato la sua storia sotto il segno
di Sciarrino, che reputiamo uno dei compositori più geniali
ed originali di questi anni. La sua musica, ad esempio, ha sempre
avuto un enorme impatto sul pubblico, perché mette a nudo
in maniera inquietante il problema dell'ascolto, del silenzio e
della nostra fisicità. Negli ultimi anni abbiamo approfondito
il repertorio minimalista degli anni '70, che ci sembrava non sufficientemente
documentato su disco. Abbiamo ripreso i lavori di Frederic Rzewski
come Coming Together e Attica e li abbiamo attualizzati
affidandone l'interpretazione ad artisti come Frankie HI NRG e John
De Leo dei Quintorigo.
Anche con Sciarrino abbiamo tentato un esperimento
dal risultato molto soddisfacente insieme a Robin Rimbaud alias
Scanner , che ne rimanipolava i materiali sonori in un contesto
molto personale. Il lavoro su Glass si è concentrato invece
principalmente sulle opere minimaliste degli anni tra il 1965 e
il 1972 che ci hanno imposto un grande rigore e un lavoro molto
interessante sul suono e sull'articolazione. Per dovere di cronaca
vorremmo ricordare altri compositori con cui abbiamo stabilito dei
rapporti di affinità: Toshio Hosokawa, Kajia Saariaho, Louis
Andriessen, David Lang, Alvin Curran, Giya Kancheli. Tra i giovani
italiani ricorderei Fausto Romitelli, Luca Francesconi, Maurizio
Pisati, Gabriele Manca, Nicola Sani, Stefano Gervasoni, Mario Garuti,
Luigi Ceccarelli e molti altri che sono sempre stati al centro delle
nostre attenzioni.
Dal punto di vista discografico avete trovato
un accordo con Stradivarius, che recentemente ha puntato molto sulla
musica contemporanea. Dal vostro punto di vista pensate che un CD
di musica contemporanea abbia oggi più possibilità
commerciali di qualche anno fa?
Il mercato discografico nella musica contemporanea
rappresenta ovviamente un mercato di "nicchia" rispetto
a quello che potrebbe rappresentare il grande mercato discografico
del rock o della musica leggera. Per nostra fortuna esiste ancora
della gente sensibile ed avventurosa come gli amici della Stradivarius
che ci hanno permesso di realizzare una serie discografica ancora
in corso che ha già dato le sue piccole soddisfazioni. Il
nostro CD Music in the Shape of a Square di Philip Glass
è stato segnalato come Editor's Choice della nota rivista
"Gramophone", un traguardo che raramente è destinato
alle produzioni italiane.
E quali caratteristiche deve avere un CD di musica
contemporanea per avere un mercato. Quali modelli deve seguire,
secondo voi?
Il CD di musica contemporanea non è destinato
ad un mercato di tipo "quantitativo" ma "qualitativo"
nel senso che l'operazione che si fa con un CD di musica contemporanea
è di tipo esclusivamente culturale. Oggi il CD è anche
un sistema promozionale ed un veicolo per la diffusione della musica
senza pari. Tutti hanno la possibilità di accedere a questo
vettore, anche se i costi permangono eccessivamente proibitivi.
Mentre invece sul versante concertistico quali
sono state le strade percorse?
Alter Ego sta cercando da qualche anno di scardinare
le ipocrisie e i confini tra i generi. Stiamo cercando di interagire
con artisti diversi, non in onore della solita "contaminazione"
che va tanto di moda, ma per un rinnovamento profondo del concetto
di contemporaneità in musica. In questo senso ci pare estremamente
importante ogni possibile stimolo e proposta che possa metterci
in difficoltà e stimolare nuove risposte e problematiche.
Siamo in contatto con artisti importanti del calibro
di David Moss, di Otomo Yoshihide e dei Pan Sonic per assemblare
progetti nuovi che possano sensibilizzare anche un pubblico che
ha il timore di farsi vedere in una sala da concerto che non sia
un Palazzetto dello Sport. Per loro, soprattutto, stiamo cercando
di spingere la curiosità, per verificare se è ancora
possibile divertirsi con delle cose intelligenti...
In Italia ci sono vari orticelli e ognuno coltiva
il proprio. Anche in ambito contemporaneo alcune realtà,
più o meno in conflitto, si spartiscono una fetta di torta
all'interno dei circuiti culturali delle varie città. Come
vive un gruppo che propone progetti trasversali che coinvolgono
rappers come Frankie Hi NRG o improvvisatori come Giuseppe Ielasi?
Viviamo ancora la diffidenza dei puristi, in entrambi
i settori. Essere trasversali può secondo noi essere una
forza di coesione, per riconquistare curiosità e interesse
nella cultura di oggi che è estremamente trasversale. Tutto
oggi nella cultura di Internet è riferito attraverso links
piuttosto che pagine fisse. Gran parte di questo processo è
partito solo qualche anno fa. Mi ricordo che durante un viaggio
di spostamento da una città svedese a un'altra, Francesco,
il nostro violoncellista, che, vuoi perché più giovane
anagraficamente di noi, vuoi perché da sempre attratto da
altre musiche, ci fece sentire dei dischi. Uno di questi esercitò
una impressione profondissima sul gruppo: era A dei Pan Sonic.
Non avevamo mai sentito niente di così "contemporaneo".
Da quel giorno ci siamo aggiornati moltissimo e abbiamo colmato
ogni lacuna. Oggi girano tra gli adepti di Alter Ego numerosi CD,
articoli, ritagli, giornali... Insomma una rete informativa degna
della CIA.
Beh quelli ultimamente non hanno brillato
Ma concludiamo con i vostri prossimi progetti.
Beh, il primo, appena terminato, è il nuovo
CD con musiche di Frederic Rzewski. Si tratta della prima monografia
italiana dedicata a un protagonista della musica degli ultimi quaranta
anni, realizzata con l'aiuto di numerosi ospiti: in primis lo stesso
Rzewski, poi Frankie HI NRG, Giuseppe Ielasi, Scanner e Marco Passarani.
In aprile uscirà il nuovo CD sempre con Stradivarius con
due opere di Philip Glass mai incise su CD: How Now del 1968
e 600 Lines, un lungo lavoro del 1968 che Glass ci ha concesso
in esclusiva. Ha visto rarissime esecuzioni durante gli anni della
sua nascita, per poi finire in un cassetto per troppo tempo. E'
un importante brano del periodo minimalista, a mio avviso uno dei
più belli di Glass: nulla è concesso alle ripetizioni
e la musica procede scritta per 600 pentagrammi (circa 45 minuti
di durata). Sul versante concertistico stiamo mettendo a punto un
vero e proprio Festival Alter Ego che con un po' di fortuna vedrà
la luce nel 2004. Si chiamerà "COMETODADDY" in
onore al famoso CD di Aphex Twin ma che in un certo senso rispecchia
l'invito all'ascolto rivolto soprattutto ai più giovani.
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| febbraio
2003 ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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