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Fra la stima di pochi e l'indifferenza dei più, il
trio inglese degli XTC è giunto a pubblicare il suo decimo lavoro
in quindici anni di attività. Il gruppo esordì sulla scena musicale
nel 1977, in pieno sommovimento punk. E il punk lascia qualche traccia
nell'asprezza del sound degli esordi (il primo lp, White Music,
è del 1978), anche se fin dall'allora esso presenta una evidente
caratterizzazione pop, termine quest'ultimo da intendere in senso
storico. Gli XTC sono infatti andati assumendo sempre più negli
anni i connotati di una band sublimanente pop, così sublime da rimanere
sprovvisti lungo il cammino di un elemento fondante della stessa
etichetta musicale: la popolarità. Fattore quest'ultimo che non
ha mai arriso veramente al gruppo, che, pur avendo dalla sua doti
apparentemente adatte per aprirsi il varco verso il successo, ha
finito col rimanerne sempre al di qua, in una terra di nessuno sospesa
fra l’elite della sperimentazione colta e gli squisiti sapori della
melodia allo stato puro, centellinata da cultori sparsi in mezzo
mondo. Del resto sul piano strettamente stilistico-musicale la band
di Swindon (cittadina a ovest di Londra, non lontana da Bristol)
viene spesso accostata al prestigioso nome dei Beatles, e non illegittimo
sarebbe ascrivere i suoi due songwriter all'albero genealogico dei
grandi facitori di canzoni del Regno di Albione, quella che dagli
stessi McCartney e Lennon e Ray Davies dei Kinks va fino a Elvis
Costello, Paul Weller e, dulcis in fundo, Peter
Blegvad, con cui, non a caso, i nostri due hanno collaborato
in passato.
Gli XTC devono la notevole carica di fantasia e freschezza
di tanta loro produzione alla grande varietà di riferimenti musicali
ed extramusicali raccolta, con la maniacalità del collezionista,
in ogni loro lavoro, oltre a un'indubbia abilità artigianale nel
muoversi in studio di registrazione tra suoni acustici, elettrici
ed elettronici, spesso condensati in preparati di rara perfezione.
È il caso anche di questo ultimo Nonsuch,
uscito a tre anni di distanza dal precedente Oranges & Lemons.
Ancor più del predecessore, il nuovo prodotto evidenzia la deriva
pop-rock seguita dal gruppo: ovvero la canzone della tradizione
di cui sopra come precipitato di delizie dolciarie, fino ai limiti
della stucchevolezza, un McCartney affrontato e superato sul suo
stesso terreno di tiepidi languori domestici. Ciò soprattutto su
iniziativa di Andy Partidge ("quando McCartney fa certe cose,
potrei ucciderlo con un Black & Decker arruginito; poi mi ascolto,
e capisco di essere caduto in un abisso del genere"), il più
prolifico dei due compositori del gruppo, nonché chitarrista dello
stesso. L'altro è il bassista Colin Moulding, autore in genere parco
e pregevolissimo, mentre il terzo uomo, Dave Gregory, è un polistrumentista
che funge da certosino cesellatore dei suoni del piccolo ensemble.
Anche nel nuovo lavoro Moulding si conferma all'altezza della fama,
e dei quattro brani composti tre ci paiono davvero superbi. My
Bird Performs è costruito su una delicata tessitura di chitarra,
in cui si inserisce la batteria e una seconda chitarra riverberata.
La voce colpisce nella sua sobrietà, così come, in fase solista
o di controcanto, la tromba e il flicorno suonati da Guy Barker.
Raramente una canzone esprime felicità e senso di appagamento con
tanto garbo e leggerezza. Bungalow è un'altra canzone di stampo
idilliaco, con un gusto volutamente demodé e alcune accentuazioni
fra il sacro e il fiabesco nel coro, che può anche ricordare quello
che chiude il lontano Pawn hearts dei Van der Graaf Generator.
"Sono geloso che Bungalow l'abbia scritta lui. Ne compone
poche, ma bellissime": così lo stesso Partridge (in Inventare
l'inventato, a cura di Aldo Vitali, intervista che compare su
"Live Music", a. I, n. 2, pp. 36-38). A ben altre situazioni
e atmosfere rimanda invece War Dance, che esprime la preoccupazione
per il diffondersi di sentimenti nazionalistici e interventisti
in occasione della recente Guerra del golfo. Il brano è aperto da
un fraseggio di sintetizzatore che emula il clarinetto, adeguato
ai timbri gravi che compongono l'intera canzone col contrappunto,
specie nel ritornello, di interventi fiatistici più secchi e taglienti.
Non da meno, sul piano qualitativo, è l'apporto di
Partridge, il quale firma tredici composizioni. A partire dal brano
di apertura, The Ballad of Peter Pumpkinhead, che ci consegna
a quell'essenzialità narrativa e musicale che il rock talvolta condivide
con la musica popolare; vi troviamo tanto di riff di armonica a
bocca, chitarre elettriche "spiegate", batteria che scandisce
canonicamente il tempo in quarti fra charleston, cassa e rullante.
Nel puro idioma rock, al min. 3:34, l'arresto in sfumato delle chitarre
per lasciare in evidenza il ritmo della batteria e la voce, con
inserimenti successivi di campane di chiesa(??) e delle chitarre,
una delle quali impiega un effetto eco. Dear Madam Barnum
e Humble Daisy richiamano palesemente i Beatles e McCartney
in particolare. Gli accordi iniziali della seconda ricordano un
passaggio dell'inciso strumentale [verifica] di Your mother should
know (song mccartneiana in Magical Mistery Tour), e al
quartetto fanno pensare il piglio da banda di circo (Barnum, del
resto), i coretti e le armonizzazioni vocali nella strofa e il vociare
di un immaginario pubblico nella seconda. D'annata, nello stessa
canzone, l'uso da parte di Gregory dell'organo hammond, presente
anche in altri cinque brani dell'album: un indizio dell'inclinazione
storicizzante, discreta e mai ostentata, che compone il sound del
gruppo.
D'altro canto non si può ridurre la musica degli
XTC a una sorta di ben temperato prontuario beatlesiano e della
bella musica del tempo che fu. Semmai è più giusto, una volta identificata
la dialettica fra tradizione e innovazione nella musica degli swindoniani,
parlare con Riccardo Bertoncelli di "enciclopedismo musicale"
dei tre (vedi l'introduzione a XTC, Arcana, 1992, p. 35),
o di una grande recettività e creatività nell'attraversare la fertile
tradizione del rock dalle origini ai giorni nostri. Lo stesso Partridge
del resto "confessa" la derivazione Fleetwood Mac di The
Disappointed, l'impiego degli accordi di I Get Around
dei Beach Boys per Books are Burning, mentre, sempre secondo
il suo autore, Wrapped In Grey "è un pezzo di Burt Wilson,
nel senso di Burt Bacharach più Brian Wilson". Omnibus,
una sorta di filastrocca che, al pari di Holly up on Poppy,
ci mostra un Partidge come McCartney interessato alla melodia infantile,
prende lo spunto da un accordo di See Emily Play dei Pink
Floyd di Syd Barrett, quello arpeggiato dalla tastiera in chiusura
di ogni verso del ritornello (si veda ancora Bertoncelli alla pagina
citata).
Abbiamo poi Then She Appeared, aperta da un
arpeggio di chitarra a dodici corde a cui segue la voce solista
sospesa fra sogno e incantamento, ancor più quando il controcanto
e un sintetizzatore che sa di flauti di mellotron illanguidiscono
con grazia il tessuto melodico del brano. "Then
she appeared, apple venus on a half open shell": una visione
botticelliana messa in musica. Wrapped In Grey presenta
piano e quartetto d'archi al completo acccanto agli strumenti più
consueti e un testo che invita i sognatori, le cui "bizzarie
inconsce" sono popolate da "mongolfiere e vaporetti",
"pappagalli e lemuri", a "non lasciare che i senza
cuore vi rifilino un mondo avvolto nel grigio". The Ugly
Underneath va segnalata almeno per il ritornello, con gli splendidi
arrangiamenti di tastiera e chitarra di Gregory, che risaltano con
pienezza nel finale, di sapore quasi bachiano (o bisogna riferirsi
a Bacharach e Wilson, come fa lo stesso autore?).
Il disco è chiuso da Books Are Burning, a
cui già si accennava per l'ascendenza Beach Boys. Si tratta, con
Rook (brano lento molto bello che ha un'elaborata costruzione
armonica su un tempo di 3/4, con una sequenza di piano che pare
rimandare a esperienze minimaliste), dell'unico pezzo di Partridge
di cui egli si dichiari soddisfatto. Pur non essendo d'accordo con
lui, diciamo comunque che è un brano distesamente rock, con una
serie di quattro assoli di chitarra (tanti non se ne ascoltano in
tutto il resto del disco) scambiati fra l'autore e Gregory, e un
coretto che chiude canzone e album. Il titolo e il teso si riferiscono
con buona probabilità alla vicenda dello scrittore Salman Rushdie
e a tutte quelle situazioni di intolleranza che dal campo culturale
si estendono a quello della convivenza civile tra uomini: "Books
are burning / In the still air / And you know where they burning
books / People are next".
La strada che gli swindoniani percorrono da anni
mostra altri possibili compagni di cammino, oltre a quelli appartenenti
alla tradizione illustre di cui si è detto sopra. Non ci sembra
improprio fare il nome dei Pere Ubu, anche loro partiti da un ruvido
sound di matrice punk, nella variante americana del garage, per
approdare all'eccellente compostezza pop, sicuramente non apprezzata
dalla maggior parte degli estimatori della prima ora, di un album
come Worlds in Collisions (se ne veda la recensione su "Auditorium"
8). Ma viene anche da pensare, fosse anche solo per opposizione,
al versante commercialmente più redditizio di certo pop-rock rappresentato
dai Talking Heads e da Joe Jackson (la cui vocalità, tra l'altro,
può a tratti richiamare quella un po' enfatica di Andy Partidge),
"coetanei" degli XTC e provenienti, con approssimazione,
da un analogo contesto socio-musicale. Comune è l'approccio ironico
e demistificante a una certa idea sacrale di rok‘n’roll, la consapevolezza
critica e il taglio intellettuale del loro fare musica, diverso,
e non poco, è invece l'esito sul piano concreto delle scelte stilistiche,
della scelta dei modelli cui far riferimento, della promozione della
propria immagine.
Tornando al disco, resta da rilevare la grande cura
dei suoni, la grande pertinenza degli arrangiamenti, compresi quelli
per le sezioni di archi e fiati, la convincente prova fornita dai
diversi collaboratori, a partire dal batterista Dave Mattacks, storico
componente del gruppo di folk-rock dei Fairport Convention negli
anni '70, bravissimo nel rinfrescare il drumming della band, che,
affidato a Pat Mastelotto, risultava un po' troppo "programmato"
nel precedente Oranges & Lemons. Nonsuch ci sembra
costituire un punto d'arrivo per i tre musicisti inglesi, forse
anche un punto di non ritorno, oltre cui non è più possibile andare.
Come è infatti pensabile che riescano a levigare e limare ulteriormente
il loro già abbastanza prezioso "pop perfetto" senza farlo
scomparire in un pulviscolo dorato? E come gli sarà possibile continuare
ad attingere a un patrimonio altrui, peraltro inesauribile, senza
generare un'impressione di già-sentito? Non crediamo che gli XTC
siano un gruppo destinato ad accasarsi sulle rive di una scrittura
musicale standardizzata o sterile. È legittimo avanzare il sospetto,
o il timore, di manierismo, ma di un manierismo da intendere nel
senso di pieno raggiungimento di una misura che, nella sua dialettica
fra emulazione e ricreazione, tende a conformarsi come classica.
Cosa non da poco, in un momento musicale in cui prevalgono le spinte
centrifughe, le infrazioni alle regole e le contaminazioni che sembrano
annunciare l'arrivo di un nuovo barocco di massa. Si può essere
non d'accordo con l'anelito di classicità e misura che la musica
degli XTC esprime, ma non ci si può trattenere dall'alzarsi in piedi
e applaudire al passaggio di Pietro Testadizucca e dei suoi amici.
Hooray!
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XTC. Testi con traduzione a fronte
a cura di Paolo Bertrando, Arcana, Milano 1992.
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di Andrea
Coralli
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In parallelo all'uscita del nuovo album degli XTC,
con gran tempismo l'Arcana pubblica nella sua collana più diffusa,
Musiqa, un'antologia di traduzioni di liriche del gruppo con testo
a fronte. Si tratta in tutto di 65 brani, che costituiscono appunto
solo una parte dell'intero repertorio di testi dei tre di Swindon
(in realtà gli autori dei testi, come delle musiche, sono i soli
Moulding e Partidge). Non si poteva d'altronde chiedere alla casa
editrice uno sforzo maggiore, vista la diffusione pressoché amatoriale
a cui il libro sembra essere destinato. Molto del pregio del volume
è nella bella introduzione di Riccardo Bertoncelli, La ballata delle
Teste-di-Zucca: storia stratosferica dei duchi di Swindon. Con il
suo tratto rapsodico Bertoncelli ci accompagna lungo le varie tappe
della vicenda musicale del gruppo britannico, trapuntando lo scritto
con utili notizie su uscite discografiche, formazioni, ruolo dei
produttori, dichiarazioni rilasciate dall'altrettanto rapsodico,
e lucido, Partridge (a proposito, non sgradita sarebbe risultata
l'indicazione della fonte da cui esse sono tratte). Si sente che
Bertoncelli intrattiene un rapporto di fidente complicità con l'oggetto
del suo discorso, e non di rado fioriscono immagini e metafore,
caratteristiche del suo linguaggio critico. Ecco qualche esempio:
"qui si parla di marginali con l'elastico che al margine finiscono
per ritornare sempre" (p.5). "Swindon è la capitale apparente
degli XTC ma Partidge, Moulding e Gregory non abitano in realtà
lì, situati piuttosto in una terra fantastica e tutta mentale che
si cercherebbe invano su un atlante. La chiamerò Swindonia, questo
u-topòs, e noterò che confina a nord con la Shangri-La dei fratelli
Davies, a sud con la sterminata Pepperland dei Beatles e la qualche
parte con quella 'Land of Grey and Pink' di cui parlano i geografi
Sinclair" (p.6): ecco la proposta di un canone con lieve ammicco
iniziatico. "Partridge e Moulding mostrano di avere annusato
bene i fiori del passato pop, prima che finissero nella spazzatura
dove si compiacciono di ammirarli" (p.10). Elvis Costello "va
considerato cugino degli swindoniani, pur se di ramo collaterale
- la dinastia è beninteso quella dei Lennon-McCartney, i Tudor dell'età
moderna". Certo è un linguaggio che difficilmente può costituire
un modello, pena la perdita del senso di misura e l'indulgere in
deliri liricizzanti propri di tanti apprendisti critici rock di
riviste ben note. Bisogna riconoscerne l'unicità e le capacità evocative
e poi, almeno per quanto ci riguarda, seguire la strada di una comunicatività
più piana e diretta.
Discorso a parte merita la traduzione, eseguita da
Paolo Bertrando. Nell'insieme assolve il compito a cui dovrebbe
sempre attenersi la traduzione di un testo rock, che è quello di
rendere più intellegibili le parole nella lingua d'origine immediatamente
consultabili nella pagina a fianco. In passato alcuni testi dell'Arcana
avevano ampiamente travalicato la loro funzione, costituendo talvolta
un balordo esercizio pseudopoetico in cui il traduttore s'imbarcava
stravolgendo completamente l'originale. Valga per tutti il caso
del libro dedicato ai Doors, la cui "traduzione" è di
Massimo Bracco. Bertrando nel complesso si mantiene nei limiti della
sobrietà, preferendo all'esibizione il servizio per il lettore.
Talvolta i giochi di parole o le esigenze di rima lo inducono a
forzare un po' l'originale, con esiti alterni. Due esempi nella
stessa canzone, uno in positivo, l'altro in negativo. Il brano è
Are you receiving me (pp. 58-9); a un certo punto il testo
dice: "I put it in a letter, what could be better?", e
Bertrando: "L'ho spedito per posta, mi pare una cosa tosta",
e qui va bene. Ma "I put in a note, one night I wrote"
reso con "L'ho scritto su un blocco, non chiamarmi sciocco"
è una forzatura bella e buona. Meglio sarebbe allora una rima imperfetta:
"L'ho messo in un blocco-note, l'ho scritto una notte".
A p. 103 compensation viene erroneamente tradotto con compensazioni,
probabilmente per mantenere la rima col precedente demolizioni,
mentre la traduzione corretta, visto il contesto, sarebbe indennizzo.
Il secondo verso di My Bird Performs (pp.
198-9) lo intenderei diversamente: "No vintage wine designer
clothes" costituscono due complementi oggetti distinti, ovvero
"vini d'annata" e "vestiti firmati", e non,
come viene reso lacunosamente, un'unica locuzione: "i vestiti
degli stilisti d'annata". Un'ultima osservazione di questa
serie pedante riguarda un vecchio vizio delle traduzioni Arcana.
Quando cioè una parola dell'originale è resa con più corrispondenti
italiani. Si prenda The Smartest Monkeys, pp. 202-3. L'aggettivo
del titolo è tradotto, nelle diverse occorrenze del testo, con intelligenti
(come nel titolo stesso), svelte, astute. D'accordo, non siamo ai
livelli di sofisticazione pepetrati da Bracco nel sopracitato volume
dei Doors; resta comunque che voler rendere con diverse varianti
le differenti sfumature di senso contenute nel termine originale
è un'operazione troppo didascalica e ambigua, che disattende una
delle regole basilari della traduzione: quella di giocare ad armi
pari un gioco per sua natura impari.
Non ci si può soffermare troppo su quello che costituisce
il punto di partenza del libro: le liriche di Partridge e Moulding.
Vale comunque la pena di fare qualche rilievo cursorio, in attesa
che qualcuno avvii sistematicamente l'applicazione della critica
stilistica al fertile campo della popular music e del rock in particolare.
Si può innanzitutto notare, e lo fa anche Bertrando nella sua Nota
ai testi, una graduale evoluzione nell'uso delle parole attraverso
gli anni. Gli esordi della band sono legati, anche sotto questo
aspetto, al punk, per tematiche, icasticità e rapidità di notazione.
Appaiono motivi adolescenziali, come la rivendicazione delle propria
identità attraverso la musica in This is pop: "In latteria
mi sento perso / Bevo bibite ghiacciate come brina / Qualcuno si
gira verso di me / E opina sulla mia scelta sul juke-box / Come
lo chiami questo rumore / Che hai messo su? / Questo è pop / Yeah
Yeah". Ancora propensioni adolescenziali e subculturali in
Science Friction ("Mi leggo i fumetti da cima a fondo")
e in Into The Atom Age ("Mi distendo con un porno tridimensionale").
In Drums and Wire compare il brano Making
Plans For Nigel di Moulding, che parla dell'iperprotettivismo
dei genitori nei confronti dei figli. "Stiamo soltanto facendo
piani per Nigel / Noi non vogliamo che il suo bene / Stiamo soltanto
facendo piani per Nigel / Nigel ha tanto bisogno d'una mano amica
/ E se il caro Nigel dice che è felice /Dev'essere felice".
Il tema è ripreso nella canzone di English Settlement (1982)
significativamente intitolata No Thugs In Our House (Niente
delinquenti in casa nostra). Ma i versi di quest'ultimo brano sono
interessanti soprattutto sul piano stilistico, intessuti come sono
di allitterazioni e assonanze. Ad
esempio: "The insect-headed worker wife will hang her waspies,
o "A boy in blue is busy banging...", e più avanti "She's
singing something stake and simple...". Col tempo le
liriche diventano più sottili, più ricercate, proprio a partire
da quell'English Settlement che molti considerano il capolavoro
del trio. Accanto allo spirito vagamente iconoclasta e sarcastico
degli inizi, si fa strada una sempre più accentuata inclinazione
ironica, un understatment tipicamente britannico, ivi compresa qualche
punta di snobismo e cinismo. Così Moulding in Wonderland
(da Mummer del 1983) dichiara di essere "troppo chiaro e semplice
per il tuo archivio" e in My Bird Performs sostiene
di non essere commosso, oltre che dai vini d'annata e dagli abiti
firmati di cui sopra, dalle belle arti, dai drammi teatrali e dalla
prosa intellettuale, così come freddo lo lasciano i sonetti di Shakespeare.
Che sia un atteggiamento di understatement lo conferma il brano
di Partridge The Mayor of Simpleton (da Oranges &
Lemons), tutto all'insegna di questa tendenza all'abbassamento
di tono, perfettamente in linea con le placide e vaporose armonie
beatlesiane delle canzone. "Non saprei dire il peso del sole
/ Di matematica proprio non ne voglio / E forse sarò il sindaco
di Sempliciopoli / Ma una cosa la so: ti amo / E quando la logica
gli sarà fredda e avranno finito di pensare / Potrai scaldarti tra
le braccia del sindaco di Sempliciopoli". E oltre, fra le righe
dello stesso pezzo, Partridge confessa di non sapere "scrivere
canzoni di successo" (sarà poi vero?).
Ma i conflitti adolescenziali e l'ironia leggera
e autoreferenziale non sono certo gli unici motivi che si possono
cogliere nella lettura di questi testi. I temi politico sociali
non sono mai ostentati o innalzati sulla bandiera delle grandi cause,
ma sono comunque presenti. In Millions (p. 74) si esortano
i popoli dell'est a non farsi abbindolare dal sogno occidentale;
Generals and Majors (p. 84) come War Dance (p. 206)
paventano uno spirito bellicista che non è mai spento, mentre una
sorta di programma pacifista di massima è in Melt The Guns
(Fondere le armi, p. 118). Sfiducia per come vanno le cose di questo
mondo e coscienza delle ingiustizie che le costellano sono motivi
che emergono da canzoni come King For A Day e Cynical
Days di Moulding o in The Ballad of Peter Pumpkinhead
di Partridge. A questi si deve anche il testo della splendida Dear
God, lettera a un dio in cui non crede ("Se c'è una cosa
in cui non credo / Sei tu... Caro Dio"), ma anche accorata
petizione a favore di un'umanità scossa dai drammi di ogni giorno
ed epoca. La canzone venne esclusa da Skylarking, forse il
più bel disco degli XTC, prodotto nel 1986 da Todd Rundgren. Si
può trovare in qualche recente edizione americana del disco, oppure
nella raccolta di produzioni rundgreniane An Elpee's Worth Of
Productions (Rhino Records, 1992).
L'attraversamento del libro dell'Arcana ci ha fornito
nuovi spunti d'interesse nei confronti di questi bei "marginali
con l'elastico", funzionando in parte anche per le liriche
quella richiesta d'attenzione e curiosità analitica che proviene
dalla musica dell'ineffabile terzetto di Swindon.
da: Andrea Coralli, "Navigando sui mari di
formaggio", Auditorium Edizioni, 1996 ©
Auditorium Edizioni / Michele Coralli

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