|
| |
Ho custodito per mesi un ritaglio di giornale con
il calendario dei Mercoledì letterari: ultimo incontro in
programma Fabio Vacchi, Luoghi immaginari". Non capita
tutti i giorni che un compositore si metta in viaggio per andare
in un posto a raccontare la sua musica. Tanto più in una
città tardiva come Bari, pigramente abbracciata al suo mare,
in attesa di lampi di genio.
L'appuntamento è al Circolo Unione, accanto
al Petruzzelli. Una volta nei pressi del teatro silenzioso, infilo
un varco fra le lamiere che circondano il cantiere. Pochi metri
di tragitto impolverato e, di fronte, un portone che introduce nell'ala
sinistra del teatro. Ad accogliermi, specchi, velluti rossi e stucchi
dorati. Lungo la scala che conduce al secondo piano m'incammino
col naso per aria: del Petruzzelli, prima del rogo, conservo un
ricordo sbiadito. E proprio mi stupisce, adesso, ritrovare la sala
affrescata del Circolo, con gl'immensi lampadari di cristallo e
i sontuosi drappi alle finestre. E un impianto stereo con altoparlanti
vistosi che servirà per la conferenza. Un pubblico discreto
occupa già le ultime file. Davanti, invece, solo qualche
sparuto spettatore coraggioso. Scelgo una sedia in terza fila. L'età
media, in fondo, non è troppo alta: molte le teste incanutite,
ma non mancano i trentenni. Per via di un corso universitario, si
scopre poi, tenuto dal prof. Moliterni, che introdurrà il
m° Vacchi.
Fabio Vacchi: come sarà questo "compositore
d'oggi"? Uno che ha studiato con Manzoni e Donatoni, che scrive
per la Scala e per S.Cecilia, che vede le sue partiture dirette
in giro per il mondo da Abbado e da Muti?
Sulla porta laterale si affaccia un signore alto e schivo. Non ha
i capelli scompigliati e la camicia sgualcita, eppure s'intuisce
in lui il Maestro. S'intuisce dallo sguardo, che rivela una mente
avvezza a sondare profondità inaccessibili.
Dev'essere una strana esperienza per un compositore
ritrovarsi dinanzi a una platea con la quale ragionare di musica,
e di bellezza, e di impegno. Mentre prende posto ed ascolta Moliterni
ripercorrere il suo itinerario biografico, Fabio Vacchi si guarda
intorno e scruta i visi del pubblico. Molti degli astanti sono qui
per ascoltare lui come mercoledì scorso per ascoltare un
filosofo e due settimane fa un economista. E lui lo sa. Sa che il
brusio degli universitari non tarderà ad arrivare e che le
signore della Bari bene si osserveranno le unghie durante l'ascolto
dei brani. Ma non si perde d'animo, perché è questo
il pubblico che egli, da sempre, si propone di conquistare: la gente
comune.
Così inizia a parlare. E parla a lungo, con
pacatezza e fiducia. Racconta dei primi passi nella composizione,
della sfida di superare la schiera di addetti ai lavori e dell'intuizione
illuminata di scrivere musica per chi non ascoltasse musica contemporanea
(traslando, in qualche modo, Enzensberger).
Ricorda le ardite obiezioni mosse ai suoi maestri
a proposito dell'astrattezza dei progetti compositivi su cui si
lavorava negli anni '70. E poi la scelta di intraprendere un itinerario
di ricerca compositiva che privilegiasse, piuttosto che il rifiuto
radicale dei codici tradizionali, l'attenzione alla materia. Che
per Fabio Vacchi significa attenzione al suono e attenzione al corpo
destinatario del suono. Egli ritiene indispensabile, cioè,
non trascurare quei parametri che consentono alla musica di raggiungere
il pubblico e "mobilitarne" i sensi, tra cui la ripetizione
di alcuni elementi lungo lo sviluppo dell'opera, o l'inserimento
di informazioni continue ma riconoscibili, così da tenere
desta l'attenzione di chi ascolta. Non è tanto importante,
insomma, il materiale sonoro che un compositore sceglie di utilizzare,
quanto il modo in cui questo materiale viene presentato: la forma
musicale deve comunicare delle ragioni in movimento ed instaurare
quel sistema di attesa/sorpresa che da sempre, anche inconsapevolmente,
tanti musicisti hanno praticato. Solo una musica capace di
mettere in moto le nostre percezioni sensoriali e, addirittura,
affettive, può aspirare alla bellezza. E qui Vacchi
evoca Goethe: "La musica è bella se non si ferma alle
orecchie, ma arriva a risuonare interiormente".
Sì, perché per il maestro bolognese
alla musica spetta oggi il compito di rivitalizzare la bellezza,
un "bene che ci riguarda tutti, perché ci permette di
vivere. Gli abitanti di un mondo disincantato come il nostro - egli
afferma - hanno ancora bisogno di favole che, se non parlano più
di fate e di streghe, tuttavia devono pur sempre insegnare la meraviglia.
E, dunque, dobbiamo reimpossessarci della bellezza e percorrere
le vie straordinarie aperte dall'avanguardia senza lasciare che
la nuova libertà espressiva si compiaccia della trasgressione
in se stessa.
È importante, invece, tendere a una trasformazione
graduale, incessante e sostanziale. Questo, secondo Fabio Vacchi,
il cammino da intraprendere. Soprattutto se la meta ultima da lui
indicata consiste nel raggiungere una identità fra estetica
ed etica, fra bellezza ed impegno, proprio come voleva il concetto
di kalòs kagathòs caro ai Greci. Perché
la musica diventi "un punto d'incontro tra la capacità
di stupirci e la necessità di specchiarci nell'altro, fuori
dall'egotismo parossistico di un potere che, come un cancro, traccia
confini invalicabili tra sessi, razze, classi sociali".
Non si può non essere grati a questo signore
che viene a raccontarci le trame e gli orditi del comporre, e che
ci rende partecipi delle sue ricerche e intuizioni. La sua fiducia
non viene tradita: anche il simpatico vecchietto in prima fila,
che all'inizio se ne stava in agguato, pronto a difendere il suo
Beethoven, qualora fosse stato necessario, alla fine è qui
a muovere la testa, inseguendo i ritmi accennati in Cjante,
"inspiegabilmente" catturato da questa musica nuova.
marzo
2007 © altremusiche.it

|

|
|
L'articolo è
disponibile anche in formato:
|
 |
|
|