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Prendo spunto dal concerto che i Naked City hanno
tenuto il 9 luglio (1991, n.d.r.) ai Giardini Estensi di
Varese, nell'ambito della rassegna "L'altro jazz". La
sottocultura trash fa avanguardia. O meglio, l'avanguardia fa trash.
Si assiste sempre più spesso a incontri traversali, per cui convergono
in un crogiolo anarcoide e bizzoso cultura, controcultura e sottoculture.
Il fenomeno del cult (un esempio per tutti: The Rocky Horror
Picture Show) sta determinando uno spostamento del baricentro
sperimentazione-avanguardia verso il "cuore della bestia"
(per citare i vecchi Henry Cow, che avevano posto le loro coordinate
rigorosamente sempre a sinistra di): nel senso che oggi molti musicisti
della scena avant nutrono forte curiosità per le sottoculture, in
particolare per quelle improntate a un gusto parossistico per la
violenza (film e fumetti splatter, rap metropolitano, cinematografia
hard-core, cultura giapponese di massa, ecc.).
Soprattutto negli Stati Uniti si verificano diversi
intrecci fra queste situazioni musicali e culturali così polarizzate:
John Zorn ne è un po' il corifeo, il teorico e l'intellettuale militante,
mentre altri riflessi se ne possono cogliere nell'ambiente della
new music newyorkese (vedi Doctor
Nerve). Dall'altra parte della barricata troviamo un gruppo
come i Primus, che percorrono il cammino inverso: dall'underground
californiano allo status di cult-band, la loro musica può
essere tranquillamente considerata d'avanguardia (posta una ridefinizione
di tale concetto, ormai in parte superato dallo stato di cose presenti):
un melting pot delle più estreme tendenze della controcultura (altro
concetto da rivedere) americana di questo inizio anni '90.
David Lynch, dal canto suo, supporta le sue incursioni
nell'immaginario collettivo americano, che di riflesso è anche buona
parte del nostro, con una colonna sonora che, se approda all'Elvis
nazionale di Love me tender, passa attraverso il metallo
forsennato e liberatorio (se posso dire così, pensando a certe scene
di Wild at heart) dei Powermad.
Trash = spazzatura (lo stesso significato di kitsch).
Una categoria critica sempre più diffusa, forse perché sempre più
adatta a descriverci una società, la nostra intesa come occidentale
(ma applicazioni di là del muro caduto sarebbero quanto mai convenienti),
che così tanto fatica smaltire e così goffamente cerca di riciclare.
Difficili le analisi, impossibili i consuntivi, anche
se provvisori. Si può per intanto dire:
1) esiste una spazzatura organica al sistema: quella
spedita nel terzo mondo senza ritorno, Funari, Sgarbi, Chi l'ha
visto, Beautiful (ecc.), Novella 2000 (ecc.), Marzullo, la musica
fusion, il cinema a luci rosse. Promana soprattutto dalla scatola
televisiva e si potrebbe definire spazzatura consensuale. Il suo
scopo (quando ce ne ha uno) è quello di far passare il puzzo fetente
sotto il naso delle persone, perché se ne compiacciano.
2) c'è una spazzatura impazzita, non facilmente riducibile
a una funzione ben definita. È quella che oscilla fra il guadagno
e il colpo basso, fra l'assenso e il dissenso, fra il piacere e
la repugnanza: Twin peaks, Celentano, l'horror cinematografico più
adolescenziale e quello di Stephen King, "Dylan Dog",
il thrash rock (to thrash = sbattersi, dimenarsi) d'origine controllata
(i Metallica, per intenderci). È la casella più aperta, di più difficile
composizione.
3) c'è infine una spazzatura antagonista, frutto
di sapienti operazione di riuso, riciclaggio, assemblaggio e, soprattutto,
smontaggio: le discariche sature, le esternalità che determinano
costi e non guadagni, Frank "for president" Zappa, John
Zorn naturalmente, Chiambretti, "Cuore", l'horror estremista
dello splatterpunk (cinema, fumetti, libri), Il silenzio degli innocenti.
l'hard-core, ecc.
Non si tratta di stabilire graduatorie di valore,
merito, capacità più o meno destabilizzanti, più
o meno titillanti. Si tratta di iniziare a capire cosa succede,
di raccogliere dati, elaborare tassonomie aperte. Accompagnare Stravinskij
al cinema porno.
da: Andrea Coralli, "Navigando sui mari di
formaggio", Auditorium Edizioni, 1996. © Auditorium Edizioni
/ Michele Coralli

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