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Dicembre 2003: una ragazzina statunitense, Brianna
Lahara, si attira le ire dell'industria discografica per aver utilizzato
le reti peer-to-peer, strumenti che consentono lo scambio diretto
di file, attraverso cui scaricava musica. La Recording Industry
Association Of America (Riaa), fondata nel 1952 per farsi portavoce
delle major discografiche d'oltreoceano, ha deciso di punire lei
per educare gli altri utenti a non prendere da Internet
brani musicali pena, quando andava bene, il pagamento di sanzioni
sensazionali. La vicenda si conclude con il versamento da parte
dei genitori dell'adolescente di una sanzione di duemila dollari.
Anno 1776: l'allora quattordicenne Wolfang Amadeus
Mozart è con il padre a Roma e assiste nella Cappella Sistina
all'esecuzione del Miserere di Gregorio Allegri per volere del quale
qualsiasi rappresentazione dell'opera è vietata al di fuori
del luoghi di culto. «È talmente apprezzato»
scrive il padre di Mozart alla moglie «che i musicisti dalla
Cappella hanno il divieto, pena la scomunica, di mostrare una parte
anche minima di questo brano, di copiarla o di comunicarla a chicchessia»1.
Eppure suo figlio, genio della musica, è riuscito a riscriverne
a memoria la partitura, ma sull'evento occorre mantenere il più
stretto riserbo se si vuole evitare l'intervento punitivo della
Chiesa Cattolica.
Oltre due secoli separano queste vicende eppure sembra
che il tentativo, da parte di chi detiene il controllo dell'informazione
e dei contenuti, non sia poi così differente. Quella che,
a partire dagli accordi Trips [Trips è l'acronimo di Trade-Related
Aspects of Intellectual Property Rights e in italiano viene reso
con Aspetti dei Diritti di Proprietà Intellettuale attinenti
al Commercio], viene definita come proprietà intellettuale,
corpus eterogeneo che comprende al suo interno ambiti differenti
tra cui il diritto d'autore, i brevetti, disegni e modelli, topologia
dei semiconduttori, riassume altresì almeno duecento anni
in cui si è cercato di stabilire se le idee e la conoscenza
facciano parte dei beni naturali o dei beni pubblici. Chi perora
la prima ipotesi è anche chi sta sostenendo la necessità
di catene e catenacci alla conoscenza. Senza arrivare agli estremi
professati da Jack Valenti, lobbysta hollywoodiano che ha guidato
per un quarantennio la Motion Picture Association of America (Mpaa),
secondo il quale le industrie culturali statunitensi stanno combattendo
la loro «personale guerra al terrorismo», c'è
anche qualcun altro che non ha fatto distinzioni tra utenti e malfattori.
Un esempio tra i tanti. «Alcune organizzazioni criminali sembrano
utilizzare i profitti realizzati con il commercio di prodotti contraffatti
per favorire diverse attività, come il traffico d'armi, di
droga e la pornografia» e questa cancrena sarebbe imputabile
a «Internet [che] rende più facile rubare, produrre
e distribuire merci come software, musica, film, libri e videogiochi».
Benvenuti nel mondo della lotta alla pirateria, che
non fa distinzioni tra Brianna Lahara, i pensionati bretoni che
nutrono la propria videoteca personale tramite Kazaa e i fan di
Harry Potter, rei di aver realizzato fanzine e feste dedicate al
maghetto occhialuto. A questo mondo, però, se ne contrappone
un altro, quello che nega la proprietà delle idee e la vede
semmai come una coproprietà, un bene che, una
volta divulgato, diventa una proprietà pubblica.
C'è tutta una letteratura classica che si esprime in questo
senso e che va da Pierre-Joseph Proudhon, il filosofo francese che
nel XIX secolo teorizzò per primo il concetto di anarchia
come organizzazione politica e sociale dei cittadini senza l'intermediazione
dello stato, all'americano Benjamin R. Tucker per il quale «dalla
giustizia e dalla necessità sociale della proprietà
delle cose concrete abbiamo erroneamente desunto la giustizia e
la necessità sociale della proprietà delle cose astratte
cioè la proprietà nelle idee con il
rischio di annullare in larga e deplorevole misura quella caratteristica
fortunata delle cose in circostanze non ipotetiche ma reali
cioè la possibilità incommensurabilmente fruttuosa,
per un numero qualsiasi di persone, di usare nello stesso tempo
le cose astratte in un qualsiasi numero di luoghi diversi».
Il trionfo dell'anarchia e del comunismo dell'immateriale
come vorrebbe una facile campagna denigratoria? Assolutamente no.
Un secolo abbondante più tardi, infatti, Friedrich von Hayek,
premio Nobel per l'economia nel 1976, sosterrà tesi tutt'altro
che socialisteggianti. «Nella sfera intellettuale come in
quella materiale la concorrenza è il mezzo più efficace
per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini umani»
sostiene l'economista aggiungendo che «non può darsi
libertà di stampa quando l'editoria sia soggetta a forme
di controllo [...] così come libertà di movimento
se i mezzi di trasporto sono soggetti a monopolio». Il concetto
viene ripreso anche dal fondatore del progetto Creative Commons,
Lawrence Lessig, repubblicano, quando nell'esporre la propria impostazione
verso la proprietà delle idee riporta il pensiero di Thomas
Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti. «Chi riceve
un'idea da me, riceve una conoscenza che non toglie nulla alla mia,
così come chi accende la sua candela con la mia si fa luce
senza per questo lasciarmi al buio. Che le idee circolino liberamente,
una dopo l'altra, in tutto il mondo, perché gli uomini possano
a vicenda trarne istruzione morale e miglioramento personale, senza
negare un fatto voluto espressamente da una natura benevola, che
le ha fatte come il fuoco, libere di diffondersi ovunque senza perdere
in nessun punto la propria intensità [...]. Le invenzioni
non possono dunque, per loro natura, essere soggette a un regime
di proprietà».
Limitandosi per il momento puramente al discorso
sulle idee indipendentemente dalla forma di tutela a esse applicate,
esiste una serie di esempi che testimonia come la loro circolarità
sia stata funzionale a evoluzioni successive. Si pensi per esempio
all'allestimento della World's Columbian Exposition di Chicago che
nel 1893 ha dato vita a un complesso architettonico dalla novità
e dall'audacia sconosciute fino a quel momento. Per la sua realizzazione
fondamentali sono stati i passi che hanno portato all'Exposition
Universelle di Parigi nel 1889 e, in particolare, il progetto di
Alexandre-Gustave Eiffel per l'omonima torre. Ben lungi all'assomigliare
all'evento francese, la manifestazione americana, che doveva rappresentare
potentemente la grandeur a stelle e strisce, ha potuto conquistarsi
un proprio posto nella storia dell'architettura proprio partendo
dall'esperienza precedente. Una nota, poi, relativa allevento
di Chicago: Frank Haven Hall, ai tempi direttore dellIllinois
Institution for the Education of the Blind, presentò ufficialmente
il suo dispositivo per lincisione di lastre Braille attraverso
cui stampare libri per ciechi. E linventore già prima
si era reso famoso per aver messo a punto una macchina per scrivere
per non vedenti, la Hall Braille Writer. Su entrambe non avanzò
mai richiesta di brevetto perché non riteneva moralmente
accettabile trarre profitto da strumenti che andavano a persone
disabili e questa scelta gli valse, oltre una certa dose di rispetto
tra gli inventori dellepoca, anche la pubblica e calorosa
manifestazione di ringraziamento da parte di una giovane visitatrice
della Worlds Columbian Exposition. Helen Keller, infatti,
affetta da una malattia congenita agli occhi, abbracciò e
baciò Hall davanti alla platea accorsa alla sua conferenza
perché, oltre ad aver inventato una macchina che le permetteva
di leggere e scrivere, aveva dimostrato di non voler speculare sulle
persone con problemi analoghi ai suoi.
Cambiando totalmente l'ambito e passando alla letteratura
gotica, un capolavoro come Dracula di Bram Stoker, uscito
nel 1897, non sarebbe mai esistito se l'autore non avesse potuto
attingere da un lato a una ricca tradizione orale dedicata ai miti
vampirici dell'Europa Orientale e dall'altro alle biografie di Vlad
Tepes, nobile romeno vissuto nel XV secolo e passato agli annali
del brivido come il più sanguinario dei cristiani in lotta
contro gli ottomani. Del resto, senza Dracula, sarebbero mancate
anche opere di autori successivi come Anne Rice, Stephen King e
Kim Newman e pellicole come quelle di Francis Ford Coppola o John
Carpenter. Inoltre anche quando gli eredi di Stoker, appellandosi
al diritto d'autore loro spettante dopo la morte dello scrittore,
avrebbero voluto impedire la realizzazione del film Nosferatu
A Symphony of Horrors girato nel 1922 da F.W. Murnau,
si trovò la scappatoia: si ridefinì il personaggio
principale cambiando la posizione dei denti tipici del principe
degli inferi non più i canini ma gli incisivi
e laristocratico non morto, invece di Dracula, si chiamò
come unaltra tipologia di aggressivi trapassati che infestano
i Carpazi, i Nosferatu appunto. A dimostrazione che, se si tenta
di imbrigliare un'idea, c'è sempre un modo per tornare a
liberarla.
Qualche altro esempio? In un'ottica sicuramente non
ortodossa nel riutilizzo delle idee e della conoscenza, si può
fare riferimento anche alle leggende metropolitane, storie dell'orrore
totalmente inventate che, pur nella loro inverosimiglianza, rispecchiano
con efficacia le paure più recondite della società
contemporanea e che, con l'avvento di Internet e degli strumenti
di comunicazione elettronica, hanno fatto il giro del mondo senza
che nessuno ne rivendicasse la paternità. Adattandosi ai
contesti geografici in cui andavano a finire, fin dalla metà
del XX secolo hanno ispirato alcune delle storie rappresentate per
esempio dal telefilm cult Ai Confini della Realtà.
E sempre sulla stessa linea di ragionamento, si possono citare ancora
Sir Arthur Conan Doyle e il suo Sherlock Holmes, padre spirituale
degli investigatori che popolano la letteratura poliziesca del Vecchio
Continente e, in particolare, francese e italiana. Va aggiunto che
gli autori europei che volessero riprendere il più celebre
dei detective lo possono fare senza alcuna conseguenza legale dal
31 dicembre 2000: a quella data, infatti, sono scaduti i settant'anni
dalla morte di Conan Doyle, per cui le sue opere sono passate al
pubblico dominio e diversi scrittori ne hanno approfittato per riportare
in vita il più noto degli investigatori britannici. Negli
Stati Uniti, invece, la situazione è differente a causa dell'approvazione
nel 1997 del Sony Bono Copyright Extension Act che estende di altri
vent'anni i diritti. Il provvedimento, passato per accontentare
la Walt Disney che temeva di perdere il monopolio sul suo personaggio
di Topolino, ha finito per avere effetti di chiusura su molte altre
opere dell'intelletto umano.
Ma ci sono casi in cui la tolleranza delle copie
non autorizzate e il riutilizzo delle idee e delle opere creative
sono un interessante business. Così interessante da passare
sopra a leggi che vieterebbero i due fenomeni. È il caso
degli doujinshi, una variante dei fumetti manga, genere che
spopola in Giappone e non solo. Ma una variante particolare perché
questi albi attingono a piene mani da personaggi e storie manga
originali per proporre versioni rielaborate sia narrativamente che
stilisticamente. Va sottolineato che un doujinshi non è
tale se risulta essere una copia pedissequa di un fumetto già
uscito e la creatività riposta in questo settore è
riconosciuta a tal punto da aver dato vita nel solo Giappone a 33
mila associazioni di autori e appassionati, a manifestazioni culturali
che ogni anno attirano 450 mila partecipanti e a concorsi prestigiosi.
Eppure nel Paese del Sol Levante, la copia non autorizzata è
illegale e un fenomeno del genere, a rigor di legge, non dovrebbe
esistere. Allora perché governo e forze di polizia consentono
la proliferazione di un settore culturale e di mercato tanto vivace?
«Alcuni ritengono che sia proprio il beneficio che ne deriva
al mercato dei manga a spiegare questa permissività [...].
Il mercato dei manga accetta queste violazioni tecniche perché
lo stimolerebbero a diventare più ricco e produttivo. Sarebbe
peggio per tutti se i doujinshi venissero vietati, perciò
la legge non li proibisce».
Tornando invece nell'ambito della circolarità
della conoscenza tutelata attraverso esplicite note di copyright,
come nel caso delle opere rilasciate sotto Creative Commons, ci
sono produzioni culturali nate proprio perché possano essere
copiate e diffuse senza le limitazioni imposte dalla dicitura tutti
i diritti riservati. Un esempio sono i brani musicali di Roger
McGuinn, leader della band The Byrds, che su questa scia è
dal 1995 e che ora adotta ufficialmente le licenze Creative Commons
perché il suo scopo è quello di «continuare
la tradizione del folk, che consiste nel raccontare storie e nel
riprodurre canzoni trasmesse oralmente da generazioni e generazioni».
Oppure, per citare un italiano che scrive brani in inglese, si pensi
al disco Back To Basics di Marcello Cosenza, chitarrista che ha
riunito in quest'album dieci pezzi scritti durante gli ultimi anni
di permanenza a Los Angeles.
Il dibattito sullapplicabilità delle
licenze Creative Commons non contiene solo riferimenti a musica,
cinematografia e pubblicazioni accademiche, ma si espande
e non da oggi al mondo della narrativa e in particolare alla
fantascienza e al fantasy). Si scopre così lintraprendenza
di una nuova leva di autori di fantascienza che, accanto alla pubblicazione
di romanzi per le tradizionali vie delleditoria cartacea,
rilasciano anche copie dei propri lavori con licenze Creative Commons.
Ad aver avviato questa tendenza è stato il giornalista e
scrittore canadese Cory Doctorow, autore dei non (ancora?) tradotti
in italiano Down And Out In The Magic Kingdom, Eastern Standard
Tribe e Someone Comes To Town, Someone Leaves Town. Altro
esempio è Charles Stross, scrittore di Edimburgo che ha firmato
lavori come Accelerando. In giro per la rete, inoltre, ci
si imbatte in diversi altri scrittori che si muovono in questa scia:
Peter Watts (Starfish and Maelstrom, Behemoth, Rifters Trilogy)
o Kelly Link (Stranger Things Happen) il cui talento le è
valso il paragone con Neil Gaiman. E chi si intende di fantascienza
sa quanto questo paragone sia importante. Sul fronte degli scrittori
italiani, va detto che si predilige la forma di rilascio copyleft
che, concepita diversamente rispetto all'omonimo obbligo di mantenimento
della licenza inventato da Richard Stallman della Free Software
Foundation, consente la libera riproduzione dei libri per scopi
non commerciali e impone l'obbligo dell'attribuzione allautore
originario. WuMing è il collettivo di scrittori che più
di ogni altro ha lavorato in questo senso, ma non mancano altri
autori di valore come Saverio Fattori (Alienazioni padane),
Girolamo di Michele (Tre Uomini Paradossali, Scirocco), Valeria
Brignani (Casseur), Giulia Fazi (Ferita di Guerra),
Guglielmo Pispisa (Città Perfetta) o Gianbattista
Schieppati (Spaperopoli).
Restando sempre in Italia, le licenze Creative Commons
caratterizzano iniziative editoriali personali come il blog di Beppe
Grillo, che a livello di accessi e quantità di commenti (una
media di un migliaio a inserimento) farebbe gola ai grandi portali
di informazione e che trova probabilmente un paragone con il più
longevo Slashdot, raccoglitore internazionale di notizie di carattere
informatico. Alla fine del 2005, inoltre, il sito di Radio Radicale,
storica emittente che ha avvicinato cittadini ed ascoltatori alle
attività istituzionali e ai grandi dibattiti della Repubblica
italiana, ha annunciato ladozione della licenza Creative Commons
Attribuzione 2.0. Rispetto poi alle produzioni e alle autoproduzioni
rilasciate in modo analogo, va segnalato il progressivo aumento
di archivi di opere. Tra questi, Common Content, catalogo di contenuti
liberi suddiviso per immagini, film, audio, testi e siti web. O
ancora The Assayer e Textbook Revolution e, per quanto riguarda
il materiale scientifico, Public Library of Science (Plos).
In conclusione, occorre dire che per quanti nomi
e riferimenti siano qui contenuti, ne esiste un numero esponenzialmente
più ampio su Internet. È altrettanto innegabile che
la vivacità di iniziative del genere dimostra, attraverso
la loro nascita e proliferazione in rete, quanto l'irrigidimento
sulle norme del diritto d'autore non possa fermare invece la tendenza
al permesso d'autore che, pur mantenendo la tutela a chi ha lavorato
per creare unopera, apre nuove strade ai fruitori dell'informazione.
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Questo
articolo è tratto dall'e-book di Antonella Beccaria,
"Permesso dAutore: percorsi per la produzione di
cultura libera", StampaAlternativa.it/ Libera Cultura 2006.
Il volume viene rilasciato sotto la licenza Creative Commons
Attribuzione-NonCommerciale-Condividi allo stesso modo 2.0 (ITALIA).
Il testo integrale viene diffuso in tre formati: HTML, SXW (OpenOffice.org)
e PDF:
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| marzo
2006 © Antonella Beccaria
- Creative Commons
Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.0 Italia |

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