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Ci sono luoghi che diventano dei veri e propri crocevia
musicali capaci di catalizzare culture di diversa estrazione e di
determinare la nascita e lo sviluppo di nuovi generi. Si tratta
di luoghi dai quali si dipanano attitudini e impulsi in grado di
determinare influenze durevoli nel tempo. Se il cappello generalista
di scuola o scena serve ad affrancare diversi musicisti a un’area
omogenea, sia in senso geografico, sia in senso stilistico, allora
nella Londra della metà degli anni Sessanta possiamo individuare
un centro nevralgico per molti ambiti musicali. In quell’area, all’interno
della nebulosa diffusa di ciò che ancora veniva definito
musica jazz, sono state convogliate energie cariche di una straordinaria
forza centripeta, che ha dato vita a un gran numero di progetti
aventi come fine quello di far affermare una prassi del fare musica
che assecondava ben pochi compromessi e che per questo divenne nota
come improvvisazione radicale. Un tipo di atteggiamento legato allo
sviluppo del jazz in senso progressivo si può dire che in
Europa inizi in maniera omogenea proprio nella swinging London.
È all’interno di questo Big Bang che si inserisce l’attività
di uno dei più importanti musicisti della scena radicale,
di tutto il jazz e – tanto per uscire dai soliti orticelli – della
musica del nostro tempo: l’inglese Evan Parker.
Una scena: Londra
Siamo attorno al 1966 e il free jazz ha trovato i suoi approdi anche
nel vecchio continente attraverso i traghettatori Coltrane, Dolphy
e Coleman, capaci di condurre un’intera generazione di jazzisti
sulle rive della nuova new thing. Sono sbarcati poi Archie Shepp,
Cecil Taylor, Don Cherry, nonché Albert Ayler, Anthony Braxton
con l’Art Ensemble of Chicago, che tra Parigi e la Scandinavia gettano
i semi di una nuova rivoluzione, capace di contenere in sé
nuovi stimoli musicali e rivendicazioni politiche dall’inedito profilo.
Da Chicago a Londra una nuova schiera di musicisti è in fermento,
desiderosa di sperimentare un linguaggio che trova le sue radici
nella musica nera radicale, ma che vuole evolvere verso sistemi
personali, densi di commistioni e di punti di contatto con le realtà
delle sperimentazioni artistiche e delle istanze degli affermati
movimenti di liberazione. Portano a vario titolo una nuova linfa
sperimentale tutti quei gruppi legati a un nuovo tipo di creazione
musicale basato sull’aleatorietà e l’improvvisazione, realtà
disperse in giro per l’Europa come il Gruppo di Improvvisazione
Nuova Consonanza di Franco Evangelisti a Roma, il network Fluxus
sparpagliato tra Europa, Stati Uniti e Giappone, AMM di Cornelius
Cardew a Londra, compositori di estrazione più tradizionale
come l’americano John Cage e il tedesco Karlheinz Stockhausen, che
si dimostrano interessati ai multiformi stimoli presenti al di fuori
del mondo dell’accademia.
Uno sguardo d’insieme alla scena jazz inglese dell’epoca
– e a tutto ciò che contiene i germi di un nuovo approccio
alla realtà musicale ormai in rapido divenire – porta alla
luce personaggi come Mike Westbrook a la sua big band, la cui capacità
di rimpasto non è volta al radicalismo spinto, ma a un personale
stile di rielaborazione di materiali di varia estrazione: dal cabaret
alla musica tradizionale inglese, tanto per dare alcune coordinate.
Attorno a lui gravitavano John Surman, virtuoso sperimentatore anche
se raramente urticante e Mike Osborne, sax straziante e malinconico.
Un tipo di ispirazione densa e pastosa viene portata dal bianco
sudafricano Chris McGregor e dai suoi collettivi Blue Note e la
leggendaria orchestra Brotherhood of Breath (che porta con sé
l’urgenza di rivendicare una pari dignità per tutti quegli
strati di popolazione nera sudafricana: non ultimi una folta schiera
di musicisti vessati, non solo nella loro attività artistica,
dal regime dell’apartheid). Quanto la musica di McGregor (e di molti
appartenenti alla sua orchestra come il compianto Mongezi Feza)
sia stata amata e assimilata da personaggi come Robert Wyatt è
noto a chi, dopo i Soft Machine, ha seguito la carriera dello sfortunato
batterista a partire da Rock Bottom. Gli stessi i Soft Machine,
sempre in ambito londinese contribuiscono al di sopra di un’altra
barricata a portare quell’attacco al cielo, al fine di rendere fertili
i nuovi terreni di scambio tra il mondo del jazz (e del sempre più
al manieristico hard bop) e il mondo di un certo rock alternativo,
costruito attorno ad uno psichedelismo improntato sempre più
allo sballo fine a se stesso.
Spontaneous Music
Un concetto capace di farsi strada in questi anni con tutta la sua
straordinaria carica innovativa è quello di musica spontanea,
che prende le mosse dal fervore energetico e dalla libertà
strutturale che il free jazz aveva indicato come strada possibile.
Attraverso lo spontaneismo in musica, ossia la determinazione di
ambiti di improvvisazione non veicolati, si giunge alla definizione
di veri e propri eventi sonori estemporanei, non pianificati e quindi
imprevedibili, tendenti per loro stessa natura alla radicalità,
nel senso di un’assoluta libertà di intenzioni, impossibile
da controllare. L’improvvisazione, i cui natali e maturazioni non
si esauriscono certo all’interno delle già note pratiche
jazzistiche, trova nei contesti “spontanei” il terreno in cui svolgere
il suo più consistente ruolo organizzativo. Si parla qui
di libertà per dare vita a una forma, che inevitabilmente
avrà sempre maggiore attinenza con tutto quello che c’è
di inconscio nella creazione di un’opera d’arte. La produzione di
musica in maniera estemporanea è frutto in primo luogo di
un’ansia di scoperta, ma soprattutto di un’immediata urgenza di
comunicazione tra musicisti, al fine di trovare un istantaneo terreno
di confronto. Proprio per questo, per riferirsi a questo tipo di
esperienze, si è spesso parlato in modo estremamente efficace
di conversazioni al posto dell’ormai logoro e poco referenziale
jam session, per definire un incontro tra musicisti su una base
estemporanea, o meglio spontanea.
È questo il contesto “climatico”, qui brevemente
abbozzato, in cui si colloca Evan Parker (Bristol, 1944), musicista
creativo e sassofonista con un’autentica predilezione per il soprano
e, in seconda istanza, per il tenore. La sua carriera inizia con
lo studio del sax contralto ma, sotto l’influenza dell’eroe Coltrane,
suo riferimento naturale, passa al soprano. Il trasferimento da
Bristol a Londra nel 1953, successivamente a Birmingham, dove Parker
studia botanica per due anni, segna il primo avvicinamento al free
jazz che avviene attorno al 1964, attraverso la collaborazione con
Howard Riley. Il successivo ritorno nella capitale del Regno è
segnato dall’incontro con musicisti come John Stevens (batterista),
Kenny Wheeler (trombettista canadese trapiantato a Londra), Paul
Rutherford (trombonista), Trevor Watts (sassofonista alto e
soprano) e Derek Bailey (chitarrista, teorico della free improvvisation
e inventore dell’accordatura aleatoria sul suo strumento). Assieme
a questi personaggi Parker dà vita, tra il 1966 e il 1967,
al suo primo gruppo interamente dedito alla pratica dell’improvvisazione:
Spontaneous Music Ensemble (SME). Il gruppo tiene regolarmente concerti
presso il Little Theatre Club, alternando diverse formazioni che
affiancano al duo Parker/Stevens musicisti più o meno di
passaggio come i contrabbassisti Barre Phillips e l’austriaco Peter
Kowald. Le prime registrazioni di Parker risalgono a questo periodo
di fruttuosi incontri. Attualmente sono di non facile reperibilità,
ma non mancano le eccezioni, come quel Machine Gun del Peter
Brötzmann Octet, di cui Parker è entrato a far parte
nel 1968, che rimane tutt’ora, dopo oltre trent’anni, uno dei migliori
longseller di FMP. Nel 1968 però il sassofonista accantona
momentaneamente l’esperienza Spontaneous Music, che continuerà
a varie riprese sotto diverse formazioni per alcuni anni. Da annotare
invece che la collaborazione con Stevens avrà seguito fino
a poco prima della morte del batterista avvenuta nel 1994. A partire
dalle prime mosse dello SME il duo Parker/Bailey diventerà
la cellula da cui germineranno esperienze fondamentali come la Music
Improvisation Company (MIC), che dal 1968 al 1971 comprende in organico
Hugh Davies (compositore, divulgatore di musica elettronica e costruttore
di strumenti lowtech) e il percussionista Jamie Muir (noto per la
sua successiva militanza nei King Crimson del periodo di Lark’s
Tongues in Aspic).
Tra il 1971 e il 1972 Parker entra a far parte anche
del trio di Alexander von Schlippenbach e Paul Lovens per sostituire
Michel Pilz. Ma, al fine di dare una sintetica panoramica degli
spostamenti di Parker durante quegli anni, è anche da segnalare
la sua presenza tra i sassofoni delle maggiori orchestre che hanno
avuto nell’improvvisazione uno dei cardini genetici costitutivi:
la Globe Unity Orchestra, la London Jazz Composers Orchestra e la
Berlin Contemporary Jazz Orchestra, nonché la già
citata Brotherhood of Breath di Chris McGregor, da una branchia
della quale nasce il Louis Moholo/Evan Parker Quintet. Esperienze
più casuali e nate da altri legami, ma non per questo meno
significative, sono nate dalla partecipazione di Parker al quartetto
costituito da Peter
Kowald e dagli svizzeri Irene Schweizer e Pierre Favre attorno
al 1968.
Cooperative e libere produzioni
In analogia con altre organizzazioni europee di musicisti, nate
con lo scopo di sostenere e promuovere l’attività professionale
dei creatori di suoni sperimentali, viene costituita a Londra nel
1970 la Musicians’ Co-op, che condivide i medesimi scopi e una struttura
simile alle gemelle Instant Composers Pool (ICP) – alla cui fondazione
avvenuta in Olanda nel 1967 hanno partecipato, tra gli altri, Misha
Mengelberg e Han Bennink – e la tedesca Free Music Production (FMP),
nata nel 1969 per merito di musicisti come Alexander von Schlippenbach.
Il braccio discografico della Musicians’ Co-op è Incus, etichetta
che si inserisce in un sempre più crescente panorama di piccole
ma agguerrite realtà produttive, che vogliono seguire gran
parte del processo produttivo, sganciandosi dai costosi processi
promozionali delle grandi case discografiche attraverso la forma
della cooperativa non-profit. Lo scopo è quello di cercare
di determinare un nuovo rapporto di organizzazione produttiva (ma
anche distributiva), tendente a favorire la libera circolazione
dei musicisti e dei prodotti musicali. Il discografico Martin
Davidson, responsabile della piccola etichetta londinese Emanem,
ha posto in risalto come la realtà dell’improvvisazione e
il supporto discografico siano stati in quel tempo perfettamente
complementari, ovvero “simbiotici, quasi fossero state inventate
l’una per l’altro. “L’atto di improvvisare – dice Davidson – corrisponde
a riempire il tempo con la musica, qualcosa che potrebbe essere
chiamata composizione in tempo reale, ovvero qualcosa che ha, a
maggior ragione, diritto e necessità di essere registrata
più di qualunque altra cosa” (cit. in Afterthoughts
di Francesco Martinelli, vedi sito Internet).
L’ascolto della musica improvvisata nella sua versione
riprodotta è importante oggi come allora, quando quei dischi
in vinile circolavano non numerosi, riproducendo con i loro fruscii
e le loro imperfezioni un tipo di musica caratterizzata da ambiti
dinamici molto ampi. In questo senso l’avvento del Cd ha reso possibile,
attraverso le ristampe, un tipo di ascolto eccezionalmente migliorato
nella maggior parte delle registrazioni, riuscendo a rinnovare l’interesse
nei confronti di questo tipo di produzioni. Etichette come Emanem,
Incus, Ogun, FMP e ICP iniziano pubblicare dischi e, in seconda
istanza, a diffondere stili, promuovendo incontri tra i nuovi protagonisti
della scena radicale.
È forse in virtù di questo rapporto
sinergico che c’è tra la musica improvvisata e la produzione
discografica che risiede l’urgenza, da parte di molti musicisti
tra cui lo stesso Parker, di mettere su vinile gran parte del materiale
registrato nelle proprie continue collaborazioni. Questo spiega
la mole dell’imponente discografia del sassofonista che conta più
di 150 dischi, tra partecipazioni, lavori a suo nome, progetti collettivi
e produzioni. E senza ombra di dubbio sarebbe difficile poter parlare
di un musicista come Parker senza far riferimento a qualche supporto,
che ci possa render edotti della complessa stratificazione delle
tecniche e dei linguaggi che escono dal suo sax soprano. Anche se
occorre attendere fino al 1975 per i primi Saxophone solos
(Incus 19), registrati in completa solitudine dal musicista, non
manca già nelle prime partecipazioni a progetti collettivi
l’affermazione di quei tratti stilistici che Parker non tarderà
a sviluppare in senso sempre più personale. L’esperienza
discografica di Parker in Incus, in qualità di co-proprietario
assieme allo stesso Bailey, Oxley e al giornalista Michael Walters,
si interrompe nel 1985, pur lasciando intatta l’esigenza di continuare
a porre in relazione il proprio lavoro con tutte quelle piccole
etichette con le quali ancora oggi riesce a mantenere un controllo
sul proprio esito produttivo. Sono molte infatti le divisioni discografiche
che annoverano Parker in catalogo: dalla già citata FMP alla
giapponese Jazz In, dalla californiana Metalanguage a Materiali
Sonori, da Intakt a Victo, da Emanem a ECM, e non ultima la nuova
etichetta costituita nel novembre del 2001 dallo stesso Parker,
Psi, con la quale ha dato alla luce il recente disco in solo Lines
Burnt in Light.
Coerentemente con la propria scelta produttiva, il
distacco mantenuto con le grandi case discografiche non è
mai venuto meno. Come dice lo stesso Parker: “Il mio background
si è formato durante gli anni Sessanta, in un particolare
clima politico. Allora l’idea era che i musicisti dovessero avere
il controllo della loro produzione musicale. Per me è stato
interessante lavorare con etichette sotto il controllo di musicisti
o addirittura di loro proprietà, piuttosto che con grosse
compagnie. È stato più facile e ideologicamente più
comodo.” (cit. da Evan Parker, Esplorando l’occasione, a
cura di Fabio Martini, “Auditorium” n.6, 1991). La coerenza in ambito
artistico non è per forza di cose una vocazione giovanile,
capace di sbiadire con il sopraggiungere della maturità e
della conseguente necessità di cedere ai compromessi, che
nella musica possono essere infiniti. Al contrario, Evan Parker
sembra uno di quelli in grado di dimostrare di essere stato capace
di mantenere la stessa rotta, senza puntare all’ovvio o al già
sentito.
Oltre il free
Tornando al periodo della Music Improvvisation Company, è
importante constatare quanto esperienze come questa segnino il difficilissimo
tentativo di superare, non solo il concetto di free jazz come punto
di massimo sviluppo sperimentale a cui è giunta la musica
afroamericana, ma anche come tentativo di travalicare certa musica
contemporanea, con particolare riferimento a tutta quella branca
cresciuta nel mito dell’aurea cageiana, che iniziava a contraddistinguere
massima parte delle esperienze contemporanee dell’epoca, soprattutto
in area anglosassone. La diffusione in terra britannica delle esperienze
nate dalla mente creativa di John Cage, spetta in massima parte
a Cornelius Cardew, che all’interno del gruppo AMM, ma non solo,
contribuisce all’avvicinamento da parte di molti musicisti a concetti
quali alea e indeterminazione. Dal canto suo la libera improvvisazione
di Parker già con MIC si vuole spingere verso qualcosa di
meno vincolante rispetto al concetto di indeterminazione tout court,
che mantiene comunque legato l’interprete ai vincoli compositivi
indicati da una pre-determinata idea organizzatrice.
In questo senso l’incontro con un personaggio come
Cecil Taylor, pianista afroamericano modello ideale per Parker,
è cruciale. Nonostante sia paradossalmente tardivo rispetto
alle rispettive vicende biografiche, l’appuntamento con il vulcanico
Taylor, incontenibilmente votato alla creazione estemporanea, segna
il punto di maggior contatto costruttivo tra le tendenze centripete
americane e quelle radicali inglesi. L’ascolto di The Hearth
(FMP, 1988), un’ora di performance consecutiva, consente di mettere
a nudo il dialogo dirompente tra i due improvvisatori (ad essi si
aggiunge Tristan
Honsinger, violoncellista americano già nel giro ICP,
Company e Globe Unity). È oggettivamente una musica dura,
a tratti violenta, che diventa una delle migliori dimensioni di
sinergia improvvisativa non pianificata. Un torrente di suoni in
pieno dinamismo interattivo, in cui la mediazione tra i musicisti
viene costruita sulla base di una continua verifica degli intenti,
quasi una sorta di costante feedback, che viene impostato volta
per volta per trovare nuovi terreni di iterazione: un viaggio verso
il futuro del jazz non ortodosso, oltre il free.
Workshop in progress
Appartengono al gergo di quegli anni parole che traducono le disparate
esperienze di tipo creativo in vocaboli come happeninig, workshop
o laboratorio, che si inseriscono nel quadro di iniziative come
il Total Music Meeting o il Workshop Free Music (di matrice FMP).
Alla luce di analoghi momenti collettivi nasce l’esperienza Company,
che raccoglie l’eredità della vecchia MIC. Partorita direttamente
all’interno dell’ambito della cooperativa Bailey/Parker, la Company
ha un percorso segnato dall’alternanza di musicisti eterodossi di
varia provenienza: da Anthony Braxton a Leo Smith, da Steve Lacy
a Lol Coxhill, da Misha Mengelberg a Steve Beresford. In varie formazioni,
che vanno dal duo all’ensemble di dieci elementi, la Company anima
la scena impro europea a partire dal 1976, pubblicando lavori che
entrano a far parte della documentazione Incus, il cui catalogo
si amplia a ritmo progressivo. L’idea stessa che sta alla base del
progetto rende chiaro il concetto di workshop come lo intende Derek
Bailey: “Company ha come riferimento l’improvvisazione. Non è
un modo di presentare un particolare genere di musica. E nemmeno
un modo di stabilire un’identità individuale o di gruppo.
Riguarda l’esplorazione e lo sfruttamento di una modalità
di fare musica” (cit. dal catalogo Company Records di Incus).
Quindi non si tratta di una mera ricerca stilistica
ma dello sviluppo di un ambito in cui vengono ricercate da parte
dei musicisti le migliori affinità reciproche sulla base
di linguaggi flessibili. La Company sviluppa un tipo di rapporto
tra i musicisti che non solo Evan Parker, ma tutta una generazione
ha interiorizzato nel proprio modo di improvvisare musica. La ricerca
che sta alla base del concetto di workshop (esteso poi alle collaborazioni
successive) avviene più sulle “intensità di intenzioni”
che nell’ambito propriamente espressivo, tanto che la libera improvvisazione
assume il senso della già citata libera conversazione, durante
la quale i musicisti accatastano, sopra quello che già viene
suonato, pensieri musicali in continuo sviluppo. Uguaglianza e cooperazione
sono i cardini attraverso cui un buon musicista/conversatore imposta,
per usare termini cari alla linguistica, la propria parol (stile
personale) sul tessuto appena disegnato della langue (improvvisazione
comune).
Già a partire dal primo periodo Incus, Parker
inizia una serie di collaborazioni che periodicamente prendono piede
per brevi progetti o per più o meno estese cooperazioni.
La più duratura è quella che lo lega al percussionista
(oltre che grande sperimentatore di suoni) Paul Lytton, capace di
ampliare l’uso timbrico dei propri strumenti al fine di contribuire
a far cadere alcune comuni considerazioni sul confine che risiede
tra ciò che si intende come suono e ciò che viene
percepito come rumore. Il sodalizio del duo Parker/Lytton dura continuativamente
fino al 1980, anno in cui si costituisce il trio con il bassista
Barry Guy, che, attraverso varie collaborazioni porterà alla
costituzione del più recente Electro-Acustic Ensemble, al
cui interno hanno trovato posto anche Philipp Wachsmann, Walter
Prati e Mario Vecchi. Sempre del filone più “elettronico”
fanno parte i progetti collaterali più recenti di Parker,
sempre più interessato alla scoperta di iterazioni possibili
tra il suono e i suoi trattamenti elettronici in tempo reale. Da
tali presupposti sono nate esperienze come quella con Thurston Moore
(Sonic Youth) e Walter Prati, che ha prodotto lo sperimentale The
Promise (Materiali Sonori, 1999), improntato alla manipolazione
elettronica, come nuovo terreno di iterazione. In questo ambito
si attendono da parte del Nostro nuove esplorazioni in futuro.
Strutture predefinite vs libera improvvisazione
Diversi sono gli approcci possibili al mondo musicale di Parker
se prendiamo come spunto la sua discografia. Ma il modo migliore
di accostarsi a questo straordinario musicista è senza dubbio
quello di ascoltarlo dal vivo. Seppur glaciale e immobile nella
sua concentrazione, non potrà non sorprendere il suo tipo
di relazione mentale con l’ambiente sonoro in cui viene chiamato
ad eseguire la sua musica. Sia in gruppo, che in solo, Parker non
smette di ricercare strade di nuove possibili iterazioni con altri
musicisti o con la dimensionalità dello spazio che lo circonda,
in una ricerca costante di stimoli controllati, come si è
accennato prima, da una sorta di feedback mentale. Le frasi o le
brevi cellule ritmico/melodiche vengono in continuazione rimesse
in discussione mediante revisione e riproposta immediata. In questo
senso i pattern di qualsiasi tipo di struttura predefinita vengono
negati a favore di una improvvisazione libera da vincoli strutturali
ed espressivi.
Naturalmente sono un’infinità le cifre stilistiche
che Parker mette sul piatto per dar respiro alla sua creazione estemporanea.
Una delle più evidenti e di maggior presa è senza
dubbio l’effetto di inesauribilità determinato dalla respirazione
circolare. La tecnica, trasferita da alcune prassi popolari tipiche
come quella che accompagna strumenti come il didjeridoo aborigeno
e le launeddas sarde, impone una continuità al sax tale da
generare se non ipnosi, straniamento e perdita di orientamento sonoro.
In un’esibizione di due anni fa a Milano, Parker suonava in un ensemble
estemporaneo di cui facevano parte Walter Prati, Paolo Damiani,
il suonatore di launeddas Carlo Mariani e un suo allievo. L’assoluta
naturalità con cui le atmosfere popolari venivano fuse in
un contesto “jazzistico” faceva da contraltare al disorientamento
prodotto dalla potenza inusitata e dalla ricchezza di stimoli reciproci
che gli strumenti si davano. Ma l’effetto cornamusa/launeddas/didjeridoo
non è che una delle tante scelte timbriche che trovano posto
nello stile parkeriano. Appartengono al suo ricchissimo dialetto
strumentale tutta quella serie di suoni aggiunti al di sopra di
quelli principali come i loro armonici, i battimenti generati da
contrasti di frequenza, i suoni parassiti, le note eseguite in accordo
(che segnano il passaggio da uno strumento tradizionalmente monodico
a uno capace di creare armonie inconsuete) e i crepitii continui
(che determinano un linguaggio a tratti violento e straziante).
Tutte queste caratteristiche, assieme alla respirazione
circolare così spesso utilizzata, sono il frutto di un dominio
tecnico assoluto non solo sullo strumento, ma anche sull’apparato
corporeo preposto all’utilizzo dello strumento medesimo, in una
simbiosi che ha quasi del sorprendente.
Come si è visto l’idea di iterazione è congeniale
a Parker anche all’interno dei contesti elettronici, ovvero in quegli
ensemble dove il suono del gruppo viene sottoposto a trattamento
in maniera estemporanea: le cosiddette live electronics diventano
assolutamente strutturali al concetto di improvvisazione in quanto
producono conversazione tra i musicisti, nel momento in cui la parola/suono
viene immediatamente udita, recepita e riproposta, dopo essere stata
trasformata all’interno del circuito elettronico allestito. Nell’ElectroAcoustic
Ensemble Lytton, Philipp Wachsmann, Prati e Marco Vecchi creano
forme di elaborazione del suono (o sound processing) mentre gli
instancabili Parker e Barry Guy eseguono la loro performance in
continua relazione con quello che avviene alle loro spalle. Un concetto
di circolarità che si fonde perfettamente con la continuità
sonora espressa dal sax soprano.
Nuovi approdi
Le ultime collaborazioni di Parker, inaugurate con l’accostamento
ai nuovi trattamenti del suono, si ramificano in progetti che lambiscono
la nuova scena elettronica, accanto progetti che si nutrono di stili
esecutivi di matrice “popolare” come le già citate collaborazioni
con i suonatori di launeddas e la stimolante combinazione con la
cantante siberiana Sainkho Namtchylak, uno dei rarissimi casi (forse
unico) di ricerca, da parte del sassofonista, di una relazione costruttiva
con la voce umana. Le diplofonie della ruvida voce di Sainkho, che
si basano sulle modalità esecutive tradizionali dell’area
di Tuva in Siberia, trovano un corrispettivo nel sax di Parker,
che fa suoi molti degli input lanciati dalla cantante, secondo un
già consolidato schema di lavoro.
Nella recentissima nella collaborazione con Jah Wobble (Passage
to Hades, 2001) sia il soprano che il tenore di Parker sono
chiamati a calarsi in un ambito sonoro di trance elettronica, incardinata
sulla ripetitività ritmica tipica delle movenze dub, care
all’ex bassista dei Public Image Ltd. Senza dubbio qualcosa di nuovo
per il Nostro, sempre in costante movimento alla ricerca di inediti
terreni di confronto.
In trent’anni e più di libere conversazioni
Evan Parker non ha mai smesso di tracciare nuove strade attraverso
un innato spirito sperimentale, nutrito dalla cooperazione, ostinatamente
ricercata, con tutti quei musicisti che lo hanno accompagnato nel
corso di tutta la carriera. La ricerca fine a se stessa non è
mai stata l’obiettivo primario di Parker, che ha lasciato scaturire
in senso quasi spontaneo tutto quel linguaggio complesso, stratificato,
polimorfo che oggi conosciamo. Se si considera come si sia potuto
arricchire il linguaggio e la personalità di Parker attraverso
il continuo rapporto con altri musicisti, le sue reiterate manipolazioni
della materia sonora con l’ambiente di esecuzione, la sua attenzione
a ciò che viene percepito dagli ascoltatori, allora si può
comprendere come un certo modo di vivere la musica in maniera collettiva,
nel senso più ampio, possa essere accreditato – senza il
dubbio di essere smentiti – come il modo più creativo di
pensare la musica stessa. Lontano da narcisismi solipsistici, da
torri eburnee e da meccanismi produttivi che affievoliscono sempre
più il lume della creatività, Parker, in posizione
stabile con le gambe ben piantate sul pavimento e con le mani che
cingono il suo sax in continua e circolare attività, sembra
aver indicato qual’è il reale senso della libertà
in musica. Quella libertà che non risiede nelle opportunità
di un libero mercato, bensì nella libera conversazione tra
musicisti, costruita sulla cooperazione solidale, come ogni migliore
utopia che si rispetti.
da: "Blow Up", n.47, aprile 2002 © Tuttle
Edizioni / Michele Coralli

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