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Li chiamano network sociali e sembra che corra l'obbligo
farne parte! Ciò che attiene le scelte che spingono le persone
a mettere un proprio profilo on-line non è, crediamo, motivo
di grandi riflessioni. L'utilizzo di una pagina personale non è
del resto nemmeno una cosa nuova, così come non lo è
affatto l'idea di una comunità virtuale, ovvero un insieme
di persone che scambia parole, idee ed emozioni attraverso la mediazione
di codici digitali. L'idea stessa di Internet è (o dovrebbe
essere) quella di un gigantesco "social network" che potremmo
chiamare meno retoricamente "razza umana moderna". Ma
si sa, di cose non se ne inventano tante e se ne riciclano un'infinità.
Soprattutto di idee (più che di materiali). E ll fine rimane
ovviamente quello di rivenderle e pe farlo si deve far credere che
quello che si propone è assolutamente nuovo e irrinunciabile.
Quando il singolo si inserisce in qualche network
digitalizza parte della sua esistenza, rende noti i suoi contatti
con i mondo, manifesta in tassonomie le sue passioni, pubblica,
in altre parole, quelle abitudini che costose ricerche di mercato
possono mettere in evidenza soltanto attraverso noiose e costose
interviste. Invece il social network si autoalimenta di informazioni
che vengono immesse in modo assolutamente volontario e consapevole.
L'utente viene spinto a dare un ritratto di sé per rendere
più efficace l'interazione sociale con gli altri. Aumenta
in questo modo l'accuratezza con cui si scrivono i dettagli che
riguardano la propria esistenza. Si parla ovviamente di dati personali,
di abitudini, di indirizzi, di numeri di telefono, foto, file audio
che diventano proprietà aziendali. Certo quattro autoscatti
a fronte della possibilità di ritrovare qualche vecchia conoscenza
senza dover per questo passare dalle severe selezioni di qualche
programma televisivo, sembra poca cosa, se non si considera che
le community coinvolte ormai contano diversi milioni di aderenti,
ognuno dei quali possiede una piccola scheda personale da cui un
attento analista (politico o commerciale) può dedurre indicazioni
utili. I database, specie se incrociabili, sono merce, tanto quanto
lo sono le scarpe da ginnastica o la salsa di pomodoro. E non si
spiegherebbe l'interesse da parte del più importante produttore
di software del mondo nei confronti del network che oggi va per
la maggiore, se non per il tornaconto economico ottenuto dal semplice
sguardo attraverso lo spioncino su cosa fanno le persone.
Ma c'è anche un altro lato della medaglia
che qui sembra utile sottolineare: la transizione che stanno vivendo
molti mezzi di comunicazione di massa tradizionali. Internet è
certamente un luogo di grandi concentrazioni di interessi industriali.
Fallita sostanzialmente la rivoluzione dell'e-commerce, che sembrava
inizialmente destinata a cambiare totalmente le nostre abitudini
di consumo, si affaccia ora l'idea che forse la migliore merce vendibile
on-line non è tanto la verdura ("clicca il pomodoro"),
bensì "i contenuti", qualunque essi siano. Attraverso
di essi si punta a costruire la base per nuovi grandi imperi economici.
Se un tempo i "portali" erano luoghi di concentrazione
di informazioni, tutto sommato "autorevoli" - ovvero firmate,
in qualche modo garantite - oggi si punta in prima battuta alla
diffusione del contenitore (la piattaforma del network) che poi
viene riempita dagli utenti: una scatola vuota in cui mettere i
nostri ricordi. In questo modo la mole impressionante di dati, che
quotidianamente gli appartenenti al network immettono nel server
dell'azienda proprietaria, viene legalmente posseduta dall'azienda
stessa secondo prospettive ancora sconosciute.
Anche i giornali tradizionali, nella loro versione
on-line, posseggono ormai ampie sezioni multimedia destinate a raccogliere
immagini e suoni provenienti dalla rete, che finiscono col confondere
i confini tra servizi di informazione, intrattenimento, gossip e
curiosità varie. Anche da questo si inizia a capire come
ognuno di noi sembri possedere le potenzialità necessarie
per diventare ingranaggio mediatico anche attraverso una semplice
webcam. Fortuna? Democrazia dell'informazione?
Ribaltando McLuhan pensiamo ancora che debbano essere
le idee a sfruttare i mezzi, a riempire i contenitori, a creare
comunicazione invece del contrario.
L'impressione dell'effetto dei social network è che invece
questi possano finire col trascinare con sé in un marasma
di candid camera e blog convulso la poca informazione di qualità
che si può ancora trovare su internet.
E non a caso i media tradizionali (quotidiani, mensili e tv) denigrano
la rete soprattutto in merito ad una supposta mancanza di autorevolezza
invece garantita sulla carta per rimandare il più possibile
la propria fine. L'informazione in rete, quando è semplice
accozzaglia di file messi in linea senza ordine, è pura merce
di riempimento (a costo zero) raccolta dai grandi contenitori (che
fruttano moltissimi soldi). Mentre quando è realmente autoprodotta
quella della rete è l'unica vera informazione indipendente.
Anche nello specifico culturale non ci sono patenti
di autorevolezza che caratterizzerebbe redazioni di giornali e riviste
specializzate. Nell'ambito della musica contemporanea, area di cui
anche questo sito si occupa continuativamente, la realtà
di internet non è meno attendibile e intrigante di quanto
non sia altrove. Noi appassionati, che mettiamo gratuitamente al
servizio dei frequentatori della rete materiali di vario genere,
crediamo di essere un canale di informazione di qualità,
l'unico in grado du fronteggiare la corsa all'occupazione della
visibilità on-line da parte di network sociali, frutto di
logiche affaristiche che conducono al controllo e all'omologazione.
giugno 2009 © altremusiche.it / Michele Coralli

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