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Diario da Beirut

(a vent'anni da Sabra e Chatila)

 
di Gaetano Liguori
 
   

Sono da poco ritornato da Beirut, dove ho partecipato alle commemorazioni per l'anniversario delle terribili stragi di Sabra e Chatila. Ho dato il mio contributo alla ricorrenza suonando con la mia formazione, l'Idea Trio, con Luca Garlaschelli al contrabbasso e Massimo Pintori alla batteria. Il senso del nostro viaggio potrebbe essere questo: la musica deve essere più forte delle armi, o almeno deve provarci. La musica deve aiutare a resistere in un mondo attraversato da guerre e da ingiustizie troppo spesso senza risposte.

Con la collaborazione del poeta Giulio Stocchi, nel lontano 1977 scrissi la Cantata rossa per Taal El Zaatar, il primo progetto discografico dedicato alla Palestina. La Cantata, composta dopo il massacro compiuto dalle falangi libanesi nei quartieri Est di Beirut, fu per me una grande esperienza militante, e oggi, dopo venticinque anni, grazie alla ripubblicazione del cd per iniziativa di Radio Popolare, mi sono ritrovato a operare con le stesse finalità di allora.

Il pubblico, che a Beirut è venuto ad ascoltare il nostro concerto/omaggio alle vittime dei massacri, era naturalmente costituito da libanesi e palestinesi, alcuni dei quali profughi oggi, come allora. Ricordo tra questi una donna, insegnante di danza, orfana dall'età di sette anni per colpa di quella strage. Ma le storie analoghe sono davvero tante.

Suonare in concerto, dopo una manifestazione come quella del pomeriggio dedicata a Sabra e Chatila, è stata un'esperienza davvero appassionante. Pur mancando una batteria, Massimo, preso anche lui dall'entusiasmo che ci ha seguito fin dall'inizio del viaggio, si è cimentato su due tamburi libanesi, trasformando il nostro jazz in una musica senza confini, che ha entusiasmato platea e musicisti. Quando ci si confronta con un mondo così diverso dal nostro, si capisce che la musica è davvero portatrice di idee e sentimenti.

Così per otto giorni abbiamo vissuto una realtà in cui tutto è diventato più intenso, ci siamo calati in situazioni capaci di trasformarci. È difficile restare insensibili dopo avere visitato i campi dove si raccolgono alcuni dei 3 milioni di profughi palestinesi, abbandonati a loro stessi. Difficile è anche accettare che nessuno si occupi seriamente del legittimo desiderio di questa gente di tornare nelle terre da cui sono stati cacciati nel 1948 e, successivamente, nel 1967.

Ma la realtà libanese non è solo quella dei campi profughi. Ci sono anche altri luoghi: i ricchi quartieri di Ashrafie, le dolci rovine di Byblos e i quartieri musulmani che portano ancora le cicatrici di 25 anni di guerra civile. I volti della gente attorno, le immagini e i luoghi si accavallano nelle nostre menti e si trasformavano in note, ritmi ed armonie.

È dunque possibile dare alla musica contenuti politici? Sì, a me il jazz ha dato la possibilità di proporre idee capaci di unire musica e passione politica, senza rinunciare mai all'impegno sociale. Nota dopo nota il pubblico di Beirut sembra avvertire le emozioni e le sensazioni che noi cerchiamo di trasmettere.

In Nicaragua sono stato con i sandinisti e ho registrato Que Viva Nicaragua. Ho passato poi lungo tempo con il Fronte di Liberazione Eritreo e da quell'esperienza è nato un disco come People of Eritrea. Ho vissuto nel deserto del Sahara con il Fronte Polisario. Ho suonato a Gerusalemme e a Sarajevo. Mi sono spesso sentito come quei viaggiatori dell'Ottocento, ma ogni esperienza mi ha aperto nuove strade di ricerca musicale. Il prossimo anno, a trent'anni dal golpe cileno e dalla fine del governo di Salvador Allende, mi piacerebbe poter recuperare Cile libero, Cile rosso, il mio primo disco del 1974. Perché credo che recuperare i dischi di lotta degli anni passati abbia un senso, nel momento in cui molte di quelle battaglie continuano a rimanere attuali ancora oggi.

Coniugare impegno e ricerca significa per me arrivare a proporre una musica trasversale: un punto d'incontro tra classica, etnica, jazz e rock. Il mio prossimo lavoro sarà intitolato Il Comandante, ossia la figura di riferimento che ognuno di noi sceglie di avere. Per quanto mi riguarda sono state diverse: in politica Lenin, Mao e Fidel Castro; nella musica classica Schönberg, Stravinskij e Bartók; nel jazz Duke Ellington, Thelonious Monk e Cecil Taylor.

Oggi molti italiani adulano un comandante che è stato anche un pessimo suonatore sulle navi da crociera. Noi comunque cerchiamo con la musica di dare il nostro contributo per cambiare il mondo, sicuramente, ci sforziamo di renderlo più vivo, vivace, allegro, e quindi migliore.

settembre 2002 © altremusiche.it / Michele Coralli