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Arrivo a Schönefeld mentre alla Philharmonie
Kent Nagano dirige la Deutsches Symphonie Orchester, Yuri Bashmet
e i solisti di Mosca eseguono un programma di musica russa del Novecento
allo Schloss Neuhardenberg, presso la Konzerthaus Berlin si tiene
un concerto di Neue Musik con un programma equamente spartito tra
Battistelli e Bussotti, allUniversität der Künste
Berlin si esibiscono quelli della Berliner Symphonikern e in uno
di quei ritrovi tipicamente alternativi, lAusland, si svolge
un concerto di musica elettronica improvvisata.
Per il mio soggiorno non ho programmato appuntamenti musicali, mi
preme maggiormente cogliere il paesaggio sonoro e architettonico
berlinese, anche perché penso sempre che giugno sia un mese
di transizione tra la stagione musicale ordinaria e le programmazioni
estive, spesso costruite attorno eventi o intrattenimenti a basso
profilo (anche se, a ben guardare, ogni città ha la programmazione
che si merita). Ma poi una vacanza è una vacanza.
Voglio prima di tutto vedere i luoghi della ricostruzione del dopo-Wende,
la celebrata e stoica riunificazione: quello sforzo titanico che
ha colmato il vuoto lasciato dalla tabula rasa dei bombardamenti
che dal 43 azzerarono la struttura architettonica di Berlino
e quello attorno alla cicatrice che ha separato due mondi, lEst
e lOvest, violentemente contrapposti fino a pochi anni fa.
Unarea che abbraccia luoghi ormai entrati nellimmaginario
politico e culturale europeo: la Potsdamer Platz, il Bundestag,
la Pariser Platz e gran parte di quella terra di nessuno coltivata
a erbacce e Cortina di ferro tra il 1961 e il 1989. La divisione
geopolitica che ha tagliato in due in mondo dopo la fine della Seconda
Guerra Mondiale è passata di qui.
Nessuna città è né può essere
come Berlino, un luogo che è monumento vivente al
ricordo degli orrori delluomo. Un topos che sta rinascendo
dalle ceneri, quelle reali dei forni crematori, quelle lasciate
dalle fortezze volanti e quelle liberate dalle ruspe, dalle mani
e dai picconi al lavoro per sgretolare quel muro la cui presenza
è ancora forte tra le cicatrici che ancora marcano la città.
Qui correva il muro tra il 1961 e il 1989, è
la frase che ricorre attorno ai segni che tracciano un percorso
o su quei ruderi di cemento armato che sembrano appartenere a qualche
antico costrutto medievale. Ma Berlino è la città
delle cicatrici, non esibite ma nemmeno rimosse: ferite che servono
da monito per il futuro, non solo ai berlinesi, ma allEuropa
tutta e al mondo intero.
Forse nessun tipo di arte come larchitettura è capace
di infondere un sentimento di stabilità e di fiducia, che
è ottimismo e (forse) anche felicità reale, non indotta.
Sono i luoghi delle architetture importanti quelli che producono
musiche e pensieri creativi importanti. A Berlino dove cera
il vuoto della Potsdamer Platz, dipinta con la tristezza del bianco
e nero di Wenders ne Il cielo sopra Berlino, è
risorta quella vita urbana che è stata interrotta in questo
luogo per più di cinquantanni.
Alla piazza è dedicato un documentario, visibile presso la
Neue Nationalgalerie, che ne ripercorre la storia in un susseguirsi
di eventi quotidiani. Sempre giorno dopo giorno il documentario,
mandato il loop, sedimenta la storia nelle memorie dei visitatori.
Possiamo pensare a qualcosa di simile in Italia
Spunti possibili:
piazza Venezia e Piazza Loreto?
A Sud dellattuale Pariser Platz si ergeva il
sinistro cuore del Terzo Reich: i quartieri generali della Gestapo,
la Direzione generale delle SS e lUfficio di sicurezza del
Reich, nomi che rappresentano migliaia di divise, migliaia di uomini
e milioni di morti. Oggi quello spazio fisico porta un nome, pesante
come un macigno: Topographie des Terrors. Nonostante la DDR abbia
fatto piazza pulita di ogni singolo mattone nazista, laria
che si respira in quellenorme isolato è diversa da
tutte le altre. È unaria solida, la stessa che ci si
accorge di respirare a Mauthausen, così come ad Auschwitz
o alla Risiera di San Sabba. Unaria che, sebbene faccia male,
è nostro dovere civile respirare e farla respirare ai nostri
figli, perché si possa sempre essere consci che non è
solo linquinamento ad avvelenare laria. Lo sterminio
è peggio di mille centrali termoelettriche.
Architettura significa costruire, ma anche distruggere per ricostruire.
Credo che si possa considerare questo latto più concreto
che luomo ha a sua disposizione per esorcizzare il male. Così,
se è necessario che certi simboli non esistano più,
come il centro direzionale della ferocia nazista, è anche
obbligo per tutti che rimanga immutato nel tempo il ricordo delle
conseguenze provocate da decenni di dissennatezze ideologiche, per
il rispetto che si deve a milioni di vite spezzate. Anche questa
è Resistenza. Distruggere per ricostruire.
Poco distanti da Pariser Platz e dalla Porta di Brandeburgo le 2711
stele che costituiscono il più grande mausoleo tedesco per
le vittime della Shoah, lHolocaust Memorial eretto nei mesi
scorsi su progetto dell'architetto ebreo americano Peter Eisenman.
Una triste e desolata onda di cemento composta da lapidi senza nome.
Sarcofagi senza fiori per un cimitero senza morti. Sono serviti
27 milioni di euro per costruirlo, il mondo ne ha parlato e continua
a farlo, sono soldi spesi bene. Era un atto dovuto. Forse tra quei
percorsi molte persone cercano spiegazioni alla follia umana nel
silenzio di una metropoli momentaneamente tagliata fuori.
In Lindenstrasse a Kreuzberg si erge la moderna sede
del Jüdisches Museum Berlin, monumentale erede della struttura
a cui la Gestapo aveva messo i sigilli nel 1938. Lattuale
museo ebraico, opera dellarchitetto Daniel Libeskind, si ispira
agli angoli spigolosi della stella di David. Si tratta di un edificio
che trascende le sue funzioni di contenitore per diventare esso
stesso oggetto di attenzione (come non pensare al Centre Pompidou?).
Tre le creazioni che al suo interno meritano un viaggio: la Holocaust-Turm,
il Garten des Exils e listallazione di Menashe Kadishman Shalechet
(Fallen Leaves). Tre opere irregolari, dagli spigoli scaleni che
creano disagio al visitatore che le vive, prima di ragionarci sopra.
Alla Torre dellOlocausto si accede attraverso una porta pesante
che introduce a una stanza buia con un tetto altissimo, un filo
di luce che penetra da una fessura e un angolo strettissimo che
richiama il visitatore al suo estremo per sondarne le dimensioni
goniometriche. Il resto è solo freddo e livido cemento armato
che tocchiamo nella speranza di scoprire unaltra sensazione
oltre al nostro malessere. Il Giardino dellEsilio con il suo
ciottolato scomposto e obliquo non ci svela nellimmediato
la ragione di un subitaneo disagio quale è quello di camminare
sopra una dimensione non orizzontale. Il luogo, labirintico come
lHolocaust Memorial ma molto ridotto nelle dimensioni, non
si può considerare angosciante, in quanto aperto e luminoso.
È proprio la sfasatura a creare incertezza, più che
non poter raggiungere quegli ulivi che vivono nel loro sereno isolamento
sopra le piattaforme di cemento che separano gli uomini dal giardino.
Infine listallazione Foglie Morte che deve essere scoperta,
quasi ricercata. Non chiedete dovè, ascoltatene il
rumore che rimbalza tra gli spigoli delledificio. È
bello scoprire che quel rumore è reale e non registrato,
è metallico, non elaborato, scarno, nudo, quasi innaturale,
eppure così spontaneo. È prodotto dai visitatori che
vi precedono i quali calpestano decine di migliaia di volti anonimi,
ricavate da dischi metallici.
Sorprese e poi riflessioni, riflessioni e poi sorprese. Un viaggio
a Berlino è un viaggio di evasione. Levasione dalla
realtà del Grande Fratello e lingresso sul palcoscenico
della Storia.
dicembre 2005 © altremusiche.it / Michele
Coralli
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