testata
     
 
America, altra-America, non-America
di Michele Coralli
   

Altri quattro anni con George W. Bush. Gli americani hanno scelto il loro presidente.
Molti commentatori si stanno dando un gran daffare per spiegarci come potrà essere il nuovo mandato di questa amministrazione, che a differenza del 2000, gode ora di un vastissimo consenso interno, guadagnato con la politica dell'egemonia militare, prima ancora che con la leadership politica, economica e culturale.
Gli americani hanno scelto il loro presidente. Colui nel quale ripongono la loro maggiore fiducia, colui che secondo loro potrà difendere il loro paese dalla minaccia del terrorismo, colui che nelle loro previsioni sarà in grado di far superare agli Stati Uniti la crisi economica meno raccontata dai mass-media.
Secondo gli americani alla guida del paese ci vuole una persona che incarni gli ideali espressi da una persona come George W. Bush, secondo cui gli Stati Uniti devono guadagnare una posizione sempre più egemonica nello scacchiere mondiale, in cui si stanno per affacciare altre potenze che aspirano a prendere il posto lasciato vacante dall'Unione Sovietica.
Il quadro è sicuramente complesso. Difficile affermare con certezza quanto avrebbe potuto essere diverso il mondo con l'elezione dell'avversario di Bush in queste votazioni. La storia e la politica non si fanno né con i se, né con i ma.
Alla domanda: "Volete ancora Bush come presidente?", gli americani hanno risposto "Sì, lo vogliamo!". E lo hanno detto in tanti. Questo è il dato.
Non ci sono molti altri ragionamenti o analisi che possano dare altri significati: ci sono solamente altri quattro anni con George W. Bush.

E allora ripensiamo all'egemonia americana, in particolare all'egemonia culturale che gli Stati Uniti sono riusciti a imporre al mondo attraverso la diffusione dei propri marchi, dei propri film, dei propri dischi, dei propri libri, dei propri cibi, delle proprie automobili, delle proprie armi, dei propri computer e si potrebbe andare avanti all'infinto. Ripensiamo al fatto che se a qualcuno viene posta la domanda: "il più grande film degli ultimi vent'anni?" - a moltissimi di noi potrebbero venire in mente solamente film americani - oppure "il più grande musicista degli ultimi trent'anni?". Facile immaginarsi la risposta.
Chi li fa i film più importanti? Chi sono i musicisti più suggestivi? Chi sono gli artisti più all'avanguardia? Qual è la città più viva culturalmente? Quali sono le scene più creative? Dove ci piacerebbe fare le vacanze? Dove vorremmo vivere o lavorare, almeno per un anno?
Se la risposta è Stati Uniti allora è più che legittimo che tutti quelli che propendono per questa idea rivendichino il loro diritto di voto alle elezioni del presidente degli Stati Uniti.

Altrimenti occorre invertire il flusso di informazioni culturali che supinamente il mondo occidentale recepisce a partire da una fruizione passiva dell'arte che da quel paese proviene. Non si tratta di cercare delle strade che conducano al boicottaggio culturale, che può essere considerato una violenza giustificabile solamente in casi estremi.
Qui, forse, si tratta semplicemente di rivendicare la propria presenza, anche culturale, affermando identità in contrasto con il pensiero unico dominante, per sostenere anche negli ambiti musicali una pluralità di punti di vista e di visioni, che mettano in discussione il centralismo democratico della cultura made in USA.
Quindi non boicottaggio, non politiche antiamericane e nemmeno cupe esaltazioni autarchiche, ma spostamento dell'attenzione su altri luoghi culturali per creare un policentrismo e per combattere un'idea metabolizzata dal qualunquismo culturale italiano secondo cui tutto ciò che discende dalle alte sfere imperiali, porta con sé motivi di interesse, novità, sperimentazione e alto profilo.
Che sia l'America dei Bush, che sia l'ALTRA-America, entrambe godono di un eccesso di attenzione che potrebbe iniziare a essere ridimensionata.
Siamo in grado di farlo in una delle tante provincie dell'Impero?

 
novembre 2004 © altremusiche.it / Michele Coralli