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Altri quattro anni con George W. Bush. Gli americani
hanno scelto il loro presidente.
Molti commentatori si stanno dando un gran daffare per spiegarci
come potrà essere il nuovo mandato di questa amministrazione,
che a differenza del 2000, gode ora di un vastissimo consenso interno,
guadagnato con la politica dell'egemonia militare, prima ancora
che con la leadership politica, economica e culturale.
Gli americani hanno scelto il loro presidente. Colui nel quale ripongono
la loro maggiore fiducia, colui che secondo loro potrà difendere
il loro paese dalla minaccia del terrorismo, colui che nelle loro
previsioni sarà in grado di far superare agli Stati Uniti
la crisi economica meno raccontata dai mass-media.
Secondo gli americani alla guida del paese ci vuole una persona
che incarni gli ideali espressi da una persona come George W. Bush,
secondo cui gli Stati Uniti devono guadagnare una posizione sempre
più egemonica nello scacchiere mondiale, in cui si stanno
per affacciare altre potenze che aspirano a prendere il posto lasciato
vacante dall'Unione Sovietica.
Il quadro è sicuramente complesso. Difficile affermare con
certezza quanto avrebbe potuto essere diverso il mondo con l'elezione
dell'avversario di Bush in queste votazioni. La storia e la politica
non si fanno né con i se, né con i ma.
Alla domanda: "Volete ancora Bush come presidente?", gli
americani hanno risposto "Sì, lo vogliamo!". E
lo hanno detto in tanti. Questo è il dato.
Non ci sono molti altri ragionamenti o analisi che possano dare
altri significati: ci sono solamente altri quattro anni con George
W. Bush.
E allora ripensiamo all'egemonia americana,
in particolare all'egemonia culturale che gli Stati Uniti sono riusciti
a imporre al mondo attraverso la diffusione dei propri marchi, dei
propri film, dei propri dischi, dei propri libri, dei propri cibi,
delle proprie automobili, delle proprie armi, dei propri computer
e si potrebbe andare avanti all'infinto. Ripensiamo al fatto che
se a qualcuno viene posta la domanda: "il più grande
film degli ultimi vent'anni?" - a moltissimi di noi potrebbero
venire in mente solamente film americani - oppure "il più
grande musicista degli ultimi trent'anni?". Facile immaginarsi
la risposta.
Chi li fa i film più importanti? Chi sono i musicisti più
suggestivi? Chi sono gli artisti più all'avanguardia? Qual
è la città più viva culturalmente? Quali sono
le scene più creative? Dove ci piacerebbe fare le vacanze?
Dove vorremmo vivere o lavorare, almeno per un anno?
Se la risposta è Stati Uniti allora è più che
legittimo che tutti quelli che propendono per questa idea rivendichino
il loro diritto di voto alle elezioni del presidente degli Stati
Uniti.
Altrimenti occorre invertire il flusso di informazioni
culturali che supinamente il mondo occidentale recepisce a partire
da una fruizione passiva dell'arte che da quel paese proviene. Non
si tratta di cercare delle strade che conducano al boicottaggio
culturale, che può essere considerato una violenza giustificabile
solamente in casi estremi.
Qui, forse, si tratta semplicemente di rivendicare la propria presenza,
anche culturale, affermando identità in contrasto con il
pensiero unico dominante, per sostenere anche negli ambiti musicali
una pluralità di punti di vista e di visioni, che mettano
in discussione il centralismo democratico della cultura made in
USA.
Quindi non boicottaggio, non politiche antiamericane e nemmeno cupe
esaltazioni autarchiche, ma spostamento dell'attenzione su altri
luoghi culturali per creare un policentrismo e per combattere un'idea
metabolizzata dal qualunquismo culturale italiano secondo cui tutto
ciò che discende dalle alte sfere imperiali, porta con sé
motivi di interesse, novità, sperimentazione e alto profilo.
Che sia l'America dei Bush, che sia l'ALTRA-America, entrambe godono
di un eccesso di attenzione che potrebbe iniziare a essere ridimensionata.
Siamo in grado di farlo in una delle tante provincie dell'Impero?
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| novembre
2004 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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