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Prendiamo spunto da
alcune prese di posizione da parte di diversi critici e giornalisti
che ci sembra assolutamente fuori dalla realtà. Sicuramente
il fatto di ricevere in dono continuamente merce che nei negozi costa
anche 18 o 20 euro all'etto, fa perdere completamente il senso del
valore aggiunto a un comune CD che contiene musica composta, suonata,
registrata, pubblicata, promossa e venduta. Ovvero sostenere che il
prezzo equo potrebbe essere 4 o 5 euro a copia significa davvero aver
perso il senso del valore commerciale delle cose. Non voglio entrare
nello specifico del valore artistico di certi dischi: non si può
certo impedire alla gente di inciderne di nuovi ed è normale
che ci sia una iperproduzione di materiali, che non meriterebbero
altra sorte che quella del cassonetto. La realtà della produzione
discografica mondiale è sotto gli occhi di tutti: chiunque
faccia il lavoro del recensore non raramente viene colto da vertiginosi
giramenti di testa al momento di ricevere chili e chili di materiale
da recensire (e ovviamente si tratta di un voluttuoso giramento di
testa).
Saturazione quindi, eccessiva, ma pur sempre specchio
di una situazione produttiva (e forse creativa) molto ricca. Sta
al critico consigliare, ma soprattutto descrivere quello che sente,
per far capire se il CD che ha tra le mani può interessare
chi legge oppure no. E in questo la critica dovrebbe davvero fare
un bel bagno nella cenere, in quanto troppo spesso si ricade nell'entusiasmo
sciatto o nella stroncatura senza dire un emerito
su quello
che si è ascoltato (per credere leggere qua e là alcune
testate italiane
).
Se il compito del critico è allora "descrivere
bene", quello del discografico è quello di "produrre
bene", cercando di eseguire un lavoro curato in ogni sua parte.
Ormai non si può più usare qualche nastro inedito,
ripulirlo e arricchirlo in post-produzione, per poi appiccicarci
su una copertina presa da qualche gif scaricato in rete. Il lavoro
da fare dovrebbe curare il prodotto in ogni sua parte, a partire,
ovviamente, dalla scelta artistica (anche se materiale da concime
è sempre esistito e continuerà ad esistere).
Vengo allora alla questione dei prezzi, che è
poi quella più dibattuta. Se critici come Scaruffi esagerano
in un senso, io credo che anche coloro che credono che il prezzo
giusto per un CD sia quello che generalmente troviamo in giro non
relazionino in maniera adeguata il proprio ragionamento alla realtà
produttiva attuale.
E' vero che la filiera del prodotto CD è lunga
e complessa, e prevede un enorme dispendio di risorse sul piano
della promozione, ma è anche vero che i tempi in cui i Beatles
mettevano le tende nei costosi studi di Abbey Road e lì rimanevano
mesi a manipolare i nastri, sono finiti per sempre. Oggi un buon
prodotto lo si può registrare in pochi giorni e trasformare
in fase di post-produzione in altrettanti pochi giorni. Hard-disc
recording, digitalizzazione, strumenti virtuali, Internet e un sacco
di altre possibilità hanno oggettivamente abbattuto i costi
in fase produttiva. La stampa poi non incide sul costo finale se
non in misura esigua (da scalare a seconda del numero di copie pubblicate).
Il lavoro grafico può essere fatto in casa o per merito di
qualche piccolo professionista con ottimi risultati. La promozione
poi non richiede altro che un addetto stampa che smisti tra le varie
testate il prodotto finale con cartellina (un foglio con qualche
nota biografica e parole in libertà
). L'IVA al 20%
starebbe bene se i soldi che confluiscono nelle casse dello Stato
fossero impiegati per finanziare progetti culturali di natura musicale,
operando alcune distinzioni tra l'IVA che porta Jovanotti e quella
che porta Giorgio Gaslini, ovvero ridistribuendo le quote in modo
equo, che so tra musica pop, jazz, folk e classico/contemporanea
(non è giusto, ma sto popolo di sanremesi occorrerà
farlo crescere in qualche modo
).
Probabilmente il danno della pirateria viene comunque
contenuto dal costo dei CD, ma anche dai ritorni dei diritti televisivi,
pubblicitari ecc. La rete idrica è piena di falle, ma fa
arrivare l'acqua ai rubinetti: le copie domestiche esistevano già
con le cassette e non si può certo credere di eliminare la
possibilità di farle.
Allora si viene al punto reale della questione: la
pubblicità. E' questa la voce che incide su gran parte dei
costi. Più un prodotto è pubblicizzato, più
costerà. L'immagine dell'ultimo disco di Celentano l'ho vista
perfino sui biglietti del tram della mia città. Un CD del
genere NON PUO' costare meno di quello che vediamo in giro. Invece,
all'estremo opposto, un disco di musica improvvisata che raccoglie
nastri analogici degli anni '70 con copertina in due colori, senza
la ben che minima pubblicità, DEVE costare meno. Differenziare
i costi è possibile, anzi auspicabile.
Il problema allora è: il mercato discografico
è in grado di comunicare che tipo di lavoro c'è dietro
ad un prodotto?
Io credo che quello che ci si possa auspicare è
una maggiore trasparenza sui dati leggibili in copertina, che dovrebbero
essere in grado di dirci cosa esattamente c'è dentro (registrazioni
DDD o AAA effettuate dove e come, libretti, foto, interventi critici,
tracce cd-rom, ecc.) e cosa c'è dietro (soldi all'artista,
soldi al distributore, al negoziante, alla casa discografica, ecc.).
Ma, da parte delle case discografiche, spesso si adottano atteggiamenti
furbeschi che mirano a creare cortocircuiti nel mercato. La gestione
del back-catalog (ovvero dischi di cui detengono ormai i completi
diritti di sfruttamento) dovrebbe venire maggiormente incontro alle
esigenze di chi vuol conoscere quello che è stato pubblicato
in passato senza intercorrere in raccolte raffazzonate, che contengono
oscure alternative-tracks, che invece di far gola fanno tristezza.
Il consumatore, da parte sua, deve essere in grado
di discernere quello che è un prodotto di bassa o alta qualità,
sapendo che quando compra un CD, paga per la maggior parte, la struttura
promozionale che c'è dietro. Si può essere più
o meno consapevoli di cosa significhi oggi un mercato discografico
dominato da multinazionali che richiedono solo soldi per mantenersi.
Secondo un parere personale ci si può comportare tranquillamente
come fanno alcuni consumatori su categorie merceologiche come le
scarpe da ginnastica o il latte condensato. Boicottare? No, scegliere
con la volontà di sapere come vengono ripartiti i soldi.
Al giovane rockettaro non frega nulla di questo? Non lo darei per
scontato. Facile che invece interessi al 40/50/60enne che ormai
è diventato protagonista assoluto del consumo musicale e
a lui non sempre viene la voglia di mettersi a scaricare canzoni,
ammesso che si voglia continuare a fare gli struzzi pensando che
sia Internet l'unico vero problema di questa civiltà dei
consumi mancati. A loro un'inutile icona da combattere, a noi buona
musica da ascoltare.
settembre 2003 © altremusiche.it / Michele Coralli

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