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Dobbiamo ricordare
Luciano Berio e ci preme farlo non solamente per i suoi meriti musicali,
ma anche per la sua capacità organizzativa, che non ha pari
nel mondo della musica contemporanea.
Animatore (o meglio ri-animatore) di una moribonda
scena musicale come quella nostrana, perennemente in bilico tra
la moderna mondanità borghese e la rigurgitante liturgia
austro-ungarica, Berio ha attraversato con assoluta coerenza mezzo
secolo di clamorose spinte propulsive e inaspettati rimbalzi, di
entusiasmanti risposte e di duri osteggiamenti.
Dalle "rovine fumanti" della Milano del Dopo-guerra alla
Roma dell'Auditorium, Berio ha impiegato la stragrande maggioranza
del suo tempo mortale alla ricostruzione di un moderno pensiero
musicale e all'edificazione della struttura entro cui far sopravvivere
tale pensiero: un'attività da archivista per la tutela della
progettualità del compositore contemporaneo (in via di estinzione,
ancor prima di essere diventato adulto), che non ha pari nel mondo
para-istituzionale. Lo studio di Fonologia di Milano prima, il Centro
Tempo Reale di Firenze in seguito, la parabola dell'attività
di Luciano Berio non ha mai cessato di prodursi in un atteggiamento
costruttivo, forte di una concezione della musica che ha messo sempre
in primo piano il pensiero dell'artefice, al posto del vuoto della
forma. Musica, ossia "edificio che ha come architetto la società
e come designer la storia, ma la cui pianta non sarà mai
data, perché le sue stanze sono aperte, mutevoli, spalancate
su prospettive sempre diverse e nuove."
A partire dall'estetismo della condotta seriale e
da certo intellettualismo calcolatore, focalizzato su un'idea esoterica
dell'arte, non più come partecipazione, ma come negazione
di ogni condivisione, molti eletti della Nuova Musica hanno scavato
un solco non solo tra sé e il pubblico, ma anche tra sé
e la società nel suo complesso. Probabilmente a partire da
un certo riflusso nelle musiche contemporanee, manifestatosi già
con gli anni '80, molti compositori della prima stagione sperimentale
sfioriscono in un guazzabuglio pre-post-ante-avantgarde/minimal/neotonalista,
aprendo una nuova stagione completamente "inedita" per
chi aveva iniziato a lavorare sulle complesse organizzazioni seriali.
Berio è sempre stato un oppositore della causa minimalista,
osteggiandone soprattutto la semplificazione del processo di accumulo
che sta alla base di questa visione del mondo. Già dalle
prime esperienze sperimentali con Maderna, l'idea che ha dato forza
alle composizioni di Berio è quella dell'opposto processo
sottrattivo, probabilmente per arrivare a quell'idea utopica, di
ascendenza rinascimentale, che esalta la materia naturale come base
della struttura ordinata dall'artefice: caso significativo quella
celebrazione del suono sinusoidale, simbolo della purezza tecnologica,
ma anche elemento primo che ha ispirato la costruzione musicale
dei vari Nono, Maderna, Pousseur e Stockhausen.
Sono a tutt'oggi da considerarsi capolavori assoluti
della musica sperimentale composizioni come Thema (Omaggio a
Joyce), Laborintus II, in cui la combinazione tra procedimenti
additivi dei singoli fonemi intonati dalla voce e le sottrazioni
operate sulle strutture complesse ottenute, determinano quel modus
operandi da scultore del suono che si diceva prima. Allo stesso
modo anche Visage, Passaggio, Sinfonia, le diverse Sequenze,
Momenti e, per finire, Outis e Cronaca del luogo.
Ma rimane l'obbligo di rimandare all'IRCAM per una seria disamina
del corpus delle composizioni di Luciano Berio, prima che anche
nell'arretrato web italico qualcuno si muova per rendere disponibili
per tutti quei materiali che appartengono al nostro patrimonio comune.
In attesa del prospettarsi di nuovi labirinti in
cui perdersi
giugno 2003 © altremusiche.it / Michele Coralli

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